IL CIE DI GRADISCA DEVASTATO DALLE RIVOLTE DEI PRIGIONIERI

La notizia è ufficiale: dopo questi due giorni di rivolte il Cie di Gradisca è al collasso. Date una occhiata all’articolo uscito quest’oggi su di un quotidiano locale, che conferma dal lato dei questurini quello che già i reclusi ci hanno raccontato: in tutto il Centro le camerate ancora utilizzate sono solo sei o sette per centoquaranta persone. Tanto che si comincia a parlare della lontana possibilità di dover liberare dei prigionieri che non si sa più dove mettere…

Aggiornamento – ore 14.00. Il Centro di identificazione ed espulsione di Gradisca non esiste più. Le ultime camerate che rimanevano sono state distrutte o rese inagibili dai rivoltosi questa mattina. Praticamente, del Cie rimane solo il cortile, dove sono stati ammassati tutti i prigionieri.

Leggi l’articolo.

«Tensione alle stelle al Cie: la struttura gradiscana cade a pezzi dopo la seconda giornata consecutiva di disordini. Ed è prossima al sovraffollamento. Anche ieri all’ex Polonio decine di immigrati hanno devastato le stanze, appiccando il fuoco in altre 4 celle e rompendone le vetrate per esporle al gelo e renderle inutilizzabili. Con mezza dozzina di spazi inagibili dopo la rivolta di giovedì, le stanze integre rimangono appena 6 o 7. All’ex Polonio non sta più uno spillo: 142 gli ospiti presenti, ben oltre la capienza attuale già ridotta – ironia della sorte – per la concomitante ristrutturazione. In stanzoni da 8-10 posti letto rischiano di dormire 20 e più persone. A meno che non inizi un progressivo svuotamento «che però significherebbe cedere al ricatto dei dimostranti e ammettere il fallimento delle politiche di rimpatrio» vanno giù duro i sindacati di polizia. La protesta ieri ha toccato l’apice dopo le 14, quando i vigili del fuoco sono intervenuti per sedare le fiamme. Un’intera sezione di fatto è in mano agli immigrati. A fine giornata nessun ferito fra gli ospiti e le forze dell’ordine, che l’altro giorno avevano arrestato e tradotto in carcere 5 tunisini con l’accusa di danneggiamento. Farebbero parte del contingente di 50 profughi trasferiti da Lampedusa. L’emergenza al Cie arriva nel momento peggiore. Gli operatori denunciano nuovi ritardi nell’erogazione degli stipendi. I sindacati di polizia protestano per le persistenti carenze di organico e i ritardi nei lavori iniziati proprio in questi giorni di tumulto seppure invocati da anni. L’obiettivo dei migranti, forse suggerito da regia esterna, è sfruttare questo momento di precarietà per rendere inagibili tutte le stanze. Ed incrementare le chance di fuga, di trasferimento o addirittura di rilascio seppure con l’intimazione – mai rispettata – di lasciare il territorio nazionale. Il rischio è denunciato da Angelo Obit, del Sap: «La risposta dello Stato deve essere ferma. Nessuno dei dimostranti va liberato, magari scegliendo quelli con minori precedenti penali. Significherebbe cedere». Altre misure invocate dagli agenti: niente nuovi arrivi sino alla completa efficienza strutturale e organica, immediato ripristino delle camerate, sistemazione provvisoria dei trattenuti in quelle agibili, divieto di detenere accendini. «Qualsiasi segnale diverso – conclude Obit – significherebbe ammettere il fallimento».


 

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