A proposito di telecamere, alberghi di lusso e colonialismo

Riceviamo e pubblichiamo:

Oggi sulla Nuova Sardegna, due articoli interessanti che permettono una piccola digressione. Da una parte l’ufficializzazione e lo stanziamento di fondi (20 milioni) per la nuova rete di videosorveglianza in tutti 377 comuni sardi, dall’altra il progredire dell’intesa tra imprenditori miliardari cinesi e Pigliaru per una forte riqualificazione turistica.

http://www.lanuovasardegna.it/regione/2018/07/07/news/i-cinesi-a-pigliaru-miliardi-da-investire-nella-vostra-isola-1.17040962

 http://www.lanuovasardegna.it/regione/2018/07/07/news/telecamere-in-arrivo-in-tutti-i-comuni-dell-isola-1.17040963

Effettivamente non è cambiato niente dagli anni 60 in Sardegna. Si investe, si sfrutta tutto quello che è possibile e si controlla e si tiene a bada quello che rischia essere una minima dissidenza o voce fuori dal (de)coro. Prima installazioni militari e poliziesche ed industria pesante, adesso telecamere, aerospazio e riqualificazione turistica. Non sorprende che gli imprenditori cinesi siano rimasti “affascinati dalla genuinità e dai silenzi della nostra terra”, perché di silenzio e controllo sociale si parla.

 Il tutto ovviamente ricoperto dalle solite giustificazioni che s’insinuano per appiattire qualsiasi tensione avversa. Si tratta quindi di un intervento che mette la Sardegna in pari con l’Italia, qui dove la videosorveglianza è definita “indispensabile e obbligatoria in una regione che è al quarto posto, in Italia, per numero di attentati agli amministratori comunali. Sono stati otto, nei primi sette mesi dell’anno, più di uno ogni trenta giorni.” legandola al cosiddetto diritto ad avere paura e al bisogno dei cittadini di sentirsi sicuri e protetti (da cosa?). Sicuri di essere spiati. Protetti nel completo isolamento e controllo.

 Il risultato di questa combinazione di interventi può già essere visto in alcuni posti sparsi in Sardegna. Un esempio è in Piazza Unione Sarda (Cagliari), dove un cinema, dei ristoranti, un supermercato, un parcheggio a pagamento e la sede giornalistica sono circondati da occhi freddi a 360 gradi, disposti ovunque attorno un piazzale dove il decoro regna sovrano, in un quartiere prossimo al mirino della riqualificazione.

 Le fila dei sudditi vengono costantemente e pervasivamente tenute d’occhio da una parte e dall’altra si aprono le porte, ancora una volta, all’investimento coloniale. In una isola sempre più spopolata, come meglio incidere sul territorio se non sfruttandolo ulteriormente a favore degli interessi esteri da 270 miliardi? Mentre gli autoctoni vengono coatti negli spiragli lavorativi asfissianti e limitati in ogni loro agire, la terra viene piegata a essere il paradiso degli altri, dei ricchi, “delle lussuose crociere internazionali”. Il Golden China Fund afferma che “la Sardegna è un paradiso e siamo convinti che questo sia per ora l’unica isola turistica in cui preso potremmo investire una buona parte del nostro capitale”.

 Tra basi militari, alberghi a 5 stelle cinesi, piazze lussuose, videosorveglianza capillare, politica del decoro e ricatto occupazionale, la Sardegna continua a essere una colonia dell’Italia e del Capitale mondiale: un territorio tanto fruttuoso alle classi medio-alta e soddisfacente per i consumatori abbienti in vacanza quanto oppressivo per chi fatica a portare il pane a tavola e a pagare l’affitto.

 Occorre liberarsi dalle pesanti catene coloniali che gravano su di noi e rompere il dominio del decoro e del lusso che silenzia e asservisce tutto.

M.

08/09/2018

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