COME IL VENTO

come il ventoIl 28 novembre esce il film Come il vento sulla vita di Armida Miserere. Il film ripercorre la vita di una delle prime donne direttrici di carcere, e, con il solito taglio revisionista, ne da un’impronta buonista e preme sul lato sentimentale della vita della direttrice, suicida a Sulmona nel 2003.

La Miserere soprannominata dai detenuti dell’ Ucciardone (Palermo) la Femmina bestia, ha iniziato la sua carriera a 28 anni, figlia di militare e laureata in criminologia inizia lavorando nelle carceri di mezza Italia: Voghera, Ucciardone, Lodi, Milano e tanti altri per finire con Sulmona. I diversi soprannomi che le diedero i detenuti erano specchio della sua ferrea disciplina. In un’intervista disse che i detenuti sanno solo lamentarsi e che lei apprezzava i detenuti che sopportano la detenzione e non si rivolgono alle istituzioni per richiedere trattamenti risocializzanti o che fanno degli esposti, sostenendo che il carcere non è un grand hotel.

Nel 1990 il suo compagno che lavorava con lei in carcere venne ucciso in un agguato di camorra. La vita della direttrice da allora non fu piu’ la stessa e la portò ad un lento declino culminato nel suicidio.miserere

Il cinema italiano negli ultimi anni ha preso una strada antipatica e pericolosa. In diversi film mira a dare uno sguardo diverso e spesso revisionista a tante delle vicende oscure italiane. Quello che negli anni 70/80 si era distinto come un cinema d’inchiesta e di denuncia in tutti i diversi generi cinematografici si è ora trasformato in uno strumento utile al potere per fornire il suo sguardo alle vicende raccontate.

Così nel tempo si sono succeduti film come Diaz, Acab, Romanzo di una strage che danno agli spettatori una doppia sensazione : lo sdegno per l’accaduto ma anche il dubbio e la speranza che ci siano dei “poteri buoni”.

Il film Come il vento ha lo stesso scopo, lo sdegno per le condizioni carcerarie, ormai sulla bocca di tutti, ma anche rivalutare una figura come quella della Miserere.

In alcuni racconti di detenuti si possono leggere però la ferocia e la disciplina di una donna che girava per i corridoi con la mimetica e che sosteneva che all’arrivo in un nuovo carcere lei doveva fare il giro delle mura per marcare il territorio come i cani, parole sue.

Le sue invettive contro i carcerati sono frutto delle condizioni di tortura che gli stessi prigionieri subiscono anche tutt’ora. Le condizioni di vita dei condannati sono sempre una voce in secondo piano rispetto alle voci istituzionali, come se lamentarsi fosse una condizione naturale del detenuto e quindi un qualcosa di interesse minore. Credo invece che siano le voci piu’ vere e reali di cio’ che accade tra quelle mura.

Se ripercorrerete libri e storie sulle carceri scoprirete chi era realmente Armida Miserere e quanto i suoi nomignoli fossero meritati. Un libro che possiamo consigliarvi e’ Mi bastava uno spicchio di cielo delle edizioni Archiviu biblioteca T.Serra, sulla storia di Francesco Catgiu che ebbe la sfortuna di conoscere direttamente la direttrice.

Per quanto mi riguarda credo che questo tipo di operazioni mediatiche vadano boicottate in toto. Non andare a vedere il film è un modo per far capire che si è stanchi di questo tipo di cinema. Non andare a vedere il film serve a capire che chi tortura nelle carceri non ha niente di bello da raccontare e che il suo ricordo sarà solo passeggero e non lascerà nulla, se non fastidio, proprio come, a volte, fa il vento.

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