Antimilitarismo, giornalismo e pacifismo: una risposta.

Riceviamo e pubblichiamo:

Questo scritto non vuole essere una posizione collettiva o propria di un gruppo, ma solo la posizione personale di un compagno antimilitarista sardo, in risposta a due articoli riguardanti dei fatti che hanno visto protagonista chi scrive.                                               Sono gradite critiche e contributi.

ANTIMILITARISMO, GIORNALISMO E PACIFISMO: UNA RISPOSTA.

“Noi non siamo terroristi né criminali. È proprio perché amiamo la vita, perché gioiamo di fronte allo spirito umano, che siamo diventati combattenti per la libertà contro questo sistema razzista, imperialista e mortifero.”

David Gilbert

 Sono passati due mesi esatti dalla Due Giorni contro la RWM (7-8 aprile 2018), un’iniziativa in cui un gruppo di compagni/e si è impegnato, con energia, tempo e determinazione.

 È necessario, per me, mettere bocca su una questione nata durante la Due Giorni: la cacciata di due giornalisti di Videolina/TG3. Non ho commentato finora l’accaduto, se non in prima persona, confrontandomi con alcuni/e compagni/e:  perché credo che il report mandato in televisione parli per sé, perché ritengo che chiunque possa solidarizzare con la causa antimilitarista possa capire, non dico condividere, un gesto simile, una risposta a tono al comportamento di quei due giornalisti. Perché, nonostante io sappia che una parte del movimento contro le basi militari e l’occupazione della Sardegna non condivida quanto ha visto in televisione (anche se il tutto è caduto nel nulla, com’era ovvio che fosse), non faccio un passo indietro sulle mie azioni e me ne assumo completa responsabilità, davanti a chiunque voglia recriminarmi qualcosa. Rispondo io, delle mie azioni e delle mie scelte.

 Ma adesso, a due mesi dai fatti, non riesco ancora a mandare giù il boccone amaro. Un giornalista del Manifesto Sardo, una persona reputata un “compagno”, ha commentato l’accaduto, pochi giorni dopo la Due Giorni, con un articolo, a dir poco spiacevole. Prende le distanze. Classifica le azioni antimilitariste in quelle positive, ovviamente quelle che pratica e teorizza lui stesso (sarei curioso di scoprirne l’entità), e quelle negative. Unico discrimine: la non-violenza. Sostiene, che “la nonviolenza fa parte dell’identità politica della sinistra moderna” e che, di conseguenza, “le azioni di aggressione contro la stampa da parte di alcuni movimenti antagonisti segnino una scissione definitiva, una distanza radicale, tra chi, liberato dalla violenza, pratica atti di resistenza e liberazione per cambiare lo stato delle cose esistenti e chi invece giustifica l’orrore della violenza fingendo di ottenere cambiamento.”.

Si dichiara solidale con i giornalisti cacciati, senza conoscere minimamente lo svolgimento dei fatti, non avendo chiesto nulla ai compagni coinvolti che lui conosce di persona, ma prendendo per buono tutto quello che viene mostrato e detto dalla stampa. Aggiunge una piccola e confusa analisi del ruolo della stampa odierna, non affrontando il punto della decisione presa quella domenica in cui vennero cacciati i giornalisti. Si dimostra completamente interno alla categoria di quei giornalisti (come quelli cacciati) che sfoderano giudizi e accuse appena una minima onda turba la tranquillità delle loro acque, dimostrando di essere al soldo del potere, proprio quel “potere orribile” di cui tanto parla. La posizione di questo giornalista, la sua effettiva dissociazione, dimostra quanto qualcuno ha detto e scritto in passato per situazioni analoghe: “Crobu cun crobu non sindi’ogad’ogu”.

 In un altro articolo di un paio di settimane dopo, rimarca la sua posizione dissociatoria, nonostante gli fosse stato fatto notare subito la natura del primo articolo e lasciato uno spazio per un confronto. Dice: “per questi motivi non ho più nessuna intenzione di aderire e dare ossigeno a iniziative estemporanee, minoritarie e autoreferenziali organizzate da poche persone che rifiutano di fare rete utilizzando l’urgenza della fine delle guerre.” Sostenendo come motivi la lotta per la pace e la riconversione della RWM. A questo punto, quale pace, mi vien da chiedere?

 Come possiamo pensare di lottare contro chi ci opprime, contro chi sfrutta noi e la nostra terra? SOLO con la pace? Solo con il millantato pacifismo, per alcuni insito nell’antimilitarismo? Antimilitarismo non è sinonimo di pacifismo. Che sia chiaro. Io non sono un pacifista. Sono contro lo sfruttamento della mia terra, la guerra ed il suo mondo, e per questo sono disposto a dare me stesso con tutti i mezzi che siano a disposizione e che siano nelle mie corde. Questo vuol dire che io condivido determinati metodi e capisco anche le pratiche che non mi appartengono, come appunto quella pacifista, ma non ne prendo le distanze. Le posso criticare, non prenderne parte, ma mai ne prendo le distanze. Perché credo che “se siamo divisi, vince il padrone” come canta ancora qualcuno. Divisi tra quelli che solidarizzano per una causa, soprattutto una grande come la smilitarizzazione dell’isola sarda. Ogni azione, che sia di massa, clandestina, comunista, anarchica, indipendentista, purché legata alla causa antimilitarista in Sardegna, a me parla e strizza l’occhio. Perché anche se non nelle mie corde, so che abbiamo un obiettivo in comune e, ognuno con i suoi metodi, ognuno secondo le proprie necessità, lottiamo tutti insieme per raggiungerlo. “Tanti modi, un’unica lotta”, come si dice da qualche parte.

 Ma evidentemente per qualcuno è necessario classificare, discriminare, giudicare dall’alto della propria tastiera, le azioni, le scelte e le decisioni altrui, ponendole in cattiva luce per ingraziare la propria posizione agli occhi di chi legge, in nome di un fantomatico consenso e in nome di una “pace”. Risulta, ora, evidente di che pace si parla: la pace e la pacificazione sociale, il recupero di tutto ciò che in anni di lotta è stato smosso grazie al sacrificio di tanti/e, in tutti i metodi di lotta. Questo sdegno a una “violenza” (neanche vera peraltro) verso i giornalisti mostra quindi i veri colori di quei “compagni” di una sinistra che rientra negli schemi del potere, negli schemi autoritari di chi si permette di giudicare, senza mettersi in gioco.

 Bene, io dico che sono questi coloro che “non vogliono fare rete”. Perché questi, chiusi nella loro mentalità, non vogliono capire che per quanto loro possano dichiararsi non violenti, la loro pratica, la loro identità non è quella dell’intero movimento. Fare uso della violenza è una scelta. Una scelta difficile per alcuni, meno per altri, ma non perché si ama la violenza e si è di animo violento: tutto il contrario. La violenza che viene perpetrata su di me e sulla mia terra è più grande di qualsiasi io possa mai esercitare, per cui mi trovo forzato a scegliere determinate pratiche, di cui in altre circostanze farei volentieri a meno. Non ho la pretesa che tutti adottino le stesse pratiche, come invece vorrebbe qualcuno.

 Vorrei che si capisse che prendendo le distanze dalla scelta di metodo di alcuni/e, pulendosene le mani, non si ottiene nessun passo avanti verso la smilitarizzazione della nostra terra, come dice di sostenere il “compagno”, tanto meno alla “rivoluzione” (sempre che questi ci credano, o non è parte dell’identità della sinistra moderna?). Ripeto: non ho alcun problema se qualcun non condivide le mie pratiche, le mie idee e le mie scelte, perché sono conscio della diversità che corre nella composizione del mondo antimilitarista. Una diversità che andrebbe valorizzata, purché parli dentro di sé. Ecco, credo che questo concetto sfugga agli occhi dei sinistri pacifisti. Se credete di aver la verità in tasca, vi sbagliate di grosso. Se pensate di essere migliori di qualcun altro, pensateci due volte.

 Le critiche sono sempre ben accette, in quanto appunto discussione all’interno della diversità di un movimento. Ma questo fare giudicante e dissociatorio non è accettabile. Lo ritengo profondamente dannoso, mille volte più di quanto si possa pensare che una cacciata di due giornalisti possa essere. Lo ritengo, come ho detto, rientrante negli schemi del potere, in quanto fattore di divisione nel movimento. Una divisione che in questo momento fa tanto comodo a coloro contro cui ci battiamo e contro cui questi professano di agire in non-violenza, e che invece colpisce la galassia antimilitarista sarda in un momento in cui dovrebbe cercare di stare unita e lavorare insieme per superare le difficoltà in cui tergiversa attualmente la lotta. Ognuno con i suoi mezzi.

 Continuino a pulirsi la faccia, facendosi belli per chi vogliono illudere, forse per un voto o forse solo per una visualizzazione in più per il nuovo articolo scritto. Continuino a giudicare e a rendersi pedine dell’autorità che sfrutta tutti quanti. Continuino, sotto le spoglie dell’informazione delle masse e della sinistra moderna, a fare il gioco Loro, invece di accettare le differenze e collaborare per un fine comune.

 Non auspico, né mi aspetto, scuse o rimozione di articoli e neanche risposte da parte di qualcuno tra questi “compagni”: quello che avevano da dire lo hanno detto, bene e chiaramente. Così come anche io, adesso. Nonostante le loro prese di posizione, le loro gerarchie e le loro discriminazioni verso di me e altri/e compagni/e, io lotterò.

 Lotterò, assieme ai/alle miei compagni/e e a chi mi è solidale, cercando (per quello che mi riguarda) di coinvolgere quante più persone riesca, con ogni mezzo mi sia disponibile e che porti me e chi mi circonda un passo più vicino alla smilitarizzazione della Sardegna, alla liberazione dall’oppressione sociale, a un mondo migliore in cui la violenza non è più necessaria.

 Per una terra senza militari, bombe, confini, imposizioni e violenza.

Un compagno cagliaritano

10/06/2018

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