Sullo spazio degli uomini nella lotta contro il patriarcato.

Pubblichiamo un’altra corrispondenza dall’estero.

Questo scritto vuole essere uno spunto di riflessione e un contributo alla discussione in merito ai percorsi di autocoscienza di genere e di lotta anti-sessista partecipata. È uno dei pochi testi che, per me, in quanto uomo maschio, affrontano una questione interessante all’interno delle lotte di genere, ossia l’approcciare il “post-autocoscienza”. Nel senso che, assodato che non si smette mai di mettersi in discussione per smontare le dinamiche oppressive e di privilegio maschile, ci si deve interrogare su cosa resta. La ricerca dei nuovi punti di riferimento a cui accenna lo scritto non è altro che un lavoro di ricostruzione del genere maschile in maniera non-oppressiva, bensì anti-sessista, per chi in quel genere si sente di inscriversi. È anche occasione di scoperta di sé e di navigazione nei meandri più reconditi e “repressi” del proprio essere.

Lo scritto è tradotto dal francese, l’originale (che allego) è stato pubblicato sul sito http://remuernotremerde.poivron.org , un blog-biblioteca che si occupa di pubblicare e fornire documenti, scritti e articoli che hanno come filo conduttore la visione maschile della violenza di genere e del patriarcato. Tratta argomenti come la contraccezione, le relazioni libere, il sesso e il legame uomo-patriarcato, e contiene pubblicazioni in francese, inglese e spagnolo, per quello che ho potuto vedere.

Spero fornisca spunti di riflessione per compagni e compagne.

Buona lettura.

M. 

A proposito dello spazio degli uomini nella lotta contro il patriarcato.

Se il tipo di uomo o donna sembra a priori determinato dalla biologia, nel momento in cui ci si interroga sulle proprietà, dette femminili o maschili, che producono questa distinzione, queste si dimostrano appartenere molto più al sociale. Le caratteristiche di genere (il concetto di genere – sesso sociale – permette di fare una distinzione con la biologia) sono estremamente variabili da un capo del pianeta all’altro, persino da un momento della vita della stessa persona a un altro, secondo i rapporti socioculturali che reggono le diverse comunità umane. E anche se il modello patriarcale è ultra dominante, ciò significa che un cambiamento è possibile e che un altro sistema è concepibile.

Il patriarcato siamo noi!

I rapporti sociali di genere si appoggiano tanto sulla illusione naturalista della superiorità maschile che sulla riproduzione tra gli uomini della visione gerarchica dei rapporti uomini/donne. Essere uomo, anche in mezzo agli uomini, vuol dire essere il più forte, il migliore, colui che agisce, produce. Gli altri, alcuni omosessuali, i deboli, coloro che non vogliono – o non possono – guadagnarsi ciò che gli spetta sono assimilati nel genere maschile – compreso nella lingua – alle donne.”

M.-F. Pichevin, D. Welzer-Lang, «Préambule», Des hommes et du masculin.

E dal momento in cui ci si ritrova dopo dei percorsi di costruzione sociale, di apprendimento e di rapporti di forza, nella posizione dominante, non c’è oggettivamente alcun motivo per cui scendere dal proprio piedistallo.

Noi (gli uomini nella loro globalità) abbiamo uno spazio di scelta nel sistema patriarcale, nel momento in cui occupiamo il gradino più alto del podio, cioè che noi opprimiamo gli altri, quelli, o più esattamente quelle, che non hanno l’incommensurabile onore di nascere dei tosti con le palle!

Come nel rapporto padrone/schiavo dove il padrone non cambia se non sotto costrizione, nei rapporti uomo/donna, gli uomini non cambiano se non costretti. Da chi? Da cosa? In primo luogo dalle conseguenze delle lotte e riflessioni femministe, ma anche perché tra uomini la guerra è spietata e non ne usciranno vincitori.

È comune pensare che gli uomini hanno molto da perdere dalla liberazione delle donne, e tuttavia degli uomini partecipano alle lotte anti-sessiste, anti-patriarcali. Lo fanno per solidarietà disinteressata? Sono dei repressi? Vogliono farsi perdonare delle colpe inevitabili? Sono delle spie? Hanno altri interessi?

Le lotte femministe creano una nuova situazione dove è messa in discussione la supremazia maschile.

Gli uomini hanno visto le loro certezze infrangersi a una a una, nel corso degli ultimi decenni. La loro identità, la loro coppia, i loro ruoli sociali e famigliari sono stati messi in discussione, persino sovvertiti. Adesso che le donne rivendicano tanto nella vita privata che nella vita pubblica l’autonomia e l’uguaglianza, molti tra gli uomini sentono che il loro posto sfugga loro. Il nuovo equilibrio tra i sessi può tuttavia dimostrarsi l’opportunità per gli uomini di pensare e organizzare diversamente la loro esistenza.

M. Dorais, « Pour une approche masculiniste »

Di fronte a questi sovvertimenti, dovranno cercare altri punti di riferimento.

Questa dimensione collettiva può andare di pari passo con un approccio più individuale, in particolare dal momento in cui si vive, si lavora, si milita, si discute e ci si confronta con delle femministe e che ci s’impegna nel quotidiano, giustamente, a cacciare il nostro statuto di maschio, il nostro ruolo da oppressore.

Tanto questo conflitto è doloroso, altrettanto sarà salutare per noi e per gli altri.

Un altro cardine della presa di coscienza è il nostro rapporto con gli altri uomini, con l’immagine, con gli atteggiamenti che è previsto riprodurre in quanto ragazzo “normale”. Alcuni, perché non riescono a prendere a carico il loro ruolo di macho, di sicuro-di-sé, etc. o perché sono considerati come dei sotto-uomini (delle “femminucce”) dagli altri uomini, a causa del loro fisico, carattere, della loro sessualità…si rimetteranno in discussione. Si può essere un uomo ed avere la nausea di fronte alla violenza maschile, all’omofobia, al virilismo, etc.

Non è perché esistono delle condizioni, indotte dalle lotte della liberazione delle donne, favorevoli al cambiamento che non ci sono delle resistenze da parte degli uomini. Il cambiamento non è meccanico. E per una causa: noi siamo sempre i garanti e i beneficiari della società nella quale viviamo, società fatta dagli uomini e per gli uomini.

Partendo da questo, ci si può interrogare sul nostro spazio, per forza di un certo tipo, in una lotta per la distruzione del patriarcato.

La fine del patriarcato: si ha solo da guadagnarci!

Contrariamente alle donne e alle minoranze (nazionali, etiche, sessuali, etc.) che, nel corso degli ultimi decenni, hanno rivendicato il miglioramento della loro condizione, gli uomini non hanno altri avversari se non loro stessi. Gli uomini non posso prendersela se non con loro stessi, se non come individuo, almeno come collettività.”

M. Dorais, « Pour une approche masculiniste »

Anche se la prima reazione è fare i finti tonti, fare leva sui nostri privilegi, di rifiutarci di cambiare, abbiamo solo da guadagnare da questa messa in discussione dei nostri comportamenti.

La distruzione del patriarcato per gli uomini, è anche la fine di un modello. Questo non vuol dire peraltro il nulla, ma piuttosto la ricerca di altri punti di riferimento.

Se, per parafrasare Simone de Beauvoir, non si nasce uomo ma lo si diventa, per ciascuno di noi e per la collettività si apre una nuova possibilità di decostruzione. La prima tappa è di mettersi completamente in discussione nel quotidiano per quanto riguarda i comportamenti, gli atteggiamenti, i valori. La messa in dubbio di parti intere della propria vita non è cosa ovvia.

Conoscersi meglio, esprimersi con forme diverse dalla violenza o il silenzio, cambiare i propri rapporti con le donne e con gli altri uomini, etc. è un po’ come esplorare lo sconosciuto, ma questa può essere una prospettiva piuttosto vivace e affrancante, e tuttavia non è affatto portata avanti e analizzata da qualche gruppo non misto di uomini esistente.

Poiché i libertari dovranno completamente vedersi in una impostazione anti patriarcale, visti i valori che loro portano avanti (anti-autoritarismo, uguaglianza, emancipazione…), spesso ci si accorge che si limitano a un anti-sessismo di circostanza, un po’ artificiale: fare attenzione al proprio linguaggio, i propri atteggiamenti senza mettersi veramente in discussione.

Gli uomini sono portati a dimostrare giorno dopo giorno che sono davvero degli uomini, specialmente nel confermare la loro superiorità sulle donne; dominio che ricopre delle vesti, più o meno identificabili, incoraggiate e diffuse.

Affermarsi come maschio dominante, implica anche tra gli uomini una competizione aperta, un culto della virilità, della performance, una corsa al potere, ma anche degli scambi relazionali estremamente superficiali dove le emozioni e i sentimenti non hanno posto.

Se siamo solidari con le lotte delle donne, non è per parlare al loro posto, né per riappropriarsi dei rari spazi nella società dove non siamo i padroni della situazione. Christine Delphy ricorda, in un testo fondamentale che smonta i principali cliché femministi spinti dagli uomini (che si rivelano essere la maggior parte del tempo dei pensieri antifemministi), che:

la liberazione degli oppressi è innanzitutto, se non solamente, ad opera degli oppressi […] gli oppressori non possono giocare lo stesso ruolo nelle lotte che gli oppressi”.

Christine Delphy, « Nos amis et nous. Fondements cachés de quelques discours pseudo-féministes »,

È a partire dalla nostra posizione di uomini che dobbiamo riflettere, de-costruirci, lottare. Una delle sfide del nostro impegno deve essere di fare emergere tra gli uomini una visione critica della loro realtà.

Bernard & Gile. 

de-la-place-des-hommes-dans-la-lutte-contre-le-patriarcat

 

 

 

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