ABDEL? UNA STORIA COME TANTE

A. I., storia di uno dei tanti..

32 anni, in Italia da dieci anni, Cagliari, Milano poi ancora Cagliari.

I primi di Dicembre viene fermato dalla pubblica forza appena qualche giorno dopo la nascita del suo primo figlio e appena qualche giorno prima del riconoscimento che gli sarebbe valso il permesso di soggiorno di famiglia.

Viene spedito al CIE di Milano, la sua presunta colpa come quella di tutti gli “ospiti” dei CIE è quella di non aver un documento, un pezzo di carta che lo stato italiano tanto si impegna a non far avere a migliaia di persone che come noi vorrebbero vivere in questo paese.

Qualche giorno prima delle festività natalizie si ribella insieme ad altri prigionieri contro l’insostenibile situazione che si vive dentro questi veri e propri lager.

L’indomani viene trasferito al lager di Torino, qui riesce a mettersi in contatto con chi da fuori lotta contro il razzismo e i CIE, che vista la situazione gli da’ i nostri numeri e lui si mette in contatto con noi.

Presi i contatti con lui troviamo un avvocato che segua il caso, mentre noi cerchiamo di trasmettere solidarietà e umanità a persone che sono disumanizzate ogni giorno, e in quei momenti si capisce ancora meglio cosa sono i CIE, le chiamate quotidiane, i racconti, il tono della voce, danno solo un idea di cosa si viva.

Il 6 Gennaio scade il primo foglio di permanenza nel CIE, vuol dire che A. potrebbe essere espulso da un momento all’altro, da un giorno all’altro. E di espulsioni da Torino ne vengono fatte quasi tutti i giorni.

L’avvocato può forse bloccare almeno momentaneamente questo procedimento per avere il tempo per tentare di ottenere il permesso di soggiorno.

Dopo una settimana di ansie e paure arriva finalmente il foglio, è il 14 Gennaio, per un altro mese A. sarà prigioniero ma non sarà espulso.

Le pratiche per il riconoscimento subiscono complicazioni familiari.

Nel frattempo la prigionia si fa’ sempre più dura, un giorno a lui e ai suoi compagni di cella vengono servite per pranzo erbe di campo bollite, due giorni dopo sette finanzieri lo portano in un angolo lontano dagli sguardi elettronici delle telecamere del CIE e lo pestano, sotto l’occhio umano e attento dei crocerossini una volta di più complici di tutto.

Il 6 Febbraio, squilla un telefono a Cagliari è A., voce più cupa del solito, dice “Mi stanno facendo l’espulsione”, “Sono a Malpensa”. L’avvocato non può fare niente.

L’aereo parte A. torna in Marocco, dopo dieci anni, qualche ora in una caserma poi fuori, purtroppo fuori da tutto, specialmente per qualcuno fuori dall’Europa.

Uno dei tanti, una storia come tante, fatta di soprusi, sfruttamento, fughe, ritorni, CIE, pestaggi e per finire un rimpatrio forzato, senza preavviso e prima dei termini.

Trenta lager per migranti in Italia raccontano ogni giorno storie come questa, presto riaprirà un lager anche qui a Cagliari, non lasciamo che questo avvenga nel silenzio, proviamo a dire IO NON CI STO.

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