Sulle Sorveglianze Speciali inflitte a Genova – Una questione di autodifesa collettiva

Ripubblichiamo da Roundrobin il testo di un compagno che, insieme ad altri tre, si è visto applicare la Sorveglianza Speciale in questi primi giorni del 2020. Nella situazione in cui siamo anche qui in Sardegna, a livello repressivo, tra Operazione Lince e richieste della medesima Sorveglianza, ci sembrano parole preziose e ragionamenti importanti da condividere.

Ai 4 compagni mandiamo un abbraccio ed esprimiamo tutta la nostra solidarietà. Coraggio! 

Per scaricare il testo: Una questione di autodifesa collettiva

UNA QUESTIONE DI AUTODIFESA COLLETTIVA

Sulle quattro Sorveglianze Speciali inflitte dalla Corte d’Appello di Genova

L’8 gennaio 2020, il Tribunale di Genova ha notificato al nostro avvocato la decisione: a me, Greg, Ciccio e Amma verrà applicata la misura della Sorveglianza Speciale per la durata di due anni. Per due anni saremo tenuti a non frequentare altri sottoposti a misure di prevenzione o  pregiudicati (quindi moltissimi compagni e amici), a non detenere armi (chi sa che si intende per armi?), a fissare il nostro domicilio e a comunicare i nostri spostamenti alla polizia, a non partecipare a manifestazioni e riunioni,  a “presentarci a ogni chiamata dell’Autorità di Pubblica Sicurezza” (sembra di capire che vogliano mandarci a firmare quando ci sono cortei o iniziative sul territorio). Per me, Amma e Ciccio si aggiunge l’obbligo di soggiorno nelle rispettive province di residenza (con possibilità di spostarci previa comunicazione agli sbirri), per Greg fortunatamente no.

Come siamo arrivati fin qua? Facciamo un passo indietro.

Il 5 gennaio 2019, esattamente un anno fa, nel centro di La Spezia, un piccolo ma rumoroso corteo rompeva la monotonia e disturbava l’ultimo giorno di saldi post-natalizi, portando solidarietà a Paska, compagno tuttora agli arresti domiciliari a causa dell’Operazione Panico e allora detenuto nel carcere spezzino, dove aveva subìto un pestaggio da parte delle guardie e dal quale esigeva il trasferimento  (ottenendolo poco tempo dopo). L’acqua di una fontana si colorava di rosso, vernice rossa veniva sparsa su via Prione e sulle soglie di alcuni negozi, venivano appiccicati manifestini sui muri e su alcune vetrine, lanciati slogan e tenuti brevi comizi. Nelle ore successive venivamo fermati in 14 tra compagni e compagne, trattenuti diverse ore in Questura, sottoposti a meticolosi fotosegnalamenti (a caccia di tracce di vernice) e rilievi delle impronte digitali, per poi essere rilasciati con fogli di via da città e provincia e denunce per “danneggiamento” (reato poi derubricato in “imbrattamento”).

A seguito di questi fatti (e di alcuni presidi e saluti alle carceri locali in solidarietà con Paska e gli altri detenuti), la Procura spezzina  proponeva  al Tribunale di Genova tutti i 14 fermati per l’applicazione della Sorveglianza Speciale. Nel processo di primo grado la richiesta veniva respinta, ma ad aprile la Procura ricorreva in appello aggiungendo nuove carte, volte a dimostrare la nostra “pericolosità sociale”. Lo scorso 19 dicembre, la Corte d’Appello di Genova applicava la SS a noi quattro. Sulla decisione hanno influito prevalentemente tre episodi, successivi a quello di La Spezia e tutti “torinesi”: per Amma, la contestazione in aula del processo Scripta Manent (11 febbraio 2019) e gli scontri al corteo del 9 febbraio, tenuto in seguito allo sgombero dell’Asilo Occupato, corteo per il quale è stato arrestato e si trova tuttora agli arresti domiciliari; per noialtri tre, il “fermo di massa” di Via Aosta in occasione del corteo successivo (30 marzo), quando in 150 compagni e compagne fummo bloccati in mezzo alla strada da centinaia di celerini  mentre ci avviavamo al concentramento, con il sequestro da parte degli sbirri di numerosi “oggetti atti ad offendere” e “armi da guerra” (come il Codice classifica le bottiglie molotov) per il quale sono state denunciate 90 persone (compresi noi tre). Oltre a ciò, a carico di noi quattro vengono variamente citati episodi più o meno recenti o remoti. Tra questi, ai miei occhi spiccano le violazioni di vecchi fogli di via (violazioni che la legge del 2011 ha inserito tra le possibili motivazioni di una SS), le iniziative di giugno all’Aquila in solidarietà ad Anna, Silvia e gli altri compagni in sciopero della fame e, per quanto mi riguarda, anche due contestazioni a iniziative “regolarmente autorizzate” – come scrivono i giudici – dei fascisti (rispettivamente Casapound a Trento e Forza Nuova a Bolzano). Che si tratti di fascisti, ovvero dei massimi responsabili storici degli orrori dell’ultimo secolo, ai giudici non sembra importare granché. D’altronde, le loro iniziative erano “regolari”, rientravano nella normale vita democratica. Come rientra nella normale vita democratica un fine settimana di saldi, che conta molto di più della pelle di un compagno prigioniero pestato dalle guardie. Per non parlare di spazi occupati com’era l’Asilo, noti luoghi di malaffare, o di quei “terroristi” dell’Operazione Scripta Manent, cui qualcuno osa esprimere solidarietà. Disturbare, protestare, imbrattare, solidarizzare con i compagni in carcere, organizzarsi per resistere a possibili cariche, scontrarsi con la polizia, attaccare i templi del capitale, lottare… Tutte queste brutte cose, nella vita democratica proprio non ci rientrano.  Mentre le nostre condizioni di vita, lavoro e salute peggiorano sempre di più, e vediamo i nostri cari ammalarsi di cancro a trenta o quarant’anni; mentre, con la rete 5G, avanza il controllo tecnologico più totalitario; mentre uomini e donne vengono fatti morire in mare, o stuprate, torturate, vendute e venduti come schiavi nei lager gestiti o finanziati dai nostri Stati; mentre la terra agonizza sotto i colpi dell’industria e l’umanità rischia di crepare in un forno globale a 50 gradi; mentre venti di guerra sempre più impetuosi minacciano di trascinarci tutti nella Terza Guerra Mondiale… mentre, insomma, i padroni ci assassinano, “socialmente pericolosi” saremmo noi, che cerchiamo di metter loro i bastoni tra le ruote.

Cosa ci dicono queste Sorveglianze?

Parlare di un inquietante “precedente” sarebbe inesatto: i precedenti, in tema di repressione ,si accumulano da anni, ed è difficile dire cosa precede cosa. Di sicuro si tratta dell’ennesimo attacco ad alcuni compagni e dell’ennesima  ammonizione lanciata contro le lotte e chi lotta.  Niente di cui stupirsi, certo: lo stupore e lo scandalo ce li hanno rubati da un pezzo. Tuttavia, senza nulla togliere in assurdità ad altre vicende (come quelle dei compagni torinesi e sardi che  rischiano a loro volta di trovarsi “sorvegliati”), questa storia mostra molto bene l’assoluta arbitrarietà della Sorveglianza Speciale. Arbitraria almeno due volte: primo per ciò che è, ovvero una condanna non penale basata su elementi e valutazioni marcatamente opinabili e discrezionali (cos’è la “sicurezza pubblica”? cosa la mette in pericolo, e cosa no?); secondo, per la scelta di quelli a cui applicarla. Se a decidere per la Sorveglianza sono state quelle giornate torinesi, a proporci come sorvegliati è stata quella sera spezzina del 5 gennaio 2019. Se non ci fossimo trovati “nel posto sbagliato al momento sbagliato”, questo procedimento non sarebbe neppure partito. Rovesciando il proverbio, si può dire che un topolino ha partorito una montagna. Non serve essere “profeti di sventura”  per  immaginare che questo parto  potrebbe non essere l’ultimo, preparando nuove Sorveglianze per altri e altre. E quindi?

Non io, non noi, ma i fatti stessi fanno appello ad organizzarsi e reagire. Senza alcun vittimismo (non sono certo queste le peggiori ingiustizie del mondo), si tratta di una questione di autodifesa collettiva. Se si può finire “sorvegliati”  a partire da un imbrattamento, o per la partecipazione a contestazioni o cortei, allora è la possibilità stessa di protestare (non dico di lottare) ad essere messa fuori gioco. Un movimento che non intende o non riesce ad opporsi ad attacchi  come questo, a mio avviso, non ha futuro.

Da parte mia, mi sento tranquillo. Dal momento in cui la Sorveglianza mi sarà notificata, mi atterrò alle prescrizioni (salvo “novità” particolarmente afflittive o umilianti), almeno finché la Cassazione non si esprimerà al riguardo. Per il resto, qualsiasi sarà la decisione dei supremi ermellini,  non c’è misura di polizia che possa impedirmi di pensare, di parlare, di scrivere, di coltivare e diffondere le mie idee; di continuare, in un modo o nell’altro, a dare il mio contributo all’avvento del mondo che porto nel cuore.

Un forte abbraccio ad Amma e ai cari Paska, Vespertino e  Giovanni. Forza compagni!

Contro la Sorveglianza Speciale.

In solidarietà a tutti i colpiti delle Operazioni Panico, Scintilla, Scripta Manent, Renata e Prometeo.

In solidarietà a Madda e Leo, compagni in carcere, e a tutte le compagne e i compagni incarcerati, detenuti, inquisiti, ristretti, “sorvegliati”.

Contro lo Stato e il capitale, contro ogni forma di dominio e sfruttamento.

Per un mondo di liberi e uguali, senza servi né padroni, senza carceri né guardie.

Per la solidarietà cosciente e voluta tra tutti gli esseri umani, sulle macerie delle classi e di ogni sopraffazione.

Per un rapporto nuovo, rispettoso ed erotico con la Terra che abitiamo.

Per ciò che io chiamo “comunismo anarchico”, o anarchia.

 

Rovereto, 10 gennaio 2020

Carlo

 

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