RIBELLIAMOCI CONTRO IL RAZZISMO

Immigrati, immigrazione, clandestini, permessi di soggiorno, espulsioni, rimpatrii, respingimenti, centri di identificazione e espulsione, centri di accoglienza per richiedenti asilo, carrette del mare, morti in mare, autolesionismo, tentativi di fuga, stupri…
Questa è diventata la terminologia tecnica per parlare del cosiddetto “problema immigrazione”. Si potrebbe spiegare da dove provengono e come tutti questi termini siano collegati ai migranti e alle loro storie, si potrebbe cioè dire che quando si parla di stupro viene in mente il caso di Joy, ragazza nigeriana molestata da un secondino del CIE di Milano che è stata accusata e condannata per essersi difesa, se si parla di autolesionismo vengono in mente i casi di ferite, ingestione di pile o lamette per ottenere un ricovero ospedaliero e cercare una evasione momentanea o definitiva dai CIE o per non essere caricati su un aereo FRONTEX che ti riporterebbe nel posto dal quale sei probabilmente scappato e dove sicuramente non vuoi tornare.
15.000, sono le morti accertate negli ultimi dieci anni durante le migrazioni via mare tra le coste del nord Africa e quelle del sud Europa in questi anni.
Perchè questo avviene? Chi è responsabile? Perchè un silenzio in parte complice e in parte inconsapevole circonda e nasconde tutto questo?
Per iniziare a parlare di questi fenomeni prendiamo come data di partenza il 1998, anno in cui entra in vigore la legge Turco Napolitano, che istituisce i Centri di Permanenza Temporanea (CPT), nei quali vengono rinchiusi i migranti irregolari. Da allora questi centri, che in realtà sono veri e propri campi di prigionia per migranti, non sono mai stati chiusi, sono aumentati di numero, hanno cambiato più volte nome (ma non sostanza) e hanno “migliorato” la loro opera di disumanizzazione dei prigionieri.
Colpevole in tutto e per tutto lo Stato e i governi che si sono succeduti in questi 12 anni (destra o sinistra la tendenza è rimasta la medesima) che hanno deciso di attaccare, colpevolizzare e criminalizzare la fascia più debole in assoluto di tutta la società, cioè coloro che non parlano bene la lingua, non conoscono le leggi, sono più facilmente ricattabili e sono meno integrati e quindi più facilmente isolabili.
Questo è avvenuto e questo continua a avvenire tutti i giorni.

Per attuare tutto ciò si sono utilizzati efficaci mezzi di propaganda e azione.
Tutte le fonti di informazione non si sono risparmiate nel criminalizzare il migrante qualunque cosa facesse, dai lavavetri di Firenze ai parcheggiatori della nostra città che più volte sono stati definiti addirittura “pericolosi”. Sono tornati in auge degli evergreen come quelli sugli zingari ladri di bambini o degli arabi che vogliono colonizzare il mondo.
Ci è mancato poco che qualcuno tirasse di nuovo fuori la “storiella” dei
Protocolli dei savi di Sion che il nazismo usò per perseguitare gli ebrei.
Insomma con un’attenta politica di razzismo prima strisciante poi sempre più palese – fino all’attuale esibizione di xenofobia – i governi e i media hanno creato il “mostro” del migrante, che ruba il lavoro al povero italiano, che stupra le donne e che farà fallire il paese perchè accetta lavori in nero (da datori italiani che non gli fanno il contratto) e perché è anche scroccone e non ha voglia di lavorare (ma come già detto ruba anche il lavoro agli italiani… per informazioni su questa contraddizione chiedere a Maroni).
La realtà è chiaramente ben diversa, una società in crisi in ogni settore ha bisogno di un nemico sul quale scaricare le sue colpe, magagne e inadempienze e sul quale far sfogare la frustrazione sociale.
Ha bisogno di un nemico dal quale difendersi per poter creare un apparato di controllo sociale, utile a reprimere i reali pericoli sociali, e conseguentemente militarizzare territori e città, spendere milioni di euro per la sicurezza sotto forma di eserciti, corpi di polizia, tecnologia militare (vedi le migliaia di telecamere messe in tutte le città d’Italia che probabilmente fanno stare più tranquillo solo colui che ha vinto l’appalto e le ha messe a sorvegliare alberi e pali della luce).

Un’opera così in grande stile ha però ancora bisogno di qualche tassello, come ad esempio nascondere il più possibile le vergogne ingestibili che, per forza di cose, una società così razzista compie.

Un caso esemplare lo abbiamo avuto fino a pochissimo tempo fa qui a Cagliari.
Il Centro di Identificazione e Espulsione di Elmas, ora chiuso dopo l’ultima rivolta, si trovava in territorio militare, quindi completamente inaccessibile ed inavvicinabile, infatti da questo luogo non uscivano notizie circa le violenze subite dai prigionieri. Questa scelta è stata fatta puntando alla rimozione mentale del problema: il CIE non lo vedi, non lo senti, vuol dire che non c’è.
Per fortuna i ragazzi che erano chiusi li dentro hanno avuto la volontà, o la disperazione, di trovare la forza per far vedere e sentire che loro esistevano ancora e non erano spariti in un buco nero.

Quasi di pari passo alla gestione del silenzio del fenomeno diretto, c’è la dichiarata e violenta volontà di far tacere le voci che si oppongono e tentano di combattere tutto questo.
Negli ultimi anni in tutta Italia, Cagliari compresa, per gli attivisti antirazzisti la polizia ha riservato buone dosi di manganellate e denunce,
nel tentativo di reprimere qualunque voce tentasse di rompere il silenzio che va sempre più creandosi intorno a questo fenomeno.
Intorno a quest’ondata di razzismo esistono degli enormi interessi economici: creare la condizione di clandestino vuol dire creare la condizione di schiavo, cioè colui che non si può ribellare a niente e nessuno, che è costretto a accettare qualunque cosa gli venga proposta o imposta, come salari da fame, lavori massacranti, orari interminabili e condizioni di vita inaccettabili.
L’alternativa non c’è, non esiste, o meglio, è il CIE o addirittura la morte, come ci ha raccontato a inizio anno la rivolta di Rosarno. Questo progetto di creazione del clandestino-schiavo è diffuso in tutta Europa, ovunque serve manodopera silenziosa e non pagata, in tutti i mega appalti da milioni di euro e migliaia di dipendenti il lavoro più oscuro viene affidato a questi schiavi del 2010.
C’è inoltre anche un business che gira intorno alla gestione dei CIE, anche se di proporzioni enormemente più piccole. Le ditte che ottengono gli appalti per la gestione dei centri sono pagate “a prigioniero”, hanno così interesse a mantenere pieni i Centri e che le permanenze durino il più a lungo possibile. A loro volta queste ditte subappaltano vari servizi ad altre ditte: normalmente la parte sanitaria dei centri è gestita dalla Croce Rossa Italiana che si è resa colpevole di inadempienze, maltrattamenti e false o sbagliate somministrazioni – un esempio su tutti: nei CIE non è necessaria la ricetta per avere gli psicofarmaci.
Anche le mense vengono date in subappalto, una delle ditte più presenti è la Sodexo, una multinazionale nota per la gestione dei buoni pasto che invece nei centri è diventata famosa per il cibo schifoso e per la complicità nel mettere sonniferi, psicofarmaci e altre sostanze nei cibi per anestetizzare i consumatori.

Un ultimo paragrafo, senz’altro il più difficile, va dedicato ai migranti in quanto persone, cercando di spiegare il meglio possibile, sperando di non risultare troppo presuntuosi, alcune delle situazioni che si trovano ad affrontare quasi quotidianamente.
Innanzitutto bisogna fare una prima e essenziale divisione tra i migranti di lunga data, cioè quelli che sono in Italia da vent’anni o più e che hanno probabilmente figli nati qua e hanno sempre lavorato – in nero o
no, nè più ne meno di tantissimi italiani – e quelli arrivati negli ultimi anni, cioè nel clima razzista attuale.
Specialmente i secondi hanno un percorso spesso per noi incredibile alle loro spalle, famiglie intere che decidono di investire o di indebitarsi su un solo membro della famiglia che faccia da apripista in Europa, che lavori e mandi i soldi perchè altri lo possano seguire. Già questo può far immaginare che tragedia sia per queste persone essere rimpatriati senza aver potuto saldare il debito che la famiglia ha contratto per loro.
Tralasciando, solo perchè indescrivibili, le difficoltà e i pericoli del viaggio verso le nostre coste, al loro arrivo si trovano in una condizione di totale impotenza, spesso senza un soldo, senza la conoscenza della lingua, senza di alcun tipo di contatto solo con la voglia iniziare una nuova esperienza di vita, perchè per molti è anche “solo” questo il motivo, proprio come alcuni di noi desidererebbero andare a a vivere a Barcellona o Berlino.
Quelli che riescono a sfuggire al controllo militarizzato delle coste si trovano in una società quasi completamente ostile, a fare la vita dell’imboscato, sperando di trovare un lavoro con contratto per poter ottenere il permesso di soggiorno o in attesa di ottenere lo status di rifugiato politico (status che lo stato italiano tenta di non riconoscere neanche ai palestinesi).
Per i fortunati che ottengono il permesso l’ansia di vita è probabilmente ancora maggiore, un reato minimo, la perdita del lavoro, la scadenza del contratto sono tutte cause che portano dritti dritti al CIE.
Ci sono casi di persone che erano in Italia con regolare contratto di lavoro da 20 anni e che quando questo è scaduto sono stati rinchiusi nel CIE e poi rimpatriati, o di altri che si sono presentati in una questura per il normale rinnovo del visto o del permesso e che invece sono stati anch’essi rinchiusi e deportati.

Tutto questo, e c’è molto altro ancora, è assolutamente inaccettabile, sessantacinque anni fa l’Europa credeva di aver chiuso definitivamente con il razzismo, con i lager e le deportazioni, oggi il fenomeno si ripropone.
In tutta Europa sono presenti campi di prigionia per migranti dai quali escono solo persone disumanizzate e storie disumane.
Il silenzio che è stato creato intorno a questo fenomeno è complice.
Rompiamo il silenzio, basta frontiere.

 

BREVE STORIA DEI CENTRI DI
DETENZIONE PER MIGRANTI IN ITALIA
Gli attuali CSPA prima denominati centri di permanenza temporanea (CPT) e in seguito centri di identificazione espulsione (CIE), sono strutture istituite dalla legge Turco – Napolitano del 1998 per “ospitare” gli stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera o reimpatrio forzato nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile.
I CSPA sono da intendersi come i terminali delle politiche razziste italiane ed europee miranti a gestire i flussi migratori. Essi hanno la funzione di consentire accertamenti sull’identità di persone trattenute in vista di una possibile espulsione, ovvero di trattenere persone in attesa di un’espulsione certa.Nell’ordinamento italiano i centri di detenzione per migranti costituiscono una triste novità: prima non era mai stata prevista la detenzione di individui a seguito della violazione di un semplice illecito amministrativo (quale il mancato possesso di un documento).
I CIE non sono solo un fenomeno italiano, sono invece uno strumento diffuso in tutta Europa frutto degli accordi di Schengen del 1995. Accordi ispirati da una parte a una netta chiusura nei confronti dei crescenti flussi migratori, dall’altra a un’intolleranza razzista per i migranti.
In questo contesto, si sono fatte sempre più forti le restrizioni al diritto di asilo, tradizionalmente riconosciuto da ogni carta costituzionale.Nel 1998 viene approvata dal governo Prodi la legge Turco – Napolitano, con la quale come anticipato vengono istituiti i CPT. Nel luglio 2002 il governo Berlusconi ha approvato una nuova legge sull’immigrazione, la cosiddetta Bossi – Fini; nel maggio 2008 un decreto legge per:”Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”, viene poi convertito in legge, i Centri di permanenza temporanea vengono rinominati in “Centri di identificazione ed espulsione”.

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