NELLA NOSTRA CITTÀ C’É UN LAGER

CPT, CPA, CIE, CSPA:    QUESTE SIGLE RAPPRESENTANO I LAGER DEL VENTUNESIMO SECOLO.

CAMBIANO I NOMI MA NON LA SOSTANZA

CENNI DI STORIA RECENTE DI RAZZISMO STATALE

Gli attuali CSPA  prima denominati centri di permanenza temporanea (CPT) e in seguito centri di identificazione espulsione (CIE),  sono strutture istituite dalla legge Turco-Napolitano del 1998 per “ospitare” gli stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera o reimpatrio forzato nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile.

I CSPA sono da intendersi come i terminali delle politiche razziste italiane ed europee miranti a gestire i flussi migratori. Essi hanno la funzione di consentire accertamenti sull’identità di persone trattenute in vista di una possibile espulsione, ovvero di trattenere persone in attesa di un’espulsione certa.

Nell’ordinamento italiano i centri di detenzione per migranti costituiscono una triste novità: prima non era mai stata prevista la detenzione di individui a seguito della violazione di un semplice illecito amministrativo (quale il mancato possesso di un documento).

I CIE non sono solo un fenomeno italiano, sono invece uno strumento diffuso in tutta Europa   frutto degli accordi di Schengen del 1995.

Accordi ispirati da una parte a una netta chiusura nei confronti dei crescenti flussi migratori, dall’altra a un’intolleranza razzista per i migranti.

In questo contesto, si sono fatte sempre più forti le restrizioni al diritto di asilo, tradizionalmente riconosciuto da ogni carta costituzionale.

Nel 1998 viene approvata dal governo Prodi la legge Turco-Napolitano , con la quale come anticipato vengono istituiti i CPT. Nel luglio 2002 il governo Berlusconi ha approvato una nuova legge sull’immigrazione, la cosiddetta Bossi-Fini; nel maggio 2008  un decreto legge per:”Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”, viene poi convertito in legge,  i Centri di permanenza temporanea vengono rinominati in “Centri di identificazione ed espulsione”.

STORIA DEL CIE DI ELMAS:

è situato nel territorio dell’aeroporto militare di Elmas, adiacente all’ aeroporto civile “Mario Mameli”, principale scalo della Sardegna a pochissimi chilometri da Cagliari.

La palazzina è un ex edificio militare riadattato a galera.

Tutta la zona è circondata da un imponente recinzione con filo spinato e da un muro alto quattro metri. Viene inaugurato il 4 giugno del 2008 per supplire al sovraffollamento del centro di detenzione per migranti di Lampedusa.

La prima gestione fu affidata a una società trapanese chiamata Connecting People, che gestiva e gestisce altre strutture simili in Italia, e a due associazioni locali: “consorzio solidarietà” e “cooperazione e confronto”. Da poco ha cambiato gestione passando a un altro consorzio siciliano chiamato SISIFO, specialista nella gestione dei lager.

Nei due anni e quattro mesi dall’apertura ci sono state più rivolte e vari tentativi di fuga:

28 giugno 2008 fuga di sei algerini ripresi pochi giorni dopo al porto di Olbia;

17 settembre 2008 scoppia la prima rivolta al centro di Elmas, i prigionieri devastano i locali rendendo inagibili gli ultimi due piani della struttura;

26 novembre 2008  evasione di cinque algerini;

10 dicembre 2008 44 algerini in rivolta, vengono danneggiati vari locali dello stabile, durante l’intervento delle forze dell’ordine un agente rimane ferito e un prigioniero riesce a fuggire;

11 giugno 2010 quattro algerini bevono shampoo, dopo le cure vengono riportati a Elmas;

16 giugno 2010 evasione di un algerino che causa la chiusura di quattro ore dell’aeroporto civile di Cagliari. Il fuggitivo viene poi catturato al porto;

18 agosto 2010 tentativo di rivolta subito sedato dalle forze dell’ordine;

27 agosto 2010 tentativo di evasione di due algerini che finiscono all’ospedale.

La cronologia va aggiornata con le ultime due settimane:

il 27 settembre un altro tentativo di evasione dal CSPA di Elmas. Tre algerini hanno provato a calarsi dalle finestre del secondo piano della struttura utilizzando le cinghie della tapparella. Le funi  improvvisate purtroppo sono risultate troppo corte e il balzo finale è costato caro ai tre ospiti della struttura che, scoperti dal servizio di vigilanza, sono stati accompagnati in ospedale per accertamenti.
La notte fra il 4 e il 5 ottobre alle 15:00 scoppia l’ennesima rivolta: neutralizzate le telecamere, il primo piano del CSPA viene completamente distrutto e vengono incendiati i materassi. Per sedare la rivolta si rende necessario il violento intervento delle forze dell’ordine in antisommossa e dei vigili del fuoco per spegnere l’incendio.

Lunedì 11 ottobre un lager in rivolta

intorno alle 14.00 di lunedì scoppia la terza rivolta.

I migranti rinchiusi nel lager hanno inizialmente preso possesso della palazzina , poi alcuni si sono diretti verso le piste di atterraggio/decollo dell’adiacente aeroporto civile, altri hanno “occupato” lo stabile, altri ancora hanno tentato la via della fuga.

Le forze dell’ordine sono intervenute in massa in tutti e tre i sensi: elicotteri e carabinieri a setacciare i canneti nei pressi dell’aeroporto alla ricerca dei fuggitivi, la celere con manganelli e lacrimogeni a ristabilire la violenza e la paura solite residenti dentro il CSPA. Nel frattempo erano già stati sospesi partenze e arrivi e dirottati su altri aeroporti (Alghero e Olbia) gli aerei più prossimi all’arrivo. L’aeroporto è stato riaperto verso le 17.00,  quando sono state liberatre le piste ed è stata riportata la “calma” nel lager.

Il bilancio di tutto questo è di nessuna fuga andata a buon fine, di un numero imprescisato di contusi e intossicati, e di 11 arresti (per i presunti responsabili dei disordini) convalidati questa mattina dal magistrato che ha inoltre concesso il nulla osta per l’espulsione dal territorio dello stato dopo il processo fissato per il 16 ottobre.

UNA RISPOSTA ANTIRAZZISTA

Appresa la notizia della rivolta, in tempo reale due gruppi di antirazzisti si sono recati nei pressi del CSPA, per poi muoversi uno verso i cancelli della zona militare all’interno della quale esso si trova, e l’altro verso l’aeroporto civile.

Appresa la notizia della rivolta in tempo reale due piccoli gruppi di antirazzisti si sono diretti verso la zona, uno verso i cancelli della zona militare al cui interno si trova il CSPA, l’altro verso l’aeroporto civile.

I primi, resisi conto dell’impossibilità di avvicinarsi ulteriormente alla zona calda, dopo un po’ hanno deciso di seguire alcune delle numerose ambulanze che partivano d’urgenza verso gli ospedali di Cagliari, nella speranza di vedere qualcosa o meglio ancora di intervenire in aiuto.

Il secondo gruppo ha inscenato un piccolo presidio di solidarietà all’interno dell’aeroporto civile, nella zona più affollata delle code per  i rimborsi dei biglietti.

Srotolato uno striscione con la scritta “libertà per i migranti”, è stato letto un breve comunicato di solidarietà alla rivolta e di condanna alle politiche xenofobe e fasciste dei governi europei in materia di immigrazione. Dopo un primo approccio di incuriosito silenzio, un gruppo di viaggiatori rimasti a terra ha iniziato a inveire contro i solidali, che hanno allora cominciato a scandire slogan.

Fra fischi, insulti e qualche applauso, i quattro manifestanti sono stati portati via da una decina di agenti della polaria, portati nella “caserma” dell’aeroporto e lì trattenuti per circa due ore.

Perchè tre rivolte in due settimane?

I CSPA ospitano al loro interno migranti arrivati in Italia dopo lunghi ed estenuanti viaggi in cerca di condizioni di vita migliori, che vengono reclusi per il solo motivo di non avere un documento. Mesi di ingiusta e ingiustificata prigionia, vittime di pestaggi, abusi e maltrattamenti.

Loro carnefice è uno stato razzista che vuol far ricadere sui migranti le colpe della crisi, giustificando così vari pacchetti sicurezza fatti di leggi razziste che costringono i migranti a condizioni di vita insostenibili.

L’obiettivo non dichiarato ma esplicito della gestione dell’immigrazione è quello di disumanizzare queste persone,  criminalizzandole a ogni costo, pretendendo persino che neghino l’ospitalità a parenti sprovvisti della regolare documentazione per stare sul suolo italiano; per tale reato rischierebbero il carcere, la perdita del permesso di soggiorno o il rimpatrio forzato, reato che penso ognuno di noi commetterebbe volentieri.

L’emarginazione, il vuoto che questa società crea intorno a queste persone, il dito puntato contro di loro per qualunque problema: questi e altri fattori creano le premesse perché dei veri e propri lager esistano nelle nostre città, e dentro questi ogni giorno avvengano fatti terribili, di cui non si vuole far sapere niente o quasi. Creano le premesse per la ghettizzazione nei quartieri più tristi e oscuri delle città, dove se una retata delle forze dell’ordine porta via 50 persone in una notte  nessuno se ne accorge. Creano casi come Rosarno, in cui solo una rivolta estremamente violenta ha dato la voce a persone che da anni subivano uno sfruttamento degno del più bieco colonialismo ottocentesco. L’elenco di vessazioni che ogni giorno subiscono le comunità migranti nelle nostre città è ancora molto lungo, per questo è fondamentale una solidarietà diretta che miri a rompere questo silenzio e smetta di essere complice di tutto questo.

Sabato 16 ottobre, ci sarebbe dovuto essere il processo ai presunti 11 rivoltosi, accusati di devastazione e lesioni a pubblico ufficiale durante la rivolta di lunedì, mentre stavano cercando di riguadagnarsi la libertà.

Neanche questo è stato concesso, neanche la possibilità di difendersi nel luogo che probabilmete meno li rassicura, forse ancora meno del CSPA.

E ci dovremmo chiedere perché si rivoltano e tentano di fuggire? O se essere solidali o no con loro?

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