Archivi categoria: Antisessismo e dintorni

LO STUPRO E’ UGUALE PER TUTTI…MA PIU’ UGUALE SE SEI CARABINIERE.

Pubblichiamo un contributo che a partire dallo stupro di Firenze propone un’analisi e dei ragionamenti veramente molto interessanti. Buona lettura:

“In questa faccenda di Firenze, la vera parte lesa è l’Arma”.
Così il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette ha
commentato nell’edizione del mattino dei tele/radiogiornali nazionali il
duplice stupro perpetrato da due schifosi carabinieri, armi alla mano, a
danno di due ragazze giovanissime, sull’uscio di casa loro.
E poi ancora “è triste che per l’operato di qualche carabinieri, si
infanghi il lavoro straordinario di centomila uomini”. Continua a leggere

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Scritte contro l’obiezione di coscienza sugli ospedali di Cagliari

Apprendiamo da alcune studentesse del policlinico di Monserrato che lunedì nei piazzali antistanti l’ospedale si potevano leggere grandi e numerose scritte contro gli obiettori di coscienza. In particolare contro il ginecologo Enrico Silvetti. Le scritte sono state prontamente cancellate, ma se qualcuno fosse curioso, può approfittare della mano maldestra e poco generosa dell’imbianchino mandato a ripulire. Infatti le scritte sono state coperte parzialmente e male, e sono ancora tutte leggibili. Ne riportiamo alcune:

FUORI GLI OBIETTORI DAGLI OSPEDALI – LIBERE DI SCEGLIERE

SILVETTI E’ UN GINECOLOGO OBIETTORE – SILVETTI ERA MEGLIO UROLOGIA

Alcune  scritte sono apparse anche sui muri dell’ospedale di Is Mirrionis. Continua a leggere

8 Marzo -giornata internazionale delle do – sciopero globale – MANIFESTAZIONE A CAGLIARI

     Ore 9.30: corteo da Viale Buoncammino  Presidio in piazza del Carmine fino alle 22 

 
 L’8 marzo 2017 anche Cagliari si mobilita per la Giornata Internazionale delle Donne aderendo con la Rete Non Una di Meno allo sciopero globale, che si terrà in altri 40 Paesi nel mondo.

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Comunicato sul Pride 2016

Riceviamo e diffondiamo:

“L’Orgoglio, la rabbia e la piazza che non c’e’ “
Siamo un gruppo di gay sardi, non conformi, abbiamo partecipato al “Pride Sardegna 2016”, che si e’ tenuto a Cagliari il 25 Giugno.
Queste le nostre considerazioni sulla giornata:
Come succede da qualche anno, anche questa volta i grandi cartelloni pubblicitari così come i manifesti che pubblicizzavano l’iniziativa hanno svelato un grande anonimismo, mancavano le parole forti, pesanti, come gay e lesbica o transessuale, lasciando il posto a un generico PRIDE, un orgoglio generalizzato quanto anonimo. Orgoglio di chi? di cosa? non era chiaro senz’altro dai manifesti e dalle brochure, molto piu’ evidenti gli sponsor: Tiscali, Arborea, Radiosintony ecc.. Così come i patrocinanti: Regione autonoma della Sardegna; Presidenza del consiglio regionale; Comune di Cagliari. e i vari supporters:  E.R.S.U.; CTM; F.I.C.C,  ecc…Tutto tranne la parola GAY, Lesbica, Trans..

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Professione: Prostituta

All’ordine del giorno della riunione di oggi del Consiglio comunale di Marrubiu vi è il punto “Case di tolleranza. Discussione sull’abolizione della legge Merlin, indirizzo di opinione del Consiglio.” L’Unione Sarda dello scorso venerdì ha dedicato a questa notizia un articolo dall’originalissimo titolo “Riapriamo i bordelli”.
Si tratta di una proposta portata avanti dal sindaco e dalla maggioranza per la discussione di “un tema d’attualità” che possa produrre un documento da inviare al Governo.
Le parole del primo cittadino di Marrubiu sono chiarificatrici di quale sia la logica sottostate ad azioni di questo tipo: “riteniamo che la riapertura delle case di tolleranza rappresenti il rispetto della dignità delle donne, non più costrette a stare per strada. Ma è anche una questione di igiene, lotta alla criminalità e soprattutto un aumento della fiscalità.” Sotto un generalgenerico rispetto della dignità delle donne non vi è neanche il più blando tentativo di camuffare quello che è il reale interesse delle diverse piccole realtà amministrative (principalmente sono proprio i comuni che si fanno promotori delle proposte di abolizione della legge Merlin): il vile denaro che le “povere donne sbattute per strada” sono in grado di far girare.
Questi tentativi abolizionisti, soprattutto nelle loro magre rappresentazioni mediatiche (ci si può realmente aspettare che alti esempi di giornalismo come l’Unione facciano un’inchiesta dettagliata su questi temi?), finiscono per fare un nauseabondo calderone di una serie di aspetti diversi che compongono lo spinoso tema del lavoro sessuale.
sexworkL’aspetto fondamentale costantemente omesso è che la prostituzione non è riconosciuta come lavoro ma allo stesso tempo non è illegale. Un limbo giuridico nel quale i comuni, che propongono la riapertura delle case chiuse, sperano di sguazzare per sanare i propri bilanci sgocciolanti.
Lo sfruttamento della prostituzione quello si che è illegale ma, guarda un po’, lo è anche la maggior parte delle migrazioni che vanno a rimpolpare le fila delle sfruttate del sesso (le vittime di tratta) che sono dunque due volte private della propria libertà: costrette al lavoro sessuale e illegali in quanto “clandestine” che dunque rischiano un bel soggiorno nel cie di turno.
Quello a cui assistiamo in questi discorsi è una sovrapposizione (che anche il Parlamento europeo ha appena fatto con l’approvazione della risoluzione Honeyball) tra le vittime di tratta e le sex workers che scelgono liberamente di fare del sesso la loro professione. La riapertura delle case chiuse coinvolgerebbe solo quest’ultima categoria, in quanto non illegale, quindi non risolvendo minimamente la questione della tratta e limitandosi a mettere a posto le pie coscienze.
Ma l’aspetto più grave che queste proposte implicano, oltre alla banalizzazione di un fenomeno complesso, è il non riconoscimento delle e dei sex workers (si, sono principalemente donne, transgender ma anche uomini) come soggetti in grado di autodeterminarsi ed autorganizzarsi, ignorando completamente le rivendicazioni che da anni portano avanti, prima fra tutte il riconoscimento della prostituzione come lavoro.

Dietro la prostituzione ci sono persone reali, in grado di decidere per se stesse, che se ne fanno ben poco di tutto questo moralismo finto progressista (quello tradizionalista cattolico è più che sufficiente) che le vorrebbe chiuse dentro una casa di tolleranza senza neanche riconoscerle.

Non è un paese per donne

Anche Cagliari ieri 25 novembre si è tinta di rosso, si è messa in ghingheri per quella fiera delle istituzioni che ormai è diventata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Un tripudio di scarpette rosse, drappi, passeggiate, letture e spettacoli. Occasione golosa per Le Pari Opportunità di mostrare come si sta lavorando bene, sciorinare dati e farsi lustro di una serie di servizi gestiti in realtà da associazioni, di differente natura e dalle differenti pratiche, che fanno il vero “lavoro sporco”. La morale è: la violenza sulle donne è un problema prioritario che viene egregiamente affrontato.

Peccato che la retorica sottostante tenda ad astrarre completamente il reale fenomeno della violenza sulle donne. Come e perché la violenza sulle donne esista e si riproduca non viene mai analizzato davvero. I soggetti agenti della violenza vengono costantemente omessi, questi compagni mariti fidanzati padri fratelli amici diventano delle entità impalpabili, irreali, inesistenti. Le donne dal canto loro sembra che non possano essere altro che vittime. Donne vittime che diventano un oggetto di pubblicità per le istituzioni che tanto si impegnano su questo importantissimo problema sociale. Donne che restano oggetti, che non hanno un effettivo spazio di parola e di azione.

D’altronde la “donna-vittima” è funzionale ad uno stato in cui il femminicidio viene usato come pretesto per legiferare misure repressive, per militarizzare territori e per rafforzare le misure di controllo. Sarebbe oltremodo scomodo 25Nuscire dalla retorica delle donne come soggetti deboli da tutelare e proteggere, soprattutto quando la violenza sulle donne che reagiscono viene operata proprio dallo stato stesso. Siamo in un paese dove vieni caricata e manganellata se osi manifestare con uno striscione che recita “Nei Cie la polizia stupra”, dove rischi di subire abusi sessuali da parte di qualsivoglia corpo delle forze dell’ordine se vieni fermata in Val Susa o ti ritrovi nella Diaz di turno. Siamo in un paese dove nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne la polizia ha caricato sotto il Quirinale le Cagne Sciolte, donne che manifestavano in giro per la città puntando diversi obiettivi tra cui quello di contestare l’arrivo di Putin e portare solidarietà al gruppo delle Pussy Riot. Le scarpe rosse vanno bene, i passamontagna colorati no.

Lo stato ci vuole proteggere e difendere a patto che restiamo degli oggetti, il cui utilizzo varia a seconda del contesto e dell’opportunità politica.

Viviamo in un paese per donne-vittime e se questo ruolo non ci sta bene ci pensa lo stato a ricordarci, fisicamente, che la violenza sulle donne esiste e va presa sul serio.

Sulla raccolta firme per la riapertura delle case chiuse

Una nuova tendenza per l’autunno-inverno pare essere la raccolta firme per l’abrogazione della legge Merlin. In diverse città italiane si sta infatti assistendo a questo nobile slancio di democrazia partecipativa e Cagliari non si è di certo fatta lasciare indietro. Leggiamo dall’Unione di domenica 29 settembre:

“I cittadini devono avere sempre il diritto di potersi esprimere – spiegano Antonello Floris e Pierluigi Mannino, consiglieri comunali in forza al gruppo Centro giovani – Patto per Cagliari, promotori della raccolta di firme nel banchetto di piazza del Carmine – soprattutto quando si tratta di tematiche riguardanti la libertà personale. Il referendum è uno tra gli strumenti a disposizione, anello di congiunzione tra gli italiani e le stanze del governo”. Ha firmato anche l’assessore alla Gioventù e Lavoro del Comune di Quartu, Michele Pisano. “Spesso un moralismo ipocrita di fondo non permette di affrontare il tema, particolarmente sentito dai cittadini. E’ una questione di sicurezza – ha detto Pisano – regolamentazione fiscale e controlli che hanno fatto bene a rilanciare i consiglieri comunali di Cagliari promotori dell’iniziativa”.

Sotto questa facciata di progressismo liberale, sembra di scorgere invece proprio quel moralismo ipocrita che finora ha impedito di affrontare adeguatamente il tema della prostituzione. Più che di sicurezza sarebbe meglio parlare di decoro urbano: in una città che sta facendo i salti mortali per riuscire a trasformarsi in una deliziosa e scintillante vetrina sul mediterraneo le prostitute per strada, diciamocelo, non è che facciano fare una bella figura. Meglio ripristinare le case chiuse, dare loro un nuovo “protettore” istituzionale, tassarle per sanare i tragici bilanci comunali. Una regolamentazione fatta a puntino.

Che importa poi se una parte considerevole delle prostitute sono vittime di tratta ed hanno come possibilità d’uscita quella di collaborare con le istituzioni per poi finire rinchiuse dentro un Cie? Che importa sapere quali siano in merito le posizioni e le rivendicazioni delle lavoratrici del sesso? Il “problema” è risolto.

In una città che ha scoperto le gioie delle gentrificazione lo spazio per il lavoro più antico e più stigmatizzato non può essere di certo la strada, ma una bella casa, chiusa, nascosta. Lontano dagli occhi, lontano dalla vetrina.

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