Archivi del mese: gennaio 2012

PER LE INDIVIDUALITA’ NORADAR E PER CHIUNQUE VOLESSE PARTECIPARE SIT-IN :

Martedì 24 mattina dalle 9.00 in poi parteciperemo al sit-in davanti al palazzo di giustizia di Cagliari in occasione del processo e, probabilmente, della sentenza contro i tecnici della PORTOVESME srl. Cogliamo l’occasione per invitare all’iniziativa chiunque sia sensibile al tema.

Per mercoledì 25 mattina dalle 9.30 in piazza del Carmine, abbiamo programmato e proponiamo anche a tutti i comitati e le individualità noradar un altro sit-in in occasione della sentenza del Tar. 

Lunedì 23 Gennaio 2012 , alle ore 20:30 ,
presso il Teatro Club in via Roma 257 a Cagliari (lato stazione ferroviaria),
il dott. Fiorenzo Marinelli
Ricercatore dell’Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Bologna

terrà un INCONTRO DIBATTITO dal tema:

CAMPI ELETTROMAGNETICI E SALUTE

Viviamo in un’epoca nella quale la diffusione dei campi elettromagnetici
di alta frequenza è in grande espansione. Alle tradizionali trasmissioni
radiotelevisive si vanno affiancando quelle della telefonia cellulare,
delle reti wireless, dei telefoni cordless, e di un gran numero di altri
dispositivi, col conseguente continuo aumento delle emissioni.
Contemporaneamente aumenta anche la consapevolezza del fatto che,
l’esposizione a onde elettromagnetiche di alta frequenza, comporta effetti
biologici e rischi per la salute umana e l’ambiente. Anche le conoscenze
scientifiche riguardo al rischio di esposizione ai campi e.m. sono in
continuo aumento, basti pensare alla recentissima classificazione di
radiofrequenze e microonde come “possibili cancerogeni per l’uomo”, nel
Maggio scorso da parte dello IARC (la Commissione Internazionale della
Ricerca sul Cancro associata all’Organizzazione Mondiale della Sanità).
Il Dottor Fiorenzo Marinelli, ricercatore dell’istituto di genetica
molecolare del CNR di Bologna conduce da anni studi sperimentali in questo
delicatissimo campo, nel corso della conferenza proverà a fare il punto
sullo stato attuale delle conoscenze scientifiche e sulla valutazione dei
rischi associati all’esposizione alle onde elettromagnetiche di alta
frequenza.

L’incontro è stato organizzato dal gruppo no-radar Sardegna di Cagliari,
l’ingresso è libero

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DECRETO LIBERALIZZAZIONI, CLAMOROSO: ART. 44, ARRIVANO LE CARCERI PRIVATE

Carceri affidate ai privati, con obbligo di partecipazione delle banche.
 Ecco cosa si nasconde nell’art. 44. La mafia ringrazia: finalmente
 potranno gestirsi le carceri da soli.
tommy lee jones.jpg
Mentre eravamo tutti intenti a preoccuparci di tassisti, crociere e forconi,
guarda guarda cosa ti infilano nel decreto “liberalizzazioni” i nostri amici
seduti al governo. Una ventina di righe all’articolo 44, mica niente di che,
 che ancora nessuno ha letto e di cui nessun giornale ha fatto ancora parola.
Leggetelo, lo trovate qui.Il provvedimento si chiama Project financing 
per la realizzazione di infrastrutture carcerarie, ed in sintesi realizza
un sogno da tempo coltivato: quello di affidare le carceri ai privati.
Si sa, le carceri son piene, mica vorremo un indulto al giorno con
 tutti i delinquenti che ci sono oggidì.
Non solo si permette ai privati costruire le carceri, ma si scrive nero
 su bianco cheal fine di assicurare il perseguimento dell’equilibrio
 economico-finanziario dell’investimento, al concessionario è riconosciuta,
 a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per 
i servizi connessi, ad esclusione della custodia.
Questo significa che la gestione carceraria, escluse le guardie, è affidata a
privati imprenditori. Riuscite ad immaginare cosa significa ciò in Italia, con
infiltrazioni mafiose a tutti i livelli ed in special modo nell’edilizia? Che
 le carceri saranno gestite dai delinquenti. Quelli di serie A,
naturalmente, perché quelli di serie B saranno il “prodotto”, ovvero
coloro su cui si farà business. Un tot a carcerato. E il carcere,
 naturalmente, dovrà essere sempre pieno altrimenti non conviene
: non buttate più cartacce per terra, mi raccomando.
C’è dell’altro: Il concessionario nella propria offerta deve prevedere
 che le fondazioni di origine bancaria contribuiscano alla
 realizzazione delle infrastrutture di cui al comma 1, con
 il finanziamento di almeno il 20 per cento del costo di investimento.
In soldoni, è fatto obbligo di far partecipare le banche alla
 spartizione della torta. Torta di denaro pubblico, perché è
sempre lo Stato che paga. A meno che non si voglia far lavorare
 a gratis i detenuti, in concorrenza con le aziende, e con il compenso
 intascato dall'”imprenditore carcerario”. Funziona così, in USA.
Siamo fiduciosi che, nel decreto “privatizzazioni”, si privatizzerà
anche il lavoro schiavo dei carcerati.
Io credo che un provvedimento del genere avrebbe meritato
 un dibattito pubblico
 in un “Paese normale”. Che una simile cessione di democrazia,
 di controllo e di libertà
 da parte dello Stato dovrebbe essere ben conosciuta dai cittadini
 e dall’opinione pubblica,
 e non infilata di soppiatto tra gli articoli mentre il gregge è
distratto a pensare ai taxi.

Foto – Natural Born Killers, il direttore del carcere

Lunedì 23 Gennaio 2012 , alle ore 20:30 , presso il Teatro Club in via Roma 257 a Cagliari (lato stazione ferroviaria), il dott. Fiorenzo Marinelli Ricercatore dell’Istituto di Genetica Molecolare del CNR di Bologna terrà un INCONTRO DIBATTITO dal tema:

CAMPI ELETTROMAGNETICI E SALUTE

Viviamo in un’epoca nella quale la diffusione dei campi elettromagnetici
di alta frequenza è in grande espansione. Alle tradizionali trasmissioni
radiotelevisive si vanno affiancando quelle della telefonia cellulare,
delle reti wireless, dei telefoni cordless, e di un gran numero di altri
dispositivi, col conseguente continuo aumento delle emissioni.
Contemporaneamente aumenta anche la consapevolezza del fatto che,
l’esposizione a onde elettromagnetiche di alta frequenza, comporta effetti
biologici e rischi per la salute umana e l’ambiente. Anche le conoscenze
scientifiche riguardo al rischio di esposizione ai campi e.m. sono in
continuo aumento, basti pensare alla recentissima classificazione di
radiofrequenze e microonde come “possibili cancerogeni per l’uomo”, nel
Maggio scorso da parte dello IARC (la Commissione Internazionale della
Ricerca sul Cancro associata all’Organizzazione Mondiale della Sanità).
Il Dottor Fiorenzo Marinelli, ricercatore dell’istituto di genetica
molecolare del CNR di Bologna conduce da anni studi sperimentali in questo
delicatissimo campo, nel corso della conferenza proverà a fare il punto
sullo stato attuale delle conoscenze scientifiche e sulla valutazione dei
rischi associati all’esposizione alle onde elettromagnetiche di alta
frequenza.

L’incontro è stato organizzato dal gruppo no-radar sardegna di Cagliari,
l’ingresso è libero

La sospensione dell’esistenza nel Campo di Mineo

(20 Gennaio 2012)
anteprima dell’articolo originale pubblicato in antoniomazzeoblog.blogspot.com
Inferno a cinque stelle. Prigione dorata. Lager di lusso. Un non luogo per annullare identità, annientare speranze, perpetuare dipendenze e sofferenze. Lo hanno descritto così gli attivisti dei diritti umani e alcuni giornalisti. Il prossimo mese di marzo, il Centro di accoglienza per richiedenti asilo (CARA) di Mineo, elaborazione neorazzista e segregazionista del governo Berlusconi-Maroni, supererà il primo anno di vita. Oltre cinquemila persone, cinquemila volti, cinquemila corpi, cinquemila vissuti di donne, uomini, bambine e bambini, hanno già attraversato i suoi cancelli. Diritti negati. Diritti violati. Per tutti loro, il CARA è solo il campo, il loro campo. Un’immagine riproduttrice di precarietà e sospensione delle esistenze. La peggiore esperienza di “accoglienza” della storia d’Italia.

Scelgono di parlare di “vite-da-campo” o “prison yard”, le ricercatrici Glenda Garelli e Martina Tazzioli, autrici del rapporto Esistenze sospese e resistenze al CARA di Mineo, appena pubblicato da “Storie Migranti”, il sito-archivio sulla migrazione coordinato da Federica Sossi, docente di Estetica all’Università degli studi di Bergamo. “Quello che Mineo ha prodotto è un regime al tempo stesso di sospensione e fissazione allo spazio”, scrivono Garelli e Tazzioli. “Un lavoro istituzionale e gestionale che blocca la vita delle persone nell’attesa e nell’isolamento: i tempi eterni di lavoro delle commissioni territoriali per valutare la domanda di protezione internazionale, l’isolamento geografico del mega-CARA, la scarsità di collegamenti con le cittadine limitrofe, l’assenza di programmi di seconda accoglienza e inserimento sociale, sono alcuni degli elementi che hanno organizzato la sospensione delle vite delle persone che vi sono passate o che tuttora vi abitano”.

Per le due ricercatrici di “Storie Migranti”, vanno però riconosciute e legittimate le “strategie di resistenza” al regime di sospensione dell’esistenza, messe in atto all’interno del campo siciliano. “Gli abitanti del CARA – scrivono – hanno improvvisato reti di sostegno e commerci informali, talvolta contestando frontalmente la gestione delle loro vite: blocchi stradali contro l’inerzia di questura e commissioni territoriali, internet caffè improvvisati per comunicare con l’esterno, reti di rivendita e smercio dei prodotti passati dalla gestione del CARA, controllo dei circuiti di distribuzione dei vestiti, ecc.”.

Quelle degli abitanti del campo di Mineo sono giornate scandite da pratiche di identificazione e registrazione. “Sono minimo sette le volte al giorno, in cui i migranti devono mostrare la carta di identificazione (per i tre pasti, in uscita e in entrata, per ricevere credito, per acquistare prodotti al bazar e, una volta al mese, per ricevere vestiti e il kit di prodotti per l’igiene personale e la casa), in un mix in cui le funzioni di accoglienza, monetarizzazione, e di controllo sfumano l’una nell’altra rafforzandosi a vicenda”.

“Storie Migranti” ricorda come dall’istituzione del CARA sino all’ottobre 2011, ai richiedenti asilo sia stato negato il “contributo per piccole spese personali” che la Protezione Civile istituisce come obbligatorio nel Piano nazionale per la gestione della cosiddetta “emergenza umanitaria Nord Africa”. Si è dovuto attendere l’arrivo del nuovo ente gestore (un’associazione temporanea di consorzi di cooperative più una srl, capofila la siciliana “Sisifo” di LegaCoop) perché venisse introdotto un pocket money giornaliero del valore di 3,5 euro. Ma, sottolineano Glenda Garelli e Martina Tazzioli, “la somma non viene corrisposta in contante ma attraverso un credito caricato sulla carta di identificazione”. Il denaro virtuale può essere speso solo all’interno del bazar del CARA, collocato vicino alla mensa collettiva e all’ufficio dell’ente gestore. Uno spaccio aperto appena tre ore al giorno: per le donne dalle 10 alle 11,30 del mattino; per gli uomini dalle 3 alle 5,30. Possono sfruttare entrambe le fasce orarie solo le persone in possesso della “carta famiglia”.

In verità al bazar c’è veramente poco da acquistare. Sigarette “Marlboro” a 4,9 euro a pacchetto, carte telefoniche “Telecom Welcome” per chiamate all’estero del valore di 5 euro, marche da bollo per documenti. “Il sistema del credito caricato sul tesserino di identificazione produce una vero e proprio circuito di economia informale”, spiegano le ricercatrici. “Sigarette e schede telefoniche vengono rivendute all’interno o all’esterno del CARA per produrre contante, con una conseguente diminuzione del valore reale del pocket money giornaliero. Le “Marlboro” vengono rivendute per un valore di 2,5-3 euro, con una perdita di 2,4-1,9 euro a pacchetto; le schede non producono mai più di 2 euro. Proprio queste ultime rappresentano motivo di frustrazione: la maggior parte dei richiedenti asilo a Mineo possiede un telefono cellulare con contratto “Wind”, mentre le carte “Welcome” funzionano da cellulare “Tim”, da telefono fisso, o da cabina telefonica (solo quattro telefoni pubblici nel CARA per più di 1.600 persone)”.

A concorrere al drammatico logoramento psicologico dei richiedenti asilo, la segregazione e l’isolamento del centro rispetto alla realtà urbana di Catania (distante oltre 40 Km) e al piccolo comune collinare di Mineo (a 11 km). Il bus che collegava gratuitamente il campo al paese, solo una volta al giorno, è stato sospeso per le vacanze natalizie e non è stato ancora ripreso. Agli “ospiti” non resta che un “paesaggio che immobilizza e svuota le esistenze”, “una prigione di arance che circonda il campo e in un certo modo rimarca la sua distanza da ogni altro luogo”, scrivono Garelli e Tazzioli. “Arance, arance e ancora arance, ti senti dentro una prigione di arance”, il lamento e l’angoscia di alcune donne intervistate.

Secondo i richiedenti asilo, gli alimenti distribuiti continuano ad essere di pessima qualità. “Molti raccontano di avvelenamenti da cibo (con ricoveri ospedalieri a Caltagirone) o di problemi all’apparato digestivo dovuti alla tipologia di dieta somministrata, agli ingredienti o alle precarie tecniche di conservazione del cibo. Si mangia tre volte al giorno, colazione dalle ore 7 alle 9, pranzo 12-14, cena 18-20. Sotto la gestione della Croce Rossa, i richiedenti asilo mangiavano sempre pasta e solo una volta la settimana un piatto a base di pollo. Ora il pollo viene servito il mercoledì e la domenica; oltre la pasta viene offerto anche il riso; continuano però a scarseggiare frutta e verdura fresche”. Per sopravvivere alle file estenuanti in mensa e alla routine alimentare, molte persone si sono organizzate con fornelli elettrici in casa e cucinano autonomamente. “Per quanto vietato dalle regole formali del centro di Mineo, non è difficile far entrare generi alimentari deperibili e anche vino”, scrivono le ricercatrici. “I richiedenti asilo denunciano altresì la scarsità dei prodotti per l’igiene personale. Le donne lamentano la parca fornitura di assorbenti igienici (una confezione da 12 assorbenti al mese), un problema che diventa critico anche perché molte intervistate raccontano di cicli prolungati, di 6-8 giorni. Gli uomini, d’altra parte, sottolineano che una sola lametta Bic usa e getta al mese non è sufficiente e alcuni chiedono anche creme idratanti”. Inutilmente.

Il report di “Storie Migranti” conferma poi quanto già denunciato dagli avvocati e dai giuristi delle associazioni di volontariato e antirazziste: l’estrema lentezza del lavoro delle Commissioni territoriali chiamate a valutare le richieste d’asilo. Ritardi che, l’estate e l’autunno scorso, hanno costretto i rifugiati a inscenare manifestazioni di protesta e bloccare le grandi arterie stradali che scorrono accanto al CARA. “La maggior parte delle persone con cui abbiamo parlato aveva sostenuto l’audizione per la richiesta di protezione internazionale, incontrando commissioni composte da un solo commissario e da un traduttore e trovandosi di fronte a continue interruzioni per pause sigaretta, telefonata o per andare in bagno che il commissario e il traduttore imponevano alle storie che i richiedenti tentavano di articolare”, scrivono le ricercatrici. “La scarsa attenzione riservata alla singolarità delle storie, funziona come chiave di volta del regime di scarto messo in atto dalle commissioni, che incuranti delle storie e dei vissuti di guerra, fanno in ultima analisi del Paese di nascita la discriminante principale della concessione di protezione internazionale”.

I richiedenti asilo lamentano la “scarsa professionalità della commissione” e il “non essere in linea con gli standard” di competenza richiesti dal loro ruolo. “Vengono fatte le domande sbagliate”, ripetono. I commissari insisterebbero solo sui motivi per cui le persone hanno abbandonato i paesi di origine, non solo ignorando il fenomeno delle migrazioni intra-africane ma anche rifiutando esplicitamente di sentire le ragioni per cui coloro che si trovava per lavoro in Libia hanno dovuto lasciare il paese”.

“L’attenzione della commissione tende a concentrarsi sulle date e a tralasciare il contenuto delle storie”, aggiungono Glenda Garelli e Tiziana Tazzioli. “Vengono commessi errori di trascrizione (in particolare rispetto ai nomi delle persone) che risultano incontestabili: quando i richiedenti asilo suggeriscono la giusta trascrizione del loro nome non vengono ascoltati. Una persona ha raccontato addirittura di dinieghi avvenuti perché il nome dato dalle persone sarebbe diverso da quello registrato a terminale”.

Richiedenti asilo e difensori dei diritti umani mettono profondamente in discussione anche la professionalità di certi traduttori. L’impressione generale è che “venga tradotta in italiano solo una minima parte di quello che i richiedenti raccontano, che alcuni traduttori siano razzisti e re-interpretino le storie delle persone, e che ci siano problemi di comprensione anche in inglese e francese (mancano mediatori per le lingue native). La sensazione degli intervistati è che il grande numero di dinieghi sia dovuto al fatto che le loro storie non sono state tradotte adeguatamente e/o ascoltate con attenzione”. E così migliaia di donne e uomini continuano ad essere detenuti nella prigione di arance, arance e solo arance.

Antonio Mazzeo

Milano brulée

Milano, 15 gennaio
«Rivolta al Cie in via Corelli. Incendiato un settore della struttura. Arrestati 27 stranieri
La protesta dopo un controllo di routine della polizia
Gli immigrati, tutti nordafricani, portati a San Vittore

Un incendio è stato appiccato, nel primo pomeriggio, nel Cie di via Corelli a Milano. La polizia ha arrestato 27 stranieri, tutti nordafricani. Non si registrano feriti. Secondo quanto riferito dalla questura, infatti, sarebbero stati proprio loro a causare l’incendio per ritorsione contro un controllo di routine eseguito, sempre stamani, intorno alle 13, dalla polizia.

 

Si tratta di ispezioni che vengono fatte nelle camerate per sequestrare coltelli o altri oggetti pericolosi, oltre a pile e bulloni che spesso gli stranieri ingoiano per essere ricoverati e uscire dal centro. Dopo il controllo, i nordafricani presenti nel settore E avrebbero dato in escandescenze e incendiando i materassi. Poi le fiamme si sono estese, rendendo inagibile tutto il settore, composto di cinque camerate. I vigili del fuoco hanno domato l’incendio e la polizia ha identificato i presunti responsabili, portandoli in questura.»

 

Il Corriere della Sera

MOBILITAZIONE PER LA LIBERAZIONE DI ABDOU LAHAT DIOP

Il giorno 16 Dicembre 2011, il nostro amico Abdou Lahat Diop, di origini senegalesi, di 31 anni, in Italia da 5, mentre pregava tranquillamente, nella zona di Abbasanta (Sardegna) è stato improvvisamente accerchiato dalle forze dell’ordine che gli chiedevano se avesse bisogno d’aiuto. Dopo la sua risposta negativa, il nostro amico tenta di difendersi e di difendere soprattutto il suo momento di preghiera e di vicinanza con Dio, interrotto senza alcun motivo. La situazione degenera, tanto che Lahat viene immobilizzato con la forza, arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, violenza e minaccia a pubblico ufficiale, rifiuto e indicazioni sulla propria identità personale, e portato presso il carcere di Oristano. Il 17 Dicembre viene disposto il rito direttissimo dove viene nominato un perito psichiatrico, il quale effettua una perizia (senza un interprete) in cui descrive Lahat come pericoloso socialmente e incapace di intendere e di volere. Nell’udienza del 9 Gennaio 2012 (sempre senza la presenza di un interprete) il giudice sospende il processo, in quanto Lahat viene giudicato attualmente incapace di affrontarlo e si dispone il trasferimento immediato in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario per una “cura”.

Il comitato sardo Stop OPG, gli amici e i parenti di Abdou Lahat, da tutti conosciuto come Baye Lahat (Padre Lahat) si stanno mobilitando affinchè questo provvedimento venga bloccato. Tale provvedimento è ingiusto e privo di fondamento in quanto ne la perizia, ne le varie udienze sono state eseguite nel rispetto della legge, quindi con la presenza di un interprete che potesse tradurre dal Wolof all’italiano ragionamenti, spiegazioni, pensieri intimi, racconti di vita privata, racconti d’infanzia, concetti particolari e profondi legati alla religione e alla propria cultura. Inoltre l’indignazione sorge spontanea per l’estrema facilità con cui il nostro amico viene giudicato incapace di intendere e di volere e gli viene indicata come “cura” un internamento in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Gli Opg non sono luoghi di cura. Sono luoghi di morte, privazione e sofferenza in cui le persone vengono imprigionate sulla base di una obsoleta concezione della malattia mentale: in altre parole manicomi.

Pensiamo che Baye Lahat e tutte le persone che si trovino in una presunta situazione di temporanea o cronica fragilità mentale, conservino sempre e comunque, pieni diritti e piena dignità.

Pensiamo che il Dipartimento di Salute Mentale di Oristano debba intervenire per curare le persone nel proprio territorio e evitare che altri cittadini che non hanno commesso nessun reato, come Baye Lahat, possano essere imprigionati e segregati negli Opg.
Siamo convinti che il provvedimento della misura di ricovero nell’ospedale psichiatrico giudiziario sia fuori dalla legalità, in quanto non sono state rispettate le sentenze della Corte Costituzionale del 2003 e del 2004 che privilegiano l’accoglienza, la cura e l’accesso alle misure alternative, rispetto alla custodia e alla segregazione negli Opg.
Invitiamo alla mobilitazione tutte le cittadine e i cittadini sensibili al rispetto dei diritti umani e civili e a coloro che conoscono Baye Lahat e il suo amore e rispetto per la vita e per gli altri.
MOBILITIAMOCI!
É possibile seguire eventuali evoluzioni della vicenda, oltre che sul nostro blog, attraverso la pagina Facebook del comitato al sostegno di Baye Lahat (clicca qui), oppure attraverso lo spazio del comitato Stop OPG Sardegna.

Fuga di mezzanotte (a Capodanno)

Anche a Capodanno i reclusi del Cie di Torino ci hanno provato. Dopo l’evasione di Natale nel Centro erano aumentati i controlli e le attenzioni da parte delle guardie: alcuni giorni prima del 31 dicembre durante una delle tante perquisizoni nelle sezioni era stato trovato un seghetto, segno abbastanza evidente che qualcuno stava preparando la fuga. Preoccupati di fare brutta figura coi superiori, questa volta gli uomini della Questura avevano studiato un bel piano per prevenire sommosse e evasioni. Un quarto d’ora prima di mezzanotte alcuni mezzi dei Carabinieri sono entrati nel Centro e una trentina di uomini in antisommossa si sono posizionati fuori dalle sezioni con il chiaro scopo di spaventare e scoraggiare i reclusi. Per catturare in tempo eventuali evasi, fuori dalle mura erano state mandate diverse volanti e auto in borghese a pattugliare le vie di fuga intorno al Centro. Ma non tutti i reclusi si sono persi d’animo, in particolare i ragazzi dell’area blu che hanno deciso di provarci comunque: sono usciti dalla sezione forzando le porte ed è subito iniziata la battaglia. Da una parte i celerini che hanno sparato lacrimogeni e iniziato a manganellare chi trovavano a tiro, dall’altra i reclusi con lanci di calcinacci e pezzi di muro, preparati nei giorni precedenti danneggiando la sezione. Nel giro di pochi minuti nel Centro sono arrivati i rinforzi per sedare la sommossa, altre decine di celerini evidentemente già pronti nelle caserme vicine. Nella confusione in sei sono riusciti a scavalcare le mura: uno è stato fermato da una volante e arrestato, accusato di resistenza e lesioni. Altri cinque sono liberi, e le volanti probabilmente non li hanno nemmeno visti scappare. Anche se non è l’evasione di massa che i reclusi avevano preparato, è senza dubbio un buon modo di cominciare il 2012.

In attesa di maggiori dettagli ecco la versione ufficiale della Questura che parla soltanto di 4 evasi, prontamente riportata da alcuni quotidiani online.

«Nuova fuga dal Cie: scappano 4 immigrati
Una ventina di immigrati, dopo aver lanciato oggetti verso il personale, cerca di cappare: in quattro varcano la recinzione. Un quinto, viene rintracciato, subito dopo.

Una ventina di immigrati rinchiusi nel Cie di Torino hanno tentato di fuggire poco dopo lo scoccare della mezzanotte, e quattro sono riusciti a varcare le recinzioni e a far perdere le proprie tracce.
Un quinto aspirante fuggitivo, un senegalese di 28 anni, è stato bloccato in una Lancia, una strada limitrofa, ed è stato arrestato: con gli agenti ha ingaggiato una colluttazione durante la quale ne ha morsicato uno a un braccio, ferendolo leggermente. Il tentativo di fuga è stato preceduto da un fitto lancio di oggetti verso il personale dell’esercito e delle forze di polizia che si occupano della sorveglianza. E’ accaduto in quella che viene chiamata “l’area blu” del complesso. Ad essere ferito in via Lancia è stato il conducente della volante che aveva raggiunto il senegalese: morso ad un braccio e scaraventato in terra, ha riportato lesioni giudicate guaribili in cinque giorni dai medici del pronto soccorso dell’ospedale Martini.
Durante gli interventi della notte è rimasto lievemente ferito anche un dirigente della polizia. Prima della “fuga di Capodanno”, dal Cie di Torino c’era stata la “fuga di Natale”: la sera del 25 dicembre scorso in ventuno erano riusciti a lasciare la struttura.
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La Repubblica – Torino

Aggiornamento – 2 gennaio. L’evaso senegalese è stato scarcerato. Ancora non si sa se sia stato riportato al Cie oppure no.

«Immigrati: fuga da Cie Torino, scarcerato senegalese arrestato
E’ stato scarcerato il senegalese di 28 anni arrestato ieri durante un tentativo di fuga dal Cie di Torino. Il giovane era stato arrestato dopo aver morso a un braccio un agente di Polizia che lo aveva bloccato mentre tentava di fuggire. Il giudice monocratico, Andrea Natale, non ha ritenuto che sussistessero le esigenze di custodia cautelare in carcere. L’immigrato dovra’ comunque affrontare il processo per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Nella notte di capodanno una ventina di immigrati nel centro di corso Brunelleschi avevano tentato la fuga e in quattro erano riusciti ad allontanarsi facendo perdere le proprie tracce.»

Adnkronos