L’Avvoltoio, quando il teatro diventa…

“L’Avvoltoio, quando il teatro diventa inchiesta”, titolo di un articolo della Nuova Sardegna, 30 Novembre 2017.

“Il mio teatro nasce per rompere il silenzio”, dichiara Anna Rita Signore (curatrice di testo e indagine dello spettacolo) sempre alla Nuova Sardegna, 3 Dicembre 2017.

Dalla locandina dello spettacolo: «Un ringraziamento particolare al Procuratore Domenico Fiordalisi e al suo lavoro ostinato, difficile, scomodo. Senza la sua inchiesta sui veleni del Poligono, L’Avvoltoio non sarebbe nato.»

Forse sarebbe bastato ascoltare il conato provocato dalla lettura di questo ringraziamento verso Fiordalisi, per capire che da questo spettacolo non ci si poteva aspettare molto, ma invece sono andato a vederlo e vi scriverò cosa ne penso.

Molti forse troppi, degli spettatori che in queste settimane hanno affollato il Teatro Massimo hanno invece probabilmente letto i titoli, sopra riportati, dei quotidiani sardi, che non potevano far altro che apprezzare la retorica giustizialista di cui L’Avvoltoio trasuda già dalla locandina. E così replica dopo replica L’avvoltoio è stato un successone. Non capisco molto di teatro quindi non starò qui a giudicare la bravura o meno degli attori, degli stratagemmi narrativi e scenici (tra l’altro molto apprezzabili), cercherò invece di spiegarvi perché a metà dello spettacolo ho pensato seriamente di alzarmi e tornare a casa.

Palesemente nelle intenzioni del regista e della sceneggiatrice, c’era la volontà di fornire alla platea il maggior numero possibile di informazioni riguardanti la sindrome di Quirra, affinché insieme alle emozioni provocate dalla recitazione degli attori gli spettatori potessero capire quanto grave sia la situazione, e sappiamo bene che lo è. La parte agghiacciante ha inizio quando appare sul palco la figura del procuratore, che viene prima incensato come una specie di santo giunto in Sardegna camminando sul Tirreno, del quale vengono elencate le nobili questioni di cui si è occupato in carriera e ovviamente dimenticando le pellacce della gente su cui ha fatto carriera (che probabilmente ora marciscono nelle patrie galere). Da qui in poi (tranne un’unica frase, dove padre e figlio nominano la guerra e la complicità di chi vive affianco a un poligono e volta la faccia) lo spettacolo si occupa solo di far vedere quanto siano cattivelli e furbetti i militari a nascondere e inquinare le prove delle loro malefatte all’interno del PISQ, come siano abili a trovare stratagemmi burocratici per salvarsi dal  superprocuratore che più di Batman cerca la giustizia, addirittura vivendo in caserma, lontano dalla famiglia e protetto dagli sbirri, assai preoccupati da una scritta apparsa su un ponte…

La risultante è che Fiordalisi è il nostro salvatore, la nostra unica speranza, che se gli otto alti ufficiali oggi sotto processo verranno condannati noi saremo a posto. Della Sindrome, della guerra che ogni giorno viene preparata a Quirra (e negli altri poligoni sardi e non), delle bonifiche, dell’etica, dell’antimilitarismo a noi non ce ne deve fregare niente, l’importante è che il nostro superprocuratore vinca la sua battaglia contro otto alti ufficiali, sacrificati all’altare della patria dai loro superiori, per dimostrare che ogni tanto anche l’esercito può essere giudicato, specialmente se la fa troppo sporca come al PISQ.

Poi finisce lo spettacolo, e ti chiedi solo io avrò pensato che il problema più grande non sono questi cavolo di otto alti ufficiali e questa cavolo di inchiesta, ma il fatto che il PISQ esista e ogni anno vada potenziandosi? Che le guerre sempre più spesso partono dalla Sardegna?

Purtroppo la risposta è si, lo scroscio degli applausi, l’entusiasmo delle urla di persone che vanno al Teatro Massimo per lavarsi la coscienza era pari al mio disappunto, e più urli più ti sei ripulito. Alcuni addirittura si commuovono, gli attori devono tornare sul palco tre volte perché gli applausi non cessano, e io per poco non cado in una sincope.

Forse avrei dovuto capire che non era una buona idea andare a vedere questo spettacolo dalla frase della locandina, e invece ho fatto bene, perché ancora una volta ho visto come l’opinione e l’apparenza siano le uniche cose che veramente contano nella testa di troppe persone.

Concludo pensando che sarebbe bello, darebbe un’altra forma al progetto di questo spettacolo, se regista, sceneggiatrice e attori avessero voglia di portarlo nelle scuole degli undici paesi intorno al PISQ, per vedere e vivere le reazioni, per vedere se gli applausi si trasformano in fischi o no, per capire se veramente vogliono che il loro teatro “rompa il silenzio”.

 

 

 

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