Archivi del mese: luglio 2013

Manie di protagonismo

Il protagonista di questa storia è un controllore delle FS, tal Marco P. (purtroppo non ci è dato conoscere il cognome di questo campione), sabato pomeriggio era all’opera sulla linea Cagliari – Carbonia, caldo soffocante, goccioline di sudore sulla pelata, il treno si ferma alla stazione di Villamassargia per permettere il cambio ai passeggeri diretti a Iglesias, tutti salgono sulle nuove vetture, abbassano i finestrini in attesa della partenza.fs

Dopo dieci minuti il treno non è ancora ripartito, qualche curioso si affaccia dai finestrini e nota che il controllore è a terra e sta discutendo animosamente con un ragazzo di colore, non si distinguono le parole ma i toni sono belli accesi, il controllore sale sul treno, sembra che si stia per partire, allora i passeggeri tornano a sedersi sui comodissimi sedili in plasticone, ed ecco apparire la pelata sudata del prode Marco P. che domanda i biglietti in modo nervoso. Arriva il turno di un ragazzo che gli chiede cosa fosse successo e cosa stava causando gli ormai 20 minuti di ritardo. La risposta è stata “questi non sono affari suoi, io devo fare il mio lavoro” al che il ragazzo risponde dicendo che in quanto pagante ha diritto a chiedere informazioni, qui il controllore perde la testa iniziando a blaterare che il treno è suo, che se non va bene lo denuncerà come sta per fare con quell’altro li giù che non gli ha dato i documenti. Ecco cosa era successo.

villamas

A questo punto il ragazzo manda a quel paese il controllore e va insieme a una ragazza a parlare con il ragazzo fuori dal treno e si fa raccontare la storia. Nel cambio si è dimenticato il biglietto sull’altro treno, alla richiesta del controllore gli ha spiegato l’accaduto proponendo di ricomprare il biglietto, ma il controllore non ha voluto saperne e ha preteso che gli desse i documenti per fargli la multa, al che il ragazzo si è rifiutato e il controllore ha bloccato il treno e chiamato la polizia. Quando il treno era fermo da mezzora si è scatenata una vera e propria caccia al controllore che frastornato da urla e minacce ha fatto risalire il ragazzo sul treno e finalmente il convoglio è partito per Iglesias.

Arrivati in stazione Marco P. ha dovuto constatare che anche le forze dell’ordine gli avevano voltato le spalle, infatti non c’era nessuno ad attendere il treno se non famigliari e amici. Sceso dal treno il ragazzo è stato avvicinato da qualche passeggero che gli ha consigliato di andare velocemente all’uscita, lui ha però voluto comprare un biglietto e portarlo al simpatico controllore, che sfottuto da tutti si è girato e se ne andato.

Voci di stazione dicono che non sia la prima volta che questo controllore si comporta così, che esclamazioni tipo “io sono come la polizia” siano state sentite più volte, e che spesso se la prenda con chi non è italiano…

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Tentati suicidi

Nel carcere di Bancali, il nuovo maxi carcere nei pressi di Sassari e a Lanusei sono stati sventati due tentativi di suicidio.
Quello di Bancali ha come protagonista un giovane Rumeno ed è stato sventato dalle guardie. Il secondo ha come protagonista invece uno dei prigionieri trasferiti da Buon cammino a Lanusei in seguito alle proteste delle scorse settimane.
Quest’ultimo, padre di 4 figli, lamentava, dicono i giornali, le condizioni disumane in cui versano le galere.
Non si sono fatte attendere le dichiarazioni dei politici di turno e dei sindacati di polizia penitenziaria che lamentano la mancanza di organico e le condizioni di detenzione, aggiungendo anche che magari la prossima volta non arriveranno in tempo a salvare la vita di chi tenta il suicidio.
I giornali preferiscono dar voce ai politici che ai detenuti e questo è un dato di fatto, così come la voce dei secondini è sempre piu’ forte rispetto alla situazione dei prigionieri. Non ci si interroga però quanto le guardie carcerarie siano parte in causa nel trattamento detentivo. Non ci si interroga quante angherie subiscano i detenuti da parte delle frustrate guardie e che livello di ricatto e minaccia ci sia nel rapporto tra prigionieri e secondini.
In un recente presidio i carcerieri minacciavano i detenuti perchè non parlassero con i solidali e con i parenti ed è questo lo specchio della situazione di minaccia che ogni giorno i detenuti subiscono, chi protesta viene trasferito o peggio pestato e il suicidio non è certo dovuto alla mancanza di organico delle guardie ma è un atto estremo che va alla base del problema, questa base si chiama galera ed è l’unica vera colpevole dell’orrore che contiene.

Truffe ai migranti

Dopo le vicende della figlia del sedicente mago Giacomini, segnaliamo un altro giro di truffe ai danni dei migranti.
Alcuni ragazzi senegalesi sono stati avvicinati, prevalentemente alle fermate degli autobus nella zona tra via Ospedale e piazza Matteotti a Cagliari da un tipo che si fa chiamare Fabio e che promette un lavoro in una ditta di prodotti farmaceutici come scaricatori di container.
Il buon Fabio è un tipo alto, spesso con camice aperte e che ha un ciondolo “tao” al collo.
La truffa è di per se molto semplice, il giovane parla con gli ambulanti che vede seduti e stremati dal lavoro e gli chiede se vorrebbero lavorare in una ditta che sta cercando personale. I ragazzi senegalesi, in una situazione di disagio e provati dalle ore passate a camminare e cercare di vendere qualcosa si dimostrano interessati. Lì entra in gioco la seconda fase del piano. Fabio gli chiede i documenti e gli dice che il suo amico lavora dentro l’ospedale e che è lui il contatto per il lavoro. C’è così un secondo appuntamento in cui il benefattore si fa dare una copia dei documenti ed entra insieme al migrante dentro l’ospedale San Giovanni di Dio. Fa attendere il ragazzo nella sala d’attesa mentre lui scompare dietro una porta. Torna dopo cinque minuti e dice al ragazzo che servono circa 150 euro per i documenti e le procedure burocratiche, dà così un terzo appuntamento in cui ritira i soldi e da un numero di telefono di un altro suo amico. Il ragazzo lo dovrà contattare per sapere orario e luogo di lavoro. Da buon truffatore arriva il momento cruciale e il buon Fabio scompare. Resta quindi un ragazzo senegalese che ha moglie e figlie in città e che si è indebitato con amici e parenti per la prospettiva di una vita migliore e un bastardo che specula su quella speranza. Alcuni amici hanno provato a contattare il mecenate improvvisato e minacciarlo,cercarlo ma senza risultati. In questa situazione ovviamente subentra la paura nel ragazzo migrante che pensa “ma questo ha i miei documenti”, “questo è un bianco mentre io sono un migrante, chi mi crede?” ,”Si l’ho rivisto ma ho paura che mi denunci se gli faccio qualcosa e mi rimpatriano”.Già, queste paure però non gliele ha messe “Fabio”ma noi, siamo noi che mettiamo queste paure nei loro cuori per cui la loro voglia di giustizia viene soffocata e li lascia nell’umiliazione di essere in un paese straniero e venire fregati per una speranza, siamo noi complici silenziosi di quelle leggi che mettono una differenza tra gli esseri umani. Di “Fabio”ce ne sono tanti purtroppo, a volte è proprio la solidarietà che manca.

Vigili urbani, neanche più il fascino della divisa

Nelle ultime settimane per le strade di Cagliari è facile imbattersi in persone con una stano gilet giallo fosforescente, non sono automobilisti reduci da incidente o ciclisti senza bici, sono gli agenti del corpo dei vigili urbani di Cagliari, a cui hanno tagliato i fondi per la lavanderia e quindi sono rimasti così..in gilet…

Oggi hanno inscenato uno sciopero con tanto di volantinaggio per denunciare anche lo svilimento della categoria non più in camicia azzurra…

I tagli non finiscono qua, i vigili hanno problemi anche di mobilità, sembra che siano meno le pattuglie mobili e con meno benzina, e che sempre più spesso per accorrere nei luoghi di incidenti stradali o di ingorghi i vigili si siano serviti dei mezzi pubblici.

agenti in gilet la scorsa primavera.

vigili

Dappertutto..

Stamattina prenderanno il largo dal porticciolo di Marina Piccola due acquascooter della polizia italiana. Fortemente voluti dal questore Bontempi pattuglieranno le coste di Cagliari, forse metteranno le multe per eccesso di velocità alle spigole e per divieto di sosta alle patelle…

40 milioni…di manganellate

Ieri è iniziata la prima visita internazionale del nuovo papa, a Rio de Janeiro migliaia di fedeli lo hanno accompagnato per le strade della capitale, agghindata a festa e con un apparato di sicurezza formato da centinaia di uomini delle forze dell’ordine e militari. Al calar del buio come successo per la confederation  cup sono scattati violentissimi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, il motivo? I quaranta milioni di euro spesi dal governo per organizzare la visita del papa, mentre la società versa in una crisi economica e sociale quasi senza precedenti, gli scontri durati qualche ora hanno fatto registrare il ferimento grave di uno sbirro e di  un fotografo e il fermo di una decina di manifestanti. I metodi usati dalla polizia per sedare questi fuochi di rivolta sono la pratica realizzata del “Urban operation 2020” ovverosia il manuale della Nato su come sedare le rivolte metropolitane che da qui al 2020 scoppieranno un pò ovunque per l’insostenibilità delle condizioni di vita…ieri i giornali davano notizia che in due anni l’economia italiana andrà in default…segue..

Un immagine degli scontri di ieri a Rio.scontri_a_rio_tra_manifestanti_e_poliziotti_lancio_di_molotov_e_fumogeni_sette_feriti-330-0-369595

Senegalesi protestano a Ventimiglia al grido di “POLIZIA ASSASSINA”

Ancora una volta i Senegalesi sono protagonisti di una vicenda tragica. Un giovane Senegalese di 25 anni vendeva accessori e oggetti vari quando alla vista di una volante della polizia è fuggito tuffandosi in un fiume e morendo così annegato.

Una storia che avviene a Ventimiglia ma che non possiamo non considerare vicina a noi per tante ragioni. A Cagliari le retate ai venditori Senegalesi continuano giornalmente, specie in periodi di turismo come questo. Non è raro vedere nel largo Carlo Felice, vigili che puntano e seguono i venditori senegalesi in attesa che spunti l’oggetto contraffatto. A volte non c’è neppure bisogno che tirino fuori i suddetti oggetti, anzi, quando arrivano i croceristi la zona del centro per loro è severamente proibita. Il rischio per gli ambulanti è alto: sequestri della merce, identificazioni e perchè no, multe ed arresti. I mandanti di questa situazione sono tanti. Dal sindaco dell’”ora tocca a Noi” , il giovane e dinamico Zedda che riporta al ventennio il centro città, ai negozianti che si lamentano della vendita di merce contraffatta. In una città che arranca per la crisi, in cui le attività commerciali chiudono e falliscono, trovare negli ambulanti il nemico è molto facile. Forse però tutti questi mandanti si dovrebbero domandare cosa significhi essere inseguiti ed arrestati per chi, migrante, ha già una posizione legale di svantaggio. Ma no, i mandanti non se lo chiedono, preferiscono vantarsi della legalità e del commercio di lusso o delle seratine musicali, ma quando sono di fronte al disagio, alla guerra tra poveri, restano solo spettatori che applaudono quando c’è un arresto o un’espulsione. Nel caso di Ventimiglia c’è una causalità netta nella morte del ragazzo, la paura l’ha fatto fuggire, e quella paura aveva ancora una volta le divise blu come protagoniste.

Le conclusioni sono forse facili da trarre, per giudici e repressori, ma il loro lavoro non ci interessa.

Meglio pensare a quanta rabbia ci resta per l’ennesima tragica morte di un migrante che fuggiva per la paura di una città, come tante, che li teme e li odia e per questo li reprime.

Prigioni sarde, lotte, solidarietà e aggiornamenti.

Fine primavera – inizio estate 2013.

In Sardegna sono presenti ben 12 prigioni dislocate in tutta l’isola, per un totale di 2097 prigionieri, a queste se ne aggiungeranno presto altre quattro. Pare che almeno due sostituiranno le strutture storiche di Cagliari e Sassari.

La Sardegna ha una triste tradizione di isola galera, sia intesa come galere vere e proprie sia come allontanamento punitivo, isolamento appunto.

I militari più testardi venivano mandati in punizione nei poligoni e nelle caserme sarde, i fascisti mandavano gli oppositori del regime al confino nei paesini dell’entroterra sardo, i romani mandavano i Patrizi scomodi alla repubblica e poi all’impero a gestire il granaio di Roma, ovvero la Sardegna.

Probabilmente il fatto di essere l’unica vera isola (non me ne vogliano i siciliani, ma per vera isola intendo la vera difficoltà nei collegamenti con la penisola) dello stato italiano, di essere storicamente spopolata e di aver avuto spesso dei caratteri resistenti e ostili a invasori e cambiamenti imposti, ha fatto si che venisse individuata come territorio ideale per alcune attività, tra queste le prigioni.

Nel 2013 siamo ancora perfettamente in linea con i ragionamenti che i romani facevano circa 2000 anni fa. Lo stato Italiano ha infatti deciso, come già detto, di costruire quattro nuove mega carceri, di alta sorveglianza e in due casi anche con i reparti di 41 bis, cioè il carcere duro, l’isolamento. Il motivo di questo investimento secondo le dichiarazioni governative è quello di migliorare le condizioni dei prigionieri, dandogli delle celle più grandi, più luminose, meno umide, queste cose per quanto riguarda le carceri sarde sono un obiettivo abbastanza facile da raggiungere in quanto gli stabili attuali versano in condizioni veramente pessime, sovraffollamento esagerato oltre ogni limite di tollerabilità, impianti idrici e elettrici antiquati, celle malsane, assenza di spazi comuni. Nel carcere di Cagliari, le celle di isolamento sono state riadattate a celle comuni per fronteggiare il problema del sovraffollamento.

Parlando delle nuove costruzioni si nota che hanno tutte almeno uno stesso aspetto, sono fuori dai centri abitati, alcune sostituiranno carceri attualmente nel centro delle città. Non si tratta certo di una scelta casuale, è stato fatto per creare dalla prigione un ulteriore avamposto del controllo dello stato sui territori, per evitare i contatti tra il mondo esterno e il mondo interno e per evitare che delle future ondate di lotte e proteste possano coinvolgere un elemento complesso come quello delle prigioni.

Le inaugurazioni delle nuove carceri dovevano avvenire mesi fa; ritardi nei lavori, problemi e mancati pagamenti hanno rallentato i lavori e continuano a spostarne la data di apertura.

Solo il carcere di Bancali (SS) ha aperto i battenti, proprio pochi giorni fa, la ministra Cancellieri è stata ben lieta di tagliare il nastro e dare il benvenuto ad alcuni prigionieri trasferiti dal carcere di San Sebastiano. In realtà a Bancali da un mesetto c’erano già una trentina di prigionieri di mafia.

Per quanto riguarda Uta invece, i circa 600 posti dovrebbero ospitare prigionieri provenienti da tutta l’Italia, per questo da un pò di tempo si vocifera che la chiusura di Buoncammino verrà perlomeno rimandata, in quanto come già detto la struttra è in sovraffollamento e di certo non sono in diminuzione i reati e conseguentemente i nuovi condannati. E’ notizia freschissima che il nuovo mega carcere non aprirà prima del 2014 per ulteriori ritardi e problemi nei lavori.

E fuori?

Da quando sono stati aperti i cantieri delle nuove carceri non c’è stata nessun tipo o quasi di opposizione al progetto, i numerosi posti di lavoro di mano d’opera locale hanno stroncato sul nascere qualunque tentativo di opposizione, in più la perifericità dei siti non ha di certo favorito chi volesse provare a dire qualcosa, oltre l’informazione non si è mai andati. Gli unici ad aver fatto una protesta sono stati gli operai del cantiere di Uta quando quest’inverno hanno smesso di ricevere lo stipendio, per qualche tempo hanno bloccato i lavori, poi lentamente la situazione è rientrata, ma i lavori continuano ad andare a rilento e l’apertura, come già detto, ad essere posticipata. C’è stata anche un’ondata di “indignazione” capeggiata da politici in cerca di riciclo che criticava l’esagerato numero di carceri in Sardegna, che denunciava il rischio di contagio mafioso in caso di trasferimento di capi cosca e reclamava tutti i posti di lavoro per i sardi, non vale la pena dire altro.

Altro…

Negli ultimi mesi qualcosa ha iniziato a muoversi intorno al carcere di Buoncammino, i parenti stimolati dai volantinaggi e dalle chiacchiere con alcuni compagni e compagne hanno iniziato a capire cosa vorrà dire il trasferimento dei loro cari a Uta, il nuovo carcere dista 25 km da Cagliari, in una zona industriale, puzzolente e non collegata con mezzi pubblici, inoltre a Cagliari è abitudine andare appena al di fuori delle mura e chiacchierare con i prigionieri quando si vuole e per quanto si vuole, quest’ultima cosa in particolare sarà assolutamente impossibile, in quanto il nuovo carcere è stato costruito secondo i paramentri di alta sicurezza, cioè con recinzioni lontane dalle mura, mura così alte che a stento si vedono le celle.

Inoltre i prigionieri nell’ultimo mese si sono mobilitati non poco, la prima protesta è scattata il 28 Maggio giorno del corteo a Parma contro il 41 bis, i prigionieri hanno iniziato lo sciopero del carrello contro le condizioni disumane e contro il 41 bis, il tutto spiegato e rivendicato in una lettera firmata da decine e decine di carcerati, l’assemblea contro il carcere e la Cassa Antirepressione Sarda hanno organizzato due giorni dopo l’inizio dello sciopero un saluto fuori, c’è stata una buona partecipazione e una buona risposta da dentro.

Nelle settimane successive sono stati fatti dei volantinaggi negli orari di visita dei parenti e il 15 Giugno è stato fatto un secondo saluto, con un pò di musica e microfono aperto, i secondini viste le interazioni della volta precedente hanno ammutolito i prigionieri del lato destro che non hanno così potuto partecipare ai cori e alle chiacchiere per il timore di ritorsioni, allo stesso modo è andata dal lato sinistro anche se qua la maggiore vicinanza ha permesso un minimo di dialogo.

Pochi giorni fa, per la precisione il 9 Luglio sera è iniziata una nuova battitura sul lato destro, i prigionieri dell’ultimo piano si sono barricati nelle celle e hanno dato fuoco a suppellettili vari, il resto del braccio li supportava con la battitura, hanno esposto degli striscioni dalle celle contro le condizioni del carcere e contro l’isolamento, la direzione del carcere ha pensato di staccargli acqua e corrente, dichiarando poi che si è trattato di un blackout.

La risposta della repressione non si è però fatta attendere: tre prigionieri sono stati trasferiti a Lanusei allontanandoli dai loro cari e cercando di isolarli per far si che la protesta venisse soffocata. Un nutrito gruppo di solidali tra compagne e compagni parenti ed amici ha organizzato un presidio di solidarietà il 10 luglio, il giorno successivo, che ha cercato di portare appoggio ad una lotta che non potrà risolversi con i decantati trasferimenti nel maxi carcere di Uta ma che troverà soluzione solo nell’abbattimento della struttura carceraria.

La situazione è in divenire, in quest’ultimo mese e mezzo i prigionieri hanno dimostrato di voler lottare per cambiare qualcosa e di non aver paura delle minacce dei secondini e della direzione, non sappiamo se l’inasprirsi delle ritorsioni (i traferimenti) fermerà la lotta, di sicuro noi cercheremo di star vicino e dar manforte con idee, mezzi e determinazione.

Cassa antirepressione sarda

Marianna e Simona in sciopero della fame – lettera

«Oggi, giovedì 11 Luglio 2013, inizio uno sciopero della fame…
Per colpa di un parapiglia con dei poliziotti dentro una camionetta, della conseguente accusa per resistenza ci hanno incastrato in mezzo ad un processo, dentro galere ed ora agli arresti domiciliari con il divieto di comunicare con l’esterno.
Dopo 4 giorni di carcere, 2 mesi di firme giornaliere, e poi ancora 17 giorni di carcere, dopo il rigetto di domande di domiciliari a casa di amici, ho ottenuto gli arresti a casa dei miei genitori, in un piccolo paese della campagna piemontese.
Ritorno nella mia stanza d’adolescente, abbandonata dopo le superiori, ripercorro a ritroso i passi verso l’autonomia che mi ero creata rispetto alla famiglia. I risparmi personali si sono velocemente asciugati, le casse detenuti devono anche aiutare tanti prigionieri messi in condizioni peggiori.
Giudice e Pm non vogliono dare la revoca delle restrizioni. È dal 4 Maggio che non posso parlare a lungo con un amico, se non le parole rubate durante le udienze in tribunale. È più di due mesi che rinchiudo le mie lettere dentro un cassetto, e la postina qui porta solo bollette e depliant con le offerte dell’ipermercato.
Il divieto di comunicazione con l’esterno che mi hanno imposto dovrebbe essere inutile a questo punto, il 19 luglio avremo una sentenza di condanna di primo grado, le dichiarazioni sono state fatte da tutti quanti, non c’è alcuna informazione che potrebbe passare e modificare il racconto dei fatti per i quali stiamo venendo giudicate. Dicono che da qui potrei istigare qualcun altro a commettere dei reati… sono sicura che in giro c’è gente agitata e pronta a far fracasso, ma non aspetta certo che glielo dica io.
In strada la gente si rivolta perché ne ha la necessità personale, si agita con disordine, senza avere sempre chiarezza d’idee e scopi unanimi, senza aspettare la parola di qualcun altro esterno alla faccenda.
Ieri è stata di nuovo rifiutata l’istanza per la revoca del divieto di comunicazione e per il permesso di lavorare in una cooperativa agricola. Dato che ad Agosto il tribunale funziona a regime ridotto dovrò attendere fino a Settembre per poter, forse, vedere un viso amico, per poter lavorare, per guadagnarmi due soldi per fare la spesa.
Sto pensando ora che sarebbe stato meglio rimanere in carcere.
Lì avrei potuto inviare lunghe lettere e riceverne, sicuramente avrei potuto conoscere più a fondo donne con storie interessanti, avrei continuato a condividere tempo e spazio con persone con le mie stesse tensioni, le stesse preoccupazioni, con l’opportunità di stringere complicità ed avere delle idee da costruire insieme. Dentro forse avrei potuto avere la possibilità di incontrare il mio innamorato al colloquio, oppure un amica o un amico, con cui condividevo parte del mio tempo, della mia vita fino all’altro ieri.
Qua, mi ritrovo in un luogo passato, a fare le mie confidenze ad un piccolo cane, a percorrere ripetute volte il perimetro dei muri di cinta, a sentire il tempo sprecato, a far indigestioni di letture per finire a non capire più nessuna parola, a far vorticare i pensieri in maniera dolorosa, perdendo i punti di riferimento, vedendo svanire i progetti e sentendo scivolare via i legami non avendo alcun modo di mantenerli e stringerli, trovando conforto nei momenti di debolezza solo nella vista di piccole formiche che trasportano gigantesche foglie.
In questo limbo, in un isolamento dolce, con la nutella in grossi barattoli di vetro, con coltelli di metallo per pelare e tagliare le patate e con la possibilità di vedere il cielo sopra la mia testa in qualsiasi momento (ciò a differenza della galera), ma senza alcun contatto umano – se non con i miei genitori, che si, son gentili, ma il tempo dello svezzamento è già da tanto tempo tramontato -, senza possibilità di dialogo non ci voglio più stare.
Non attendo più carte e scartoffie, risposte ad istanze… non mangio più.
Voglio parlare con i miei amici, abbracciarli, scrivere lettere alle forti donne che ho conosciuto in carcere, voglio poter telefonare a mia zia, ad una mia cara amica del liceo, ad un mio amico che è all’ospedale perché si è rotto il bacino.
Voglio poter lavorare, per essere indipendente a livello economico e non un peso per qualcuno e per prendere aria.
Vorrei essere libera, ma son cascata nella trappola giudiziaria.
Evadendo potrei soddisfare i miei desideri, ma aggraverei la situazione e il gioco non ne vale la candela.
L’unico strumento che mi rimane è me stessa.
Non mangio e rido… per non arrabbiarmi troppo.»

Marianna, agli arresti domiciliari ad Oglianico, in via Fiume 16a

(Marianna da giovedì è in sciopero della fame: ce l’hanno comunicato i suoi genitori, che ci hanno pure girato il testo che pubblichiamo qui sopra. Pensiamo sia importante farlo circolare il più possibile, e velocemente, giacché il prossimo 19 luglio al Tribunale di Torino ci sarà l’ultima udienza del processo per i fatti dell’11 marzo – per i quali Marianna e Simona in quattro mesi han patito questa girandola di misure cautelari – e sarebbe bello si muovesse per tempo un po’ di solidarietà. Simona, che è ai domiciliari da maggio, ha cominciato lo sciopero della fame pure lei – come ci han raccontato i suoi familiari. Ora tocca a noi – noi che scriviamo e voi che ci leggete, noi che possiamo uscire di casa, parlare con chi ci aggrada, alzare la voce e battere i pugni sul tavolo – dimostrare che ci siamo.)

Aggiornamenti su deportazioni e reclusioni dei migranti

Dopo che il 20 Giugno sono stati deportati da Lampedusa
220 richiedenti asilo (198 uomini 22 donne),
scampati ai conflitti africani e ai campi di prigioni libici,
il 10 luglio sono stati soccorsi in mare 17 giovani
algerini, alla deriva e in cattive condizioni.
Quattro dei naufraghi sono stati ricoverati a Carbonia,
all'ospedale Sirai, dal quale hanno cercato di fuggire,
uno solo c'è purtroppo riuscito. Ora tutti i 16 prigionieri
algerini sono rinchiusi nel campo di prigionia di Elmas,
per fare loro posto è stato sgomberato il piano riservato
alle donne, che a loro volta sono state spostate in locali
destinati al posto di guardia.
Il sovraffollamento, il razzismo e l'autoritarismo di
chi gestisce il campo, la cattiva qualità e la scarsa quantità
del cibo, l'assenza di assistenza medica, e il fatto che
anche ai richiedenti asilo è stato arbitrariamente impedito
di uscire per tre settimane ha fatto salire la tensione
al centro, sino a quando, Venerdì 12 luglio, ai rifugiati
è stato finalmente consentito di uscire e di potersi
recare a Cagliari