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Fermarci è impossibile

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Chiara, nicco, claudio e mattia ai domiciliari

Apprendiamo che Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, in carcere dallo scorso 9 dicembre per l’attacco No Tav al cantiere di Chiomonte, sono stati trasferiti ai domiciliari con tutte le restrizioni.

Liberta per tutti e tutte!
Francesco, Lucio e Graziano liberi!
Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò nelle strade!

SEGUIRANNO AGGIORNAMENTI

Sentenza di primo grado per Chiara, Claudio, Mattia e Nicco

Stamattina nell’aula bunker Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò sono stati condannati in primo grado, per i reati specifici da loro rivendicati come azione di resistenza all’alta velocità, a 3 anni e 6 mesi, contro la richiesta di nove anni per l’aggravante di terrorismo inoltrata dalla coppia Padalino e Rinaudo.

TUTTI LIBERI! ORA E SEMPRE NO TAV!

Repressione No Tav – “Esiste nei vostri codici di legge una violenza legale e una illegale…”

Con queste parole e’ stata interrotta martedi’ mattina la requisitoria           della Pm Pedrotta nel cosiddetto processone contro 53 No Tav accusati di aver partecipato alle giornate del 27 giugno e del 3 luglio 2011. L’udienza, sospesa, è riniziata solo dopo lo sgombero dell’Aula Bunker e terminerà con le richieste di condanne da parte dell’accusa.

«Esiste nei vostri codici di legge una violenza legale e una illegale.

Noi siamo accusati della seconda, voi vi fate forza della prima ed essa è fondamento della legge a cui vi appellate.

La vostra violenza legale è quella che rende possibile lo sfruttamento di milioni di persone, che uccide con le sue guerre “umanitarie”, che butta in strada chi non riesce a pagarsi un affitto, che devasta i territori in cui viviamo, che ingabbia vite umane dentro Cie e galere.

Il monopolio legittimo della violenza è ciò che rende possibile che chi detiene il potere possa cercare di costringere un’intera popolazione ad astenersi dal compiere un determinato atto, in questo caso lottare contro un’opera nefasta come il Tav, e parallelamente possa creare le condizioni per continuare ad imporla.

Non risuona familiare a lorsignori quest’espressione? Avete accusato di terrorismo quattro nostri compagni, ma nelle giornate del 27 giugno e 3 luglio 2011, come nell’azione di sabotaggio del 13 maggio 2013 eravamo presenti tutti e tutte.

Non è in quest’aula di tribunale che troverete le motivazioni che ci spingono a lottare. Noi, per contro, una volta usciti di qua sapremo dove trovarle: lungo quei sentieri di montagna, nelle strade e nei quartieri in cui viviamo.

Ora e sempre No Tav! Ora e sempre resistenza!»

Prigionieri/e No Tav – Sulla rinuncia al riesame delle misure cautelari per Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò

da informa-azione

All’udienza di questa mattina (Lunedì 6 ottobre 2014) avanti al Tribunale, quale giudice di rinvio dopo l’annullamento della precedente ordinanza disposto dalla Corte di Cassazione nel maggio scorso, gli imputati hanno rinunciato alla richiesta di riesame a suo tempo presentata.

Si tratta di una decisione frutto di un’approfondita discussione con i propri legali, fondata su una serie di osservazioni che si possono così sinteticamente riassumere:

  •     nonostante gli atti del procedimento cautelare fossero giunti a Torino già all’inizio di luglio, l’udienza è stata fissata solo ad ottobre, con ogni probabilità in sintonia con la richiesta della Procura di procedere a nuove indagini;
  •     vi è stato un duplice spostamento della data dell’udienza: il primo su richiesta della Procura, senza nemmeno interpellare la difesa, il secondo giustificato con una motivazione generica ed apparente che fa riferimento a non meglio circostanziate esigenze dell’ufficio;
  •     tale ultimo spostamento ha modificato la composizione del collegio giudicante che oggi era formato da 2 giudici su 3 che avevano rigettato la precedente richiesta di riesame con l’ordinanza poi annullata dalla Cassazione, mentre evidenti ragioni di opportunità avrebbero imposto una diversa composizione del collegio, tenuto conto, oltretutto, che compito del tribunale era quello di riaffrontare la questione della configurazione giuridica di alcuni tra i reati contestati, che già aveva deciso, in conformità all’impostazione della procura della repubblica;
  •     il dato più significativo, peraltro, risiede nell’ormai prossima definizione del processo avanti alla Corte d’Assise di Torino, che dovrebbe pronunciare la sentenza entro la fine del mese di novembre e che giudicherà su elementi di prova formati nel confronto tra le parti in dibattimento, la cui qualità e rilevanza è ben maggiore di quelli assunti unicamente dalla P.G. o dalla Procura, in assenza di contraddittorio, quali quelli sottoposti oggi all’attenzione del tribunale;
  •     va, inoltre, segnalato come solo venerdì 3 ottobre, nel primo pomeriggio, i Pm abbiano provveduto a depositare per imputati e difensori l’esito di proprie ulteriori investigazioni: si tratta di materiale di poco rilievo, quasi interamente raccolto all’inizio di settembre (eccezion fatta per documentazione prodotta ai Pm dalla parte civile, curiosamente proprio lo steso 3 ottobre), inutilizzabile in ogni caso nel giudizio avanti alla Corte d’Assise, che però avrebbe comunque dovuto essere depositato immediatamente nella segreteria della procura, secondo quanto disposto dal secondo comma dell’art. 430 c.p.p., e ciò a dimostrazione ancora una volta della   scarsa attenzione ai diritti della difesa.

L’udienza di oggi non avrebbe, in ogni caso, potuto comportare alcuna modifica in ordine alla libertà personale degli imputati. Il terreno di confronto era, infatti, ristretto alla qualificazione giuridica di alcuni reati, che è uno dei temi sui quali si dovrà esprimere a breve la Corte d’assise, con la più ampia cognizione di causa.

Chiara Mattia Niccolò Claudio

Durante l’udienza di ieri, 24 Settembre 2014, del processo per l’attacco contro il cantiere di Chiomonte, del 13 maggio 2013, Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò hanno rivelato che quella notte c’erano anche loro.

Ecco le loro parole:

«Conoscevo la Maddalena e la Val Clarea prima che ci venisse impiantato il cantiere dell’alta velocità. In quei boschi ho camminato, ho dormito, ho mangiato, ho cantato, ho ballato. In quei luoghi ho vissuto frammenti di vita preziosa insieme ad amici che ora non ci sono più e che porto nel cuore.
In quei luoghi sono tornato più volte negli anni.
Di giorno, di notte, di mattino, di sera; d’estate, d’inverno, in autunno e in primavera. Ho visto quei luoghi cambiare nel tempo, gli alberi cadere abbattuti a decine per fare spazio a siepi di acciaio spinato. Ho visto il cantiere crescere e un pezzo di bosco sparire, le torri-faro spuntare numerose e l’esercito arrivare a sorvegliare un desolato sterrato lunare con gli stessi mezzi blindati che pattugliano i monti afgani.
Così in Val Clarea son tornato una volta ancora in quella ormai celebre notte di maggio.


Molto, troppo, è stato detto e scritto su quella notte e non sta a me, né mi interessa, dire come si trascriva quel gesto nella grammatica del codice penale. Quello che posso dire è che quella notte c’ero anch’io.
Che non fossi lì con l’intento di perseguire il terrore altrui o anche peggio, lo può capire qualsiasi persona dotata di buonsenso che abbia anche solo una lontana idea di quale sia la natura della lotta No Tav e quale il quadro di coordinate etiche all’interno del quale questa lotta esprime la sua ventennale resistenza.
Che fossi lì per manifestare una volta di più la mia radicale inimicizia verso quel cantiere e, se possibile, sabotarne il funzionamento, ve lo dico io stesso.
E se abbiamo deciso di prendere la parola oggi prima che questo processo si addentrasse nella selva delle perizie e delle controperizie vocali è proprio per affermare una semplice verità: quelle voci sono le nostre.
Su questo la Procura ha costruito una storia.
Una storia in cui i cellulari diventano prove dell’esistenza di una catena di comando, addirittura di una pianificazione paramilitare, ma la verità -come spesso accade- è molto più semplice e meno roboante.
Esiste un motto in Val Susa che da anni è entrato nel bagaglio comune della lotta No Tav e ne orienta nella pratica le azioni di disturbo al cantiere.
Questo motto è:«
si parte e si torna insieme». A significare che in questa lotta ci si muove insieme. Insieme si parte e insieme si torna.
Nessuno va lasciato indietro. A questo servivano i telefoni quella notte, a questo si sono prestate le nostre voci.

Parlare invece di capi, di organigrammi, di commando, di strateghi, significa voler proiettare su quell’evento l’ombra di un mondo che non ci appartiene e stravolgere il nostro stesso modo d’essere e di concepire l’agire comune.

Per quanto mi riguarda lascio agli entusiasti speculatori ad alta velocità il triste privilegio di non avere scrupolo della vita altrui, e a loro lascio anche il culto della guerra, del comando e del profitto ad ogni costo.
Noi ci teniamo stretti i valori della resistenza, della libertà, dell’amicizia e della condivisione e da questi cercheremo di trarre forza ovunque le conseguenze delle nostre scelte ci porteranno.

Mattia»

«La notte fra il 13 e il 14 maggio ho preso parte al sabotaggio avvenuto al cantiere della Maddalena a Chiomonte. Ecco svelato l’arcano.
Non mi stupisce che gli inquirenti nel tentativo di ricostruire i fatti usino parole come “assalto, attentato terroristico, gruppi paramilitari, armi micidiali”. Chi è solito vivere e difendere una società fortemente gerarchizzata non può comprendere quello che è avvenuto negli ultimi anni in Val di Susa. Per descriverlo attingerà dalla propria cultura intrisa di termini bellici. Non è mia intenzione annoiarvi sui motivi per cui ho deciso di impegnarmi nella lotta contro il Tav o su cosa significhi la difesa di quella valle, voglio solo sottolineare che qualsiasi cosa che abbia a che fare con guerra o eserciti mi fa ribrezzo.
Capisco lo sgomento dell’opinione pubblica e dei suoi affabulatori per la ricomparsa di questo illustre sconosciuto, il sabotaggio, dopo che si erano tanto spesi nel seppellirlo sotto quintali di menzogne.
Alla lotta contro il treno veloce il merito di aver rispolverato tale pratica, di aver saputo scegliere quando e come impiegarla e di essere riuscita a distinguere il giusto dal legale.
Alla lotta contro il treno veloce la grossa responsabilità di mantenere fede alle speranze che molti sfruttati ripongono in lei e di far assaporare ancora il gusto sapido del riscatto.

Mi permetto di rispedire alcune accuse al mittente. Siamo accusati di avere agito per colpire delle persone o quantomeno incuranti della loro presenza, come se provassimo profondo disprezzo per la vita altrui. Se c’è qualcuno che dimostra tale disprezzo è da ricercare nei militi che esportano pace e democrazia in giro per il mondo, gli stessi che presidiano con devozione e professionalità il cantiere della Maddalena. Per quanto concerne l’accusa di terrorismo non ho intenzione di difendermi. La solidarietà che abbiamo ricevuto dal giorno del nostro arresto ad oggi ha smontato a sufficienza un’incriminazione così ardita. Se dietro quest’operazione c’era il tentativo, non troppo velato, di chiudere i conti con la lotta No Tav una volta per tutte, direi che è fallito miseramente.

Claudio»

«I motivi che mi hanno spinto in Val di Susa a prendere parte a questa lotta sono tanti; i motivi che mi hanno spinto a restare e continuare su questa strada sono ben di più.
In mezzo c’è un percorso di maturazione collettiva, di assemblee pubbliche e private, di campeggi e presidi, di confronto e scontro. In mezzo c’è la vita, quella di tutti i giorni, quella delle alzatacce e delle nottate insonni, della gola secca sui pendii rocciosi e dei pasti frugali, dei piccoli impegni e delle grandi emozioni.

In questo percorso chi lotta ha imparato la precisione del linguaggio, a chiamare le cose per quello che sono e non per l’involucro formale con cui si pubblicizzano, come un cantiere che prima era un fortino ed ora sta diventando una fortezza. Parole in grado di restituire il portato emotivo e l’impatto sulle proprie vite di determinate scelte della controparte, di chi ha deciso di invischiarsi in questa grande opera. Parole rispolverate da un lessico che sembrava antico e invece si riscoprono in tutta la loro potenza e semplicità nel descrivere le proprie azioni.
Un’accortezza di linguaggio che mi accorgo non essere così diffusa nel mondo circostante, quando leggo di improbabili “commando” che secondo una certa ricostruzione propinata anche dai giornali avrebbero assaltato il cantiere nella notte del 13 maggio. Una parola quanto mai infelice non solo per il suo richiamo all’atto del comandare ma anche per una certa allusione mercenaria, inaccettabile, di chi sarebbe disposto a qualsiasi mezzo pur di raggiungere il proprio fine.
Di contro chi lotta ha imparato a convogliare con intelligenza persino le passioni forti e irruente che nascevano dai tanti colpi subiti quando un amico perdeva un occhio per via di un lacrimogeno o un altro era in fin di vita.

Per quanto mi riguarda la Val Clarea mi è amica fin da quando nel 2011 rilanciavamo la terra a mani nude nei buchi scavati dalle ruspe durante gli allargamenti del cantiere.
Ricordo che tra le tende di quel campeggio echeggiava una canzone, tra le tante inventate per divertirsi e darsi forza, sulle note di un vecchio canto partigiano. Il primo verso recitava «dai boschi di Giaglione uniti scenderemo….». In questi anni molte volte è stato dato seguito e sono state rilanciate quelle parole e qualcuno in quella notte di maggio ha deciso di farlo con altrettanta convinzione e io ero tra loro. Una delle voci dietro a quel telefono è la mia. Ma soffermarsi su una responsabilità personale, per tesserne o meno le lodi, non è in grado di restituire quel sentimento collettivo maturato nelle case di tante famiglie, di valle e di città, o tra una chiacchierata e una bevuta in un bar, nelle piazze e nelle strade, nei momenti conviviali come in quelli più critici. Un sentimento che ha saputo esprimersi in uno degli slogan più gridati dopo i nostri arresti e che descrive bene la vera appartenenza di quel gesto: «dietro a quelle reti c’eravamo tutti…». Uno slogan che ci riporta direttamente ad un’assemblea popolare tenutasi a Bussoleno nel maggio 2013 con cui l’intero movimento salutava e accoglieva quel gesto chiamandolo sabotaggio.
E se dietro quelle reti c’eravamo tutti, dietro queste sbarre un pezzetto di ognuno ha saputo sostenerci e darci forza. Per questo, anche qui, qualunque siano le conseguenze delle nostre azioni, ad affrontarle non saremo soli.

Niccolò»

«In quest’aula non troverete le parole per raccontare quella notte di maggio.
Usate il linguaggio di una società abituata agli eserciti, alle conquiste, alla sopraffazione.
Gli attacchi militari e paramilitari, la violenza indiscriminata, le armi da guerra appartengono agli Stati e ai loro emulatori.

Noi abbiamo lanciato il cuore oltre la rassegnazione.
Abbiamo gettato un granello di sabbia nell’ingranaggio di un progresso il cui unico effetto è l’incessante distruzione del pianeta in cui viviamo.

C’ero quella notte ed è mia la voce femminile che è stata intercettata.
Ho attraversato un pezzo della mia vita insieme a tutti quegli uomini e a tutte quelle donne che da più di vent’anni oppongono un No inappellabile ad un’idea devastante di mondo. Ne sono fiera e felice.

Chiara»

Arrestati altri tre NOTAV per l’attacco al cantiere dello scorso Maggio

Da radioblackout.org:

Verso le 5.30 di questa mattina, la polizia si è presentata in grande stile, incappucciata e con armi alla mano, nelle abitazioni di quattro attivisti no tav. L’operazione ha portato all’arresto di tre persone tra Milano e Lecce e ad almeno una perquisizione, nell’ambito dell’indagine che portò il 9 dicembre scorso all’arresto di 4 attivisti notav, accusati di terrorismo.

A richiedere le misure i due pm con l’elmetto Andrea Padalino e Antonio Rinaudo, che evidentemente scontenti della decisione della corte di cassazione che ha negato la configurabilità del reato di terrorismo, ora puntano a prendersi la loro personale, quanto ridicola, rivincita, pensando bene di proseguire l’indagine riguardante l’assalto notturno al cantiere della Tav di Chiomonte tra il 13 e il 14 maggio 2013. L’operazione di oggi è significativa di come i due Pm cerchino ora di allargare il raggio di azione, andando a colpire altri compagni e compagne.

Secondo le prime informazioni, i tre arrestati questa mattina sono accusati di fabbricazione e porto d’armi di “armi da guerra e congegni esplosivi”, danneggiamento, incendio e violenza a pubblico ufficiale aggravata. Sono tuttavia da verificare l’esattezza dei capi di imputazione, mentre i tre sono tutt’ora in questura. All’interno dell’operazione di questa mattina, anche una lunga perquisizione a casa di una quarta persona, sempre nel milanese.

Da: LaStampa

Tav, tre arresti per l’assalto al cantiere
Sono indagati anche per terrorismo
Nel maggio 2013 l’attacco a Chiomonte di 30 persone a volto coperto.
Le indagini della Digos di Torino e Milano: «Avevano armi da guerra»
C’è anche il possesso di «armi da guerra» tra le accuse ipotizzate a carico dei tre giovani anarchici arrestati dalla Digos di Milano e Torino, stamani, nell’ambito delle indagini sull’assalto al cantiere Tav di Chiomonte (Torino). Si tratta di giovani tra i 24 e i 26 anni ritenuti a vario titolo responsabili per i fatti commessi contro le forze dell’ordine durante gli scontri in Val Susa del 13 e 14 maggio 2013.
Due sono stati arrestati a Milano e uno a Lecce. Tra le accuse, oltre a quella di possesso di armi da guerra, figurano a vario titolo anche reati contro la persona, le violenze contro le forze dell’ordine, e contro il patrimonio, i danneggiamenti al cantiere. I pm Andrea Padalino e Antonio Rinaudo hanno ottenuto la custodia cautelare dei tre per altri reati, ma procedono anche per la medesima accusa contestata inizialmente ai quattro attivisti che sono già sotto processo a Torino.

Per le forze dell’ordine quello dello scorso anno fu «un attacco in piena regola» al cantiere Tav del cunicolo esplorativo di Chiomonte. Nel resoconto della Questura di Torino si parlava di circa 30 persone, tutte travisate, che attorno alle 3.15 avevano preso d’assalto il perimetro del cantiere in un caso tagliando un piccolo tratto di recinzione, in altri cercando di bloccare con cavi di acciaio alcuni varchi normalmente utilizzati dalle forze dell’ordine. Azioni simultanee, su più fronti, utilizzando bengala, razzi esplosi da un rudimentale mortaio, artifici pirotecnici, bombe carta e bottiglie incendiarie.

per chi volesse scrivergli e fargli sentire la propria solidarietà :

Mazzarelli Graziano
casa circondariale
via paolo perrone 4
Borgo S.Nicola
73100 Lecce

Alberti Lucio
Sala Francesco

casa circondariale San Vittore
piazza filangeri 2
20123 Milano

Comunicato di Nico dal carcere delle Vallette

Domenica 15 Giugno 2014, carcere delle Vallette, Torino.

Mi chiamo Nicolo’ Angelino. Sono stato arrestato martedi’ 3 giugno a Torino durante un’operazione di polizia mirata a stroncare la più bella avventura della mia vita.
Vana illusione della procura.
Da quel giorno sono chiuso in una cella singola del blocco D. Pulita, ritinteggiata e profumata. Da voltastomaco. Il blindo è aperto ma il cancelleto è chiuso 23 ore al giorno. Si apre e si richiude solamente quando vado a fare la mia ora d’aria.
Parlare con gli altri detenuti attraverso le sbarre è avvincente e malgrado siano molto simpatici il disagio è visibile da entrambe le parti. Qui al piano non ho complici e non ho la speranza di trovarli. Alcuni sono in isolamento sotto teapia 24 ore su 24, gli altri, quelli che vedo, sono lavoranti. Hanno il massimo dei privilegi che una Amministrazione Penitenziaria puo’ offrire e non si metteranno in gioco per me.
I capi di imputazione per cui sono sottoposto a misure cautelari sono cosi lievi che parlano da soli: sono detenuto e sottoposto a un regime para-speciale per le mie idee, per isolarmi, rendermi inoffensivo e impedirmi di lottare.
Domani lunedi’ 16 giugno non rientrero’ volontariamente dall’aria per pretendere che la mia cella sia aperta durante il giorno o che io sia trasferito in una sezione comune. Lo stesso succederà per i due giorni successivi. Se durante questa protesta saro’ punito con l’isolamento o la privazione dell’aria oppure non ottero’ il risultato sperato mercoledi’ 18 iniziero’ lo sciopero della fame. Non perché le mie condizioni detentive siano disumane, contrarie a qualche convenzione di diritti umani o perché il mio trattamento è un abuso dell’amministrazione penitenziaria ma perché semplicemente a me non va.
Non ho più voglia di chiedere ad un secondino se posso avere della frutta. La voglio prendere da solo, quando mi va, come fanno gli altri. Voglio parlare con gli altri detenuti senza delle sbarre di mezzo.
So che lo strumento dello sciopero della fame non mi porta su un terreno di lotta esaltante. Pero’ in questo isolamento, assenza di complici e strapotere delle guardie, è l’unico strumento che puo’ ribaltare il rapporto di forza con i miei portachiavi.
Lottero’ a testa alta e sicuro del vostro calore, con la stessa rabbia e la stessa serenità chi in altri tempi e in altri luogi si è lanciato verso oceani in tempesta ben più grandi della tinozza in cui mi trovo.
Comunque vada questa poca acqua finirà nello stesso mare e poco importa se otterro’ o meno quello che voglio.
Solo lottando voglio vivere.
Un caloroso abbraccio a tutti prigionieri
Tutti liberi
Fuoco alle galere

NO TAVLa cassazione annulla gli articoli 280 e 280 bis, cioè la finalità di terrorismo e rimanda gli atti al Tribunale della libertà

Da Lastampa.it:

Per la Cassazione il terrorismo non c’entra con gli attacchi al cantiere dell’Alta Velocità in Val di Susa. Un punto a favore per i quattro attivisti No Tav, Claudio Alberto, Niccolò Blasi, Mattia Zanotti e Chiara Zenobi, legati all’area anarchica, in carcere da cinque mesi per aver lanciato petardi e bombe molotov durante un attacco messo a segno nella notte tra il 13 e il 14 maggio 2013.

Le motivazioni non sono ancora note, ma la Cassazione, ieri sera, ha annullato con rinvio la decisione del Tribunale del Riesame di Torino, che lo scorso gennaio aveva confermato le accuse della procura e respinto le istanze di scarcerazione dei difensori. «Questa è una piccola vittoria, per lo più sul piano giuridico, ma è uno spiraglio importante in vista del processo che si aprirà il 22 maggio di fronte alla corte d’Assise di Torino» dice Claudio Novaro, uno degli avvocati dei quattro No Tav, insieme ai colleghi Eugenio Losco, Giuseppe Pelazza. «Per ottenere la loro scarcerazione – aggiunge il legale – bisognerà attendere ancora un po’: la questione è complessa e dobbiamo prima esaminare le motivazioni. Intanto ci godiamo il risultato. Era importante sottolineare che è stato commesso un errore nell’applicare la legge. Finalmente qualcuno ci dà ragione». Adesso dovrà essere lo stesso tribunale del Riesame, in una nuova composizione, differente da quella precedente, a decidere sulla scarcerazione dei quattro imputati. Ma seguendo i criteri di diritto fissati dalla Cassazione, appena saranno noti.

La questione di fondo, in questo caso, è il terrorismo. O meglio la «veste» attribuita agli attacchi condotti contro il cantiere in quella notte di maggio. Secondo l’accusa furono lanciate dieci bombe molotov: nell’attacco un compressore prese fuoco e il fumo si propagò all’interno del tunnel esplorativo, dove stavano lavorando 11 operai. I legali dei No Tav, a prescindere dalla responsabilità individuali che saranno valutate dalla corte d’Assise, non hanno mai negato l’attacco, né l’intenzione dei manifestanti di sabotare il cantiere. Ma hanno sempre respinto con forza le finalità terroristiche delle loro proteste, la volontà di mettere in pericolo la vita di operatori e personale delle forze dell’ordine, e il tentativo di legare una lunga serie di attacchi alle condotte contestate ai quattro No Tav. «La violenza non è sinonimo di terrorismo». I giudici del riesame, invece, avevano confermato l’ordinanza del Gip, ritenendo «ravvisabile la finalità di terrorismo tenuto conto che: l’azione è idonea, per contesto e natura, a cagionare grave danno al Paese, è stata posta in essere allo scopo di costringere i pubblici poteri ad astenersi dalla realizzazione dell’opera». Da Notav.info:

E’ arrivata da pochi minuti la sentenza della Corte di Cassazione che annulla la sentenza del tribunale della libertà che ora dovrà riformulare il reato per i quattro in base alle indicazioni della Cassazione. Cade quindi il reato di terrorismo e il tentativo spregiudicato della procura di Torino che tiene in carcere dallo scorso dicembre Chiara, Claudio,Mattia e Niccolò.

L’estrema forzatura dei pm con l’elmetto che hanno basato tutta l’accusa sul reato del “270 sexies’(connesso al 280 ):, “attentato con finalità terroristiche, atto di terrorismo con ordigni micidiali ed esplosivi, oltre che detenzione di armi da guerra e danneggiamenti” va in pezzi se giudicata fuori dalle mura amiche della città di Torino.

Esiste un ‘caso Torino’ perchè di fatto la Cassazione è da 13 anni annulla le fantasie della procura

2001: la cassazione annulla le sentenze di Torino che condannavano Edo, Sole e Baleno per associazione sovversiva.
2012: la cassazione annulla l’ordinanza del tribunale del riesame di Torino che ha tenuto in carcere per mesi due no tav accusati di resistenza e violenza a pubblico ufficiale
2014: la cassazione annulla l’ordinanza del tribunale del riesame di Torino che aveva confermato l’accusa di terrorismo contro 4 no tav, tenendoli in carcere per 6 mesi.
Tutte misure richieste dalla procura di Torino, oggi come 13 anni fa e tutte puntualmente smentite dalla cassazione di Roma.

Tutte richieste che sembravano e sembrano smisurate, sproporzionate, assurde, gonfiate, senza bisogno di essere giuristi.

Sarebbe ora di prendere atto dell’anomalia in corso nella procura torinese e nel pool di pm con l’emetto che oggi, dopo il dossier sulle strane amicizie del pm Rinaudo, la bufala dell’aggressione all’autista (montata poi da pm e media)e la sentenza odierna, ha perso definitivamente credibilità.

 

Da informa-azione.info:

Brutta giornata per i pm torinesi…

Apprendiamo in nottata che la Corte di Cassazione di Roma ha annullato la sentenza del tribunale della libertà di Torino in merito alle accuse di terrorismo contro Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, in carcere dallo scorso 9 dicembre.
Viene quindi respinta la legittimità degli art. 280 e 280 bis (attentato con finalità di terrorismo e attentato terroristico con ordigni micidiali ed esplosivi), mentre il 270 sexies e gli altri reati di cui sono accusati i compagni e la compagna, non sono stati contestati da questa sentenza.
Questo comporta che il tribunale della libertà di Torino dovrà tornare a esprimersi sulle misure cautelari disposte, ma non interviene direttamente sulle imputazioni che i pm continueranno a utilizzare in sede processuale.
Pur nella tristezza e sterilità delle aule dei palazzi della Giustizia, questa piccola notizia rappresenta comunque un primo vacillare del piano accusatorio e segnala le falle del teorema orchestrato dal duo Rinaudo-Padalino sotto l’egida del pensionando Caselli.

A margine si apprende anche di come l’autista del pm Rinaudo, che ad aprile aveva lamentato un aggressione effettuata da tre incappucciati armati di taglierini, si fosse inventato tutto. Subito la balla, smascherata da evidenti incongruenze nella ricostruzione proposta dall’autista, era stata utilizzata per vittimizzare la magistratura torinese e la propria servitù, puntando il dito contro gli anarchici. Viene da chiedersi se questa messa in scena, giustificabile con lo stress solo dal collega Massimo Numa – un altro contaballe di professione, non mini la credibilità di chi aveva subito colto l’occasione per giocare a fare l’eroe minacciato, ma sempre pronto al sacrificio.
Certi del momento stressante per la magistratura torinese non ci resta che dire… compagna gastrite pensaci tu!

Da Repubblica.it:

Attesa per ore, la sentenza della sesta sezione della Corte di Cassazione è arrivata pochi minuti prima della mezzanotte: annullata la sentenza del tribunale della libertà che ora dovrà riformulare il reato per i quattro in base alle indicazioni della Cassazione. I ricorsi sono stati presentati dai legali di Claudio Alberto, Niccolò Blasi, Mattia Zanotti e Chiara Zenobi, i quattro attivisti in carcere da cinque mesi con l’accusa di terrorismo. Soddisfatto uno dei legali degli attivisti, Claudio Novaro, che afferma: “Era un’accusa che non stava in piedi in alcun modo. Non stiamo parlando di una manifestazione di piazza e quello che accadde non ha nulla a che vedere con fatti di terrorismo”. Nella vicenda sotto la lente della Suprema Corte per la prima volta è stato applicato il reato del ‘270 sexies’, “attentato con finalità terroristiche, atto di terrorismo con ordigni micidiali ed esplosivi, oltre che detenzione di armi da guerra e danneggiamenti”.
L’accusa della Procura è stata appoggiata anche dal Tribunale della libertà di Torino lo scorso 9 gennaio. “E’ ravvisabile la finalità di terrorismo – ha scritto il riesame – L’azione è idonea, per contesto e natura, a cagionare grave danno al Paese. E’ stata posta in essere allo scopo di costringere i pubblici poteri ad astenersi dalla realizzazione di un’opera pubblica di rilevanza internazionale”. Ma quella sentenza è stata annullata dai giudici della Suprema corte e ora andrà riformulata.

 

Lettera di Mattia da Alessandria

Casa Circondariale di Alessandria, prima metà di febbraio

Apprendo ora che è stato fissato l’inizio del nostro processo con relativa lista delle parti offese, tra le quali:

– Commissione Europea
– Consiglio dei Ministri
– Ltf
– Alcuni operai
– 3° Reggimento degli Alpini di Pinerolo
– Carabinieri di Sestriere
– Poliziotti di Imperia
– Finanzieri di Torino
Segnalo ai Pubblici Ministeri che hanno scordato Dudù e la nonna di Alfano.
Approfitto inoltre della circostanza per comunicare la mia lista dei testimoni:
1. Lo spesino del carcere delle Vallette che mi ha visto cambiare la bomboletta del fornello e che è dovuto intervenire prima che asfissiassi l’intera sezione D per manifesta incapacità pratico-manuale. Sue testuali parole: «Se tu hai guidato un gruppo d’assalto io mi chiamo Giulia Ligresti».
2. Mio cugino che mi vuole un sacco bene.
3. La talpa meccanica.
Sicuro che i commediografi di stanza al Tribunale di Torino prenderanno in considerazione i miei suggerimenti per il casting, faccio loro presente di avvisare i responsabili del personale che:
– Totò lo spesino adora gli arrosticini
– Mio cugino è vegetariano
– La talpa meccanica ha un debole per l’amianto
Chiedo dunque di provvedere ad un adeguato pranzo al sacco e ad una congrua diaria.
Colgo anche l’occasione per avanzare pubblica rimostranza per il fatto che il mio coimputato Claudio Alberto è stato trasferito a Ferrara e pertanto non potrà più vedere i goal del Toro sul t.g. Piemonte (unica cosa che valga la pena vedere sul suddetto t.g.).
Saluto infine i Pubblici Ministeri e il giudice per le indagini preliminari e ricordo loro che per una svista, dopo averci trasferito un una sezione di Alta Sicurezza, imposto la censura sulla posta, sospeso i colloqui, costretto al divieto d’incontro tra coimputati, si sono dimenticati di sospenderci il diritto alle ore d’aria, ai pasti e all’ironia. Chiedo pertanto loro di prendere al più presto provvedimenti in tal senso e di adeguarsi alle più recenti prassi giurisprudenziali che oltre ad applicare le leggi antiterrorismo ai no tav, prevedono efficaci tecniche persuasive come, ad esempio, il waterboarding o gli elettrodi applicati al basso ventre.
Mi rendo conto che siano pratiche che non sempre si addicono alle usanze democratiche… ma io dico, diamine, fatto trenta facciamo trentuno! Che poi, diciamolo, quella della democrazia è una credenza folklorica, al pari del Bigfoot o dellla Befana. Possibile che nel 2014 dobbiamo ancora credere alle favole? Un po’ di serietà, perdio! Qui c’è pur sempre gente che rischia anni e anni di galera…
Bene, concludo questa mia accorata missiva certo che il vostro coraggioso progressismo non vi impedirà di prendere in considerazione i miei suggerimenti.
Vi saluto cordialmente e vi auguro buona inquisizione.

Mattia

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