No al 41 Bis, no alla tortura

Ieri si è svolta un’udienza a carico di Nadia Lioce, presunta colpevole di un battitura che “ha disturbato la quiete” del carcere di L’Aquila, dove è detenuta sotto il regime del 41bis. La battitura incriminata risale a più di un anno fa’ quando una circolare del DAP comunicava che i prigionieri sottoposti a 41bis non avrebbero più potuto ricevere libri. Da allora la situazione è ulteriormente peggiorata, Nadia fatica anche a comprare i libri della lista che il carcere concede. Per questo probabilmente qualche notte fa degli ignoti hanno attaccato uno striscione a un ponte all’ingresso di Cagliari, per portare un pò di solidarietà a Nadia nel giorno dell’udienza per quella battitura. NO AL 41BIS, NADIA LIBERA, TUTTE LIBERI.IMG_1614.JPG

A questa notizia alleghiamo un bellissimo articolo pubblicato su moras:

Nadia Lioce è una prigioniera politica sottoposta a regime di 41 bis ed è sotto processo per “oltraggio a pubblico ufficiale e disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone”. Sono anni che la prigioniera è stata oggetto di sequestro dei libri, quaderni e riviste, scritti personali e documentazione riguardante i suoi processi; un accanimento duro e meschino solo come lo Stato riesce a fare. In carcere si muore, si è uccisi, si viene maltrattati e umiliati e impedire ad un detenuto di leggere e scrivere è come toglierli lentamente l’aria per respirare, le emozioni per sperare e i sogni da coltivare.

 … ecco perché un libro è un fucile carico, nella  casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Castriamo la mente dell’uomo.

La protesta della Lioce è nata dopo l’applicazione della circolare del Dap, il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, che stabilisce di poter mantenere solo due libri in cella e di non poter riceverne altri se non acquistandoli tramite il carcere e previa autorizzazione. Ora va sotto processo perché ha voluto protestare per questo sopruso, battendo le sbarre con una bottiglia d’acqua, accompagnando la battitura col suo odio, disturbando “il quieto vivere” del non vivere dentro un ammasso di cemento armato, armato dallo Stato, vendicativo e oppressivo.

 Sono un temperamento asociale, dicono. Non mi mescolo con gli altri. Ed è strano perché io sono    piena di senso sociale, invece. Tutto dipende da che cosa s’intenda per senso sociale, non vi sembra?

Lo Stato col 41 bis cerca l’annientamento totale, isolando i detenuti 23 ore al giorno, garantendo un      unico colloquio al mese di un’ora, impedendo il contatto diretto tramite vetri, telecamere e citofoni e tutto non per la sicurezza, vista la struttura di queste galere, ma col solo scopo di incidere e spezzare l’identità personale del detenuto. Togliere la scrittura e la lettura ai prigionieri significa togliere l’unico modo di resistere alla deprivazione sensoriale, l’unico modo di farli “esistere”. In alcune carceri c’è il divieto di tenere uno specchio in cella, non puoi guardare il tempo che attraversa il tuo corpo, il tempo che ti hanno tolto, il sopruso che solca il tuo viso.

Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.

I detenuti sotto il regime del 41 bis sono circa 700 ma ormai è la strada tracciata per la detenzione in generale, per chi alza la testa, per chi pretende di vedere il proprio viso che riflette in uno specchio un sorriso d’odio verso gli aguzzini, per chi con uno sforzo immane riesce ad essere libero in mezzo alle catene. Aguzzini contro il tempo, di un potere vendicativo pronto a giocarsi la partita fino in fondo, con la tortura e l’annientamento umano.

E’ un bel lavoro, sapete. Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. E’ il nostro moto ufficiale.

Nadia Lioce con la sua bottiglia d’acqua ha infranto la supremazia totalizzante del carcere, ha trasformato  la rabbia del silenzio in un urlo di forza, determinato a riprendersi le sue parole, a riscrivere le sue storie, a mettere su pagine le emozioni  della sua resistenza; una partigiana, dentro una tomba di cemento armato, armato dallo Stato.

E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: NOI RICORDIAMO, noi non dimentichiamo. Ecco dove, alla lunga, avremo vinto noi.

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