Archivi del mese: agosto 2011

Casino a Milano (e non solo)

da Macerie

Ieri sera una trentina di prigionieri del Cie di via Corelli a Milano hanno tentato un’evasione di massa, arrampicandosi chi sui tetti chi sulle reti della struttura. Nonostante la loro determinazione, però, la fuga è fallita e tutti sono dovuti rientrare nelle camerate prima ancora che la polizia intervenisse con la forza. In tre o quattro si sono feriti, ma a quanto pare non si tratterebbe di nulla di grave.

Nel Centro di Milano, come in tutti i Centri italiani del resto, c’è un folto gruppo di reclusi tunisini arrivati da poco da Lampedusa e, proprio come è successo durante tutta la scorsa primavera, sono proprio i “tunisini di Lampedusa” a far da traino alla lotta. Che in Italia, adesso come adesso, sia molto difficile ottenere un qualsiasi permesso di soggiorno dovrebbe essere chiaro in tutto il Mediterraneo, come oramai dovrebbe essere chiaro che le uniche possibilità per conquistarsi la libertà di girare per l’Europa sono legate alla capacità di battersi, alla destrezza nel scavalcar le reti dentro le quali si viene rinchiusi dal momento dello sbarco in poi. In qualche maniera, le evasioni e le rivolte stanno entrando d’ufficio nel progetto migratorio di chi parte, soprattutto da quei Paesi, come la Tunisia, dove da mesi e mesi si stratifica un fitto racconto collettivo che intreccia le esperienze di chi ce l’ha fatta con quelle di chi invece è stato impacchettato e rispedito al punto di partenza.

Sia come sia, a Milano la situazione rimane tesa e vedremo nei prossimi giorni come si evolverà. Intanto, eccovi una breve testimonianza che ci è arrivata dal nuovo Cie di Trapani, quello di contrada Milo, ad illustrare quello che già vi raccontavamo l’altro giorno:

Chiudiamo questo breve aggiornamento segnalandovi altri due nomi da aggiungere nella lista d’infamia dei collaboratori nella macchina delle espulsioni. Si tratta di due compagnie di navigazione, la Moby lines di Portoferraio e la Grimaldi lines di Palermo, che in questi mesi stanno riempiendo le proprie cassaforti affittando navi intere alla polizia per trasportare i senza-documenti da Lampedusa ai Centri sparsi su tutta la penisola.

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Riproponiamo la lettura di questo articolo-intervista pubblicato qualche anno fa dal Diario del mese (anno VI n. 6, 20-10-2006).

Lo stupro perfetto: puttana, negra e clandestina
Ogni africana stuprata è un’italiana salvata. Ed è una vittima perfetta: l’africana stuprata tace.
di Laura Maragnani
Il problema è solo questo, dice Isoke: da dove cominciare a raccontare.
Da Judith, 14 anni appena, che alla sua prima sera di lavoro sui marciapiedi romani della Salaria è stata stuprata e picchiata dal primo cliente, e poi lasciata sull’asfalto più morta che viva? O da Joy, che era incinta, e che ha perso il bambino che aspettava? Da Gladys, a cui un cliente ha distrutto l’ano violentandola tre-quattro volte di fila? O da Rose, stuprata da chissà quanti e in chissà che modo, fino ad avere l’utero perforato; e che, pure, non osava nemmeno mettere piede in un ospedale per curarsi?
Non sono le storie che mancano. Anzi, sono perfino troppe, quaggiù, sugli affollati marciapiedi d’Italia. Gli stupri qui sono roba quotidiana; violenti, se non addirittura atroci; eppure assolutamente invisibili, e dunque assolutamente impuniti: «Perché le ragazze non denunciano mai. E nemmeno vanno al pronto soccorso, a meno di non essere moribonde», spiega Isoke. E la voce le trema. Le viene da piangere.
Isoke ha 27 anni, è alta, mora, bella. Nigeriana. Di Benin City. È da Benin che provengono, a migliaia, le ragazze buttate dal racket sui marciapiedi italiani, 10-12 ore al giorno di macchine e di clienti, esposte in mutande e tacchi a spillo a ogni genere di violenze e di aggressioni. Lei, trafficata come le altre, è riuscita a uscirne e a salvarsi. Oggi vive ad Aosta, sta per sposare un italiano. E insieme, lei e io, stiamo scrivendo per l’editore Melampo un libro sulla tratta. Sulla sua esperienza di ieri e sul suo lavoro di oggi: uno, «dare voce a chi non ce l’ha», ossia alle ragazze che ogni sera scendono in strada senza sapere se mai ritorneranno, perché sono «almeno duecento, stando alle cronache dei giornali, quelle che negli ultimi anni sono state accoltellate, strangolate, uccise a furia di botte o di iniezioni di veleno agricolo», senza contare quelle torturate e stuprate e massacrate, ma che in qualche modo sono tornate a casa vive, e dunque non fanno assolutamente notizia; due, «cercare di creare una rete, di trovare insieme un percorso d’uscita, un’alternativa alla strada»; tre, «mettere in piedi una casa-alloggio per le ragazze che non ne possono più».
Aprirà tra poche settimane, ad Aosta. E si chiamerà, ovviamente, la Casa di Isoke. Sottoscrivete. L’indirizzo è rbc_isoke@yahoo.it.
Allora, dice Isoke. Questa storia degli stupri etnici. Le ragazze la vivono tutti i giorni, ogni volta che vanno al lavoro. Ogni sera escono di casa con due pensieri in testa: forse questa è la sera che incontro il cliente che mi aiuta, che magari mi risolve un po’ il problema del debito. Trenta, cinquanta, sessantamila euro. Il costo che le ragazze pagano per arrivare in Italia, con la promessa di un lavoro che le salverà dalla miseria di Benin City. Arrivano qui, dice, e scoprono che il lavoro è poi sempre uno e uno soltanto, il marciapiede. E sul marciapiede succede di tutto; ma voi non lo sapete.
E dunque il secondo pensiero che le ragazze, ogni sera, hanno in testa è questo: speriamo che non mi succeda niente. Ma a una o all’altra qualcosa succede. Sempre. Gli stupri sono la regola. Tutti i giorni, dice Isoke. Tutti i giorni gliene segnalano uno. Stavamo scrivendo la storia di Osas, arrivata a Torino dopo due anni (due anni? «Sì, due anni interi») di viaggio attraverso l’Africa, su su dalla Nigeria fino al deserto del Sahara. In 60 stipati su un camion, senz’acqua né cibo, e quelli che erano di troppo venivano lasciati giù. Così. A morire. Mentre il camion proseguiva verso il nord del Marocco su una pista punteggiata di ossa e di cadaveri freschi.
Arrivata a Torino, Osas è stata buttata sulla strada. Caricata da un cliente. Dove andiamo? ha chiesto lui. «Posto tranquillo» ha detto lei; era una delle poche frasi che le avevano insegnato le compagne di lavoro. Solo che il posto tranquillo di lui era una cascina semidiroccata nell’hinterland torinese, spersa nella nebbia e nel freddo. E arrivati lì lui le ha puntato un coltello alla gola. L’ha violentata, picchiata, rapinata. Lei ha urlato e urlato.
Da un’abitazione vicina una voce ha gridato: «Ma basta, ma finitela. State zitti». E solo dopo che l’uomo se n’è andato qualcuno ha osato mettere il naso fuori. Un ragazzo con un cane. Che vuoi, ha chiesto mentre il cane le ringhiava contro; che cosa è successo. Poi l’ha caricata in macchina e l’ha riportata a Torino. «È stato uno degli uomini più gentili che ho incontrato in Italia» dice Osas adesso.
Bene. Stavamo scrivendo di Osas quando a Isoke è arrivato un messaggio dalle ragazze di Verona. È sparita Prudence. Arrivata una settimana fa dalla Nigeria. Vent’anni. Analfabeta. Non una parola che sia una di italiano. Prudence non tornava a casa da due giorni. A casa aveva lasciato i suoi vestiti e le sue poche cose. Le compagne di strada la stavano cercando dappertutto. Ospedali, questure. Niente. Fino a che è ricomparsa. Irriconoscibile. Sfigurata dalle botte. Quasi non riusciva a camminare.
Che cosa è successo, le ha chiesto Isoke in dialetto ebo. «Mi hanno bucato l’utero, mi hanno bucato l’utero». Prudence riusciva a dire solo questo, ossessivamente. A fatica abbiamo saputo che un cliente l’aveva caricata al suo joint, che è lo spicchio di marciapiede che ogni ragazza ha in dotazione e per cui paga a chi di dovere un affitto mensile che va dai 150 ai 250-300 euro. L’aveva caricata e portata chissà dove. E violentata. E riviolentata. E picchiata. Massacrata. Derubata. Scaricata in un bosco, a chilometri dalla stanzetta che Prudence considerava casa sua.
Prudence è rimasta in quel bosco tutta la notte, tutto il giorno dopo. Senza mangiare né bere. Sconciata. Sanguinante. A fatica s’è poi trascinata fino a un campeggio, c’era gente che faceva vacanza, che l’ha riportata a Verona. Lì è finalmente riuscita a orientarsi. È tornata a casa. «Mi hanno bucato l’utero, mi hanno bucato l’utero». In ospedale non ci è voluta andare, per paura che la polizia la rimandasse a casa. Rimpatrio forzato. Così com’era, in mutande. A marcire in una prigione di Benin City dove le altre detenute ti violentano con una bottiglia, ridendo e dicendo: cosa è meglio, dicci, questa bottiglia o quello che sei andata a goderti in Italia. Di Prudence non abbiamo saputo più niente.
È diffìcile per una donna italiana ascoltare storie del genere. Ascoltare Isoke che dice: ogni africana stuprata è un’italiana salvata. È difficile. È orribile. Ma vero. I nostri uomini, gli italiani. Stupratori a pagamento, li chiamano le ragazze sulla strada. Quelli che perché pagano i 25 euro della tariffa standard si sentono in diritto di esigere qualunque cosa. Cazzo ti lamenti, bastarda. I soldi li hai avuti. Succhia. Girati. Apri il culo. E giù botte. Hanno l’ossessione del culo, gli italiani che vanno a puttane. «Dicono: voglio fare quello che con mia moglie non faccio mai», spiega Isoke. «Scene da film porno. Tutto quello che hanno visto nei film porno e con la moglie non hanno il coraggio o il permesso di fare». Ho pagato, è la frase chiave dello stupratore da 25 euro. E giù botte, se solo dici di no.
Gladys non riesce quasi più a camminare. Un cliente le ha sfondato l’ano. Era «come una bestia» dice, l’ha costretta a subire una, due, tre, quattro violenze, a un certo punto Gladys ha sentito «come un distacco, nel profondo». Da quella lacerazione non è più guarita.
Ospedale? Cure? Denunce? Ha una paura terribile, Gladys. Non ne vuole sapere. Si trascina sul marciapiede a fatica, ogni sera. Ormai zoppica. E non c’è verso di convincerla ad andare da un medico. Dice: «Se la polizia lo viene a sapere mi rimanda a casa». È la regola.
Dice Isoke: «A volte le ragazze ridotte molto male finiscono al pronto soccorso. Ma devono veramente essere ridotte molto, ma molto male. Incoscienti. In coma». Al pronto soccorso non è che le trattino coi guanti. Dovrebbe essere rispettata la privacy, certo. Ma chi mai dice che la legge valga anche per le puttane negre clandestine? A volte infermieri e medici sono cattivi, a volte addirittura strafottenti. Chiamano la polizia. La polizia prende svogliatamente la denuncia; poi ti da il foglio di via. Sei la vittima di uno stupro. Ma sei anche quella che ne paga le conseguenze.
Così le ragazze, appena possono, girano alla larga dalla polizia e dagli ospedali. Tornano a casa più morte che vive. Traumatizzate. Distrutte. La maman dice: ma di cosa ti lamenti, a me è successo tante volte. E il giorno dopo le rimanda sulla strada, coi lividi e i tagli e i segni dei morsi e delle cinghiate e delle bruciature di sigaretta in bella vista. I clienti a volte si impietosiscono, dice Isoke. Ti danno i soldi, dicono: vai a casa e curati. Allora la maman dice: vedi, anche ridotta così sei in grado di guadagnare. Di cosa mai ti lamenti. Sei scema.
Gli stupri di gruppo. Capitano spesso. Tre-quattro per volta, arrivano, ti caricano a forza. Sei fortunata a uscirne viva. A volte gli uomini dicono delle cose, mentre ti stuprano. Cose come: brutta negra. Cazzo vieni a fare qui. Così impari. Startene in mutande a casa tua. Ti faccio vedere io. Schifosa puttana. Chi ti ha mai detto divenire qui. Tornatene nella foresta, insieme alle scimmie.
Si sentono in qualche modo dei giustizieri, dice Isoke. Ce l’hanno con te perché sei donna. E nera. E puttana. E debole. Non so perché ma i più violenti, quelli più grandi e grossi, si scelgono sempre le ragazze più leggere e più fragili. Quelle così magre e sottili che sembrano una foglia di mais.
Se ci provano i ragazzini, 16 anni, 18, bé, dice Isoke, gli molli un pugno da tramortirli e scappi via. I più pericolosi sono quelli dai 25 anni in su. Ottanta-novanta chili. Trent’anni. Quaranta. Quelli che a prima vista non diresti mai che sono stupratori. Che non hanno niente nel vestire che ti allarmi, nulla nell’approccio che ti metta in guardia.
Sono quelli che poi dicono: ho pagato. Che magari hanno l’Aids ma non vogliono usare il preservativo, per sfregio, e poi ti mettono incinta. Che dicono negra di merda, adesso ti sistemo io. Che tirano fuori il coltello o la pistola. Che ti bruciano con le sigarette, ti riempiono di pugni, ti portano via la borsetta, i soldi, il cellulare. Che ti lasciano a decine di chilometri da casa tua, nel buio o nella neve. E queste sono soltanto alcune delle cose che ti posso raccontare.
Solo ascoltare è mostruoso. E ascoltare non finisce mai. Ci sono le mille altre storie della strada, le mille vicine di marciapiede delle ragazze di Benin City: le trans sudamericane, vittima preferita dei nordafricani. Stupro omosessuale, lo chiama pudicamente Isoke. C’è la bambina brasiliana di dieci anni. Ci sono le albanesi violentate coi bastoni e con le bottiglie dai loro magnaccia, per convincerle ad andare sulla strada. C’è un campionario osceno di bestialità maschile, senza filtri e ma e se. E, soprattutto, c’è la paura delle ragazze. Perenne.
Dice Isoke: il primo stupro è diffìcile da superare. Sei distrutta. Qualcosa in te si è rotto per sempre. Però ti consoli dicendoti: mi sono vista morta, eppure sono viva. Al secondo dici: capita. Al terzo dici: è normale. Dal quarto in poi non li conti più. È un rischio del mestiere. Di Prudence, dicevo, non abbiamo saputo più niente. Non è ancora andata in ospedale. Se l’infezione non si aggrava non ci andrà probabilmente mai. La curano le sue compagne di strada e di casa. Una di queste è Eki, che ha avuto finalmente il coraggio di raccontare: è successo anche a me. Mi hanno stuprata e picchiata e torturata con le sigarette accese.
Allora le sue compagne hanno detto: anch’io. Stanno mettendo in comune la paura, lassù a Verona. Stanno cominciando a pensare che forse bisogna trovare il coraggio di sfidare il racket e decidere di smettere. Non che sia facile, dice Isoke. Non lontano da Verona una ragazza che non voleva più saperne del marciapiede, Tessie, è stata costretta dai suoi magnaccia a bere acido muriatico. È finita al pronto soccorso. L’hanno salvata per un pelo. E adesso si ritrova sfigurata e handicappata e quasi muta. Una ragazza africana di villaggio, semplice semplice. Ignorante. Analfabeta. Che diavolo di futuro può trovare in Italia. Ditemelo voi.
Poi ci sono le ragazzine. Tredici anni, quattordici. Vergini. Vendute agli italos dalle famiglie che vedono i vicini che fanno una bella vita grazie alle figlie che lavorano in Italia. Che si comprano il motorino. Il Mercedes coi sedili leopardati che quando passa nei villaggi solleva una gran polvere e tutti i ragazzini gli corrono dietro rapiti. Quando ‘ste ragazzine arrivano in Italia le maman si mettono le mani nei capelli. Che cosa devo fare con te, che non sai niente. Allora pagano tré-quattro ragazzoni africani, grandi bastardi, dice Isoke, che le violentano in tutti i modi finché non hanno capito e imparato quel che si deve fare sulla strada.
Ora. Vorrei potermi risparmiare almeno questa parte della storia, ma non si può. Gli extracomunitari che raccolgono i pomodori, l’uva, le mele. Dodici, quindici ore di lavoro per sette, dieci, dodici euro. Frustrazione e rabbia pura. Vi siete mai chiesti come la sfogano? Sulla Domiziana, dalle parti di Castelvolturno, terra senza dio né legge in provincia di Caserta, le ragazze vivono in catapecchie senz’acqua né luce. Guadagnano 5 o 10 euro a botta. Sono la vittima perfetta dei loro stessi compaesani. Che le schifano, «perché si vendono ai bianchi». E non hanno soldi e non le pagano e le rapinano nella certezza della totale impunità. Si vendicano della vita di merda che fanno. Con loro, le ragazze di Benin City.
Isoke dice: però questo io non lo posso dire. Allora lo dico io. In certe zone la polizia chiude non un occhio ma due, e forse anche tre, avendoli, e pure anche quattro. Va bene che ci siano le ragazze di Benin City: sono uno sfogatoio perfetto, un matematico calmieratore di tensioni sociali ed etniche. Sono la vittima designata, l’agnello sacrificale. Perché ogni africana stuprata è un’italiana salvata. E l’africana stuprata tace. Ha troppa paura per parlare. È perfettamente invisibile e dunque non fa notizia né statistica. Nemmeno di questi tempi, ragazze mie. Pensatele ogni volta che uscite di casa a notte fonda, e soprattutto ogni volta che rientrate. Voi, bianche. Voi, sane e salve.

E tre! Nuova evasione da Ponte Galeria

Nuova evasione di massa dal Cie di Roma Ponte Galeria, la terza in tre settimane. Il Centro della capitale, gestito dalla cooperativa Auxilium del gruppo La Cascina, è il più grande in Italia con i suoi oltre 300 posti e sembra diventato un vero e proprio colabrodo. Per anni tutti i reclusi che erano passati dalla struttura avevano detto che da lì era impossibile scappare, ma evidentemente nulla è impossibile. Agli inizi di agosto erano riusciti a scappare in trenta, la scorsa settimana più di venti, ma negli ultimi giorni il Centro si era di nuovo riempito con l’arrivo di uomini e donne sbarcati a Lampedusa nelle scorse settimane. Quella di ieri sera ha tutta l’aria di essere stata un evasione da record: più di cento reclusi sono riusciti ad evadere e sono finalmente liberi. La notizia, come quella della evasione della scorsa settimana, non è ancora stata confermata ufficialmente dalla Questura. In giro per la rete si trova soltanto un comunicato del fantomatico PDM (Partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia) che esprime solidarietà alle forze dell’ordine e ai militari rimasti feriti durante non meglio specificati scontri tra guardie e reclusi armati di sassi e bottiglie di vetro.

A confermare la fuga sono i racconti degli evasi, che per ovvi motivi preferiscono non rilasciare interviste almeno per qualche giorno. Come le volte precedenti, anche ieri sera i reclusi delle sezioni maschili hanno deciso di provarci tutti assieme: poco prima di mezzanotte sono saliti sui tetti e hanno scavalcato le prime recinzioni. Poliziotti e militari di guardia, troppo pochi per gestire la situazione, hanno chiesto subito rinforzi perchè fermare duecento persone che scappano non è facile, anche se si è armati di scudi, caschi e manganelli. Qualche fuggitivo è stato bloccato subito fuori dalle mura del Centro, ma dai primi conti sembra che ce l’abbiano fatta in 110. Dietro di loro lasciano un Centro abbastanza danneggiato, mezzo vuoto, e un bel po’ di guardie contuse.

Sempre nella notte di ieri, c’è stato un tentativo di fuga dal Cie di Bari Palese. Putroppo nessuno ce l’ha fatta, perchè la polizia è intervenuta in tempo riuscendo a fermare anche gli unici due ragazzi che erano riusciti a scavalcare una rete. Sono stati arrestati per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, assieme ad altri due ragazzi rimasti feriti nella fuga. Non stupisce quindi che di fronte a un evasione fallita gli uomini di Maroni, fieri del loro sporco lavoro, abbiano prontamente diramato dei comunicati stampa per raccontare la loro versione dei fatti.

«Immigrati: 30 extracomunitari tentano fuga da Cie Bari, 2 feriti
Bari, 27 agosto – Tentativo di fuga da parte di 30 cittadini extracomunitari stamane nel Centro di identificazione ed espulsione di Bari-Palese. Verso le 5 agenti della Polizia di Stato sono dovuti intervenire perché gli immigrati erano saliti sul tetto della struttura con l’intento di calarsi e di fuggire. I poliziotti sono riusciti a farli desistere. Alcuni degli immigrati sono rientrati rapidamente nei moduli. Quattro tunisini, invece, sono riusciti a scavalcare la prima recinzione: due di loro sono stati subito fermati in quanto si sono infortunati nella caduta mentre altri due sono stati bloccati. I due feriti sono stati soccorsi dal personale del 118 e trasportati all’ospedale ‘San Paolo’. La situazione all’interno della struttura è tornata rapidamente alla normalità. I 4 più esagitati sono stati arrestati per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Due agenti sono stati trasportati all’ospedale ‘San Paolo’ per le cure del caso. I sanitari li hanno dichiarati guaribili in 5 giorni.»

la Repubblica – Bari

Nuova Sardegna 24 Agosto 2011 Proteste e autolesionismo al Cpa

CAGLIARI. Notte movimentata al centro di prima accoglienza per immigrati dentro l’aeroporto militare di Elmas. Verso le quattro del mattino, un gruppo di migranti, di origine maghrebina, ha ingerito il sapone liquido contenuto nelle dosi monouso consegnate giornalmente, e ha chiesto aiuto al personale di guardia alla struttura. Subito è stato attivato il 118. Sette i giovani, tunisini e algerini, che hanno lamentato dolori allo stomaco, ma l’arrivo dei medici ha rassicurato quasi tutti i protagonisti dell’episodio di autolesionismo, che sono stati comunque medicati e assistiti. Solo per due di loro è stato deciso l’invio al pronto soccorso. Ma le condizioni dei due giovani non devono essere state poi così preoccupanti se appena arrivati in ospedale, verso le sei del mattino, i due se la sono data a gambe levate; adesso sono ricercati dalla Polizia. Il loro status giuridico, risultato di arditi compromessi tra diritto e presunte necessità di sicurezza non comporta infatti formalmente limitazioni alla libertà personale, anche se la permanenza al cpa di Elmas non è certo un soggiorno del tutto volontario. Ecco perché formalmente i due maghrebini non sono evasi, non essendo mai stati arrestati. Adesso, quando verranno presi, potranno essere espulsi per violanzione delle norme sull’immigrazione clandestina; di certo non riceveranno lo status di rifugiato. Nel Cpa, alla vista degli agenti e delle ambulanze, gli altri immigrati invece hanno gridato e battuto sulle sbarre, lanciando anche qualche oggetto dalle finestre. Il dispositivo di sicurezza intorno al Cpa è stato immediatamente rafforzato e la situazione è tornata alla normalità anche se tra i clandestini, molti dei quali avrebbero dichiarato di essere minorenni, la tensione è rimasta alta. Gli ospiti della struttura cagliaritana, sbarcati nei giorni scorsi sulle coste sud-occidentali dell’isola, erano ancora sottoposti alle procedure di identificazione disposte dalla Questura e solo la settimana prossima avrebbero avuto certezza della loro destinazione, probabilmente la madrepatria. Questo episodio, tutto sommato di secondaria importanza rispetto ai gravi disordini scoppiati nel passato recente, mette ancora una volta in evidenza l’inidoneità del Cpa più volte contestata dai sindacati di polizia e dalla Sogaer, la società che gestisce l’aeroporto civile, per l’eccessiva vicinanza con la pista e con la torre di controllo. La prefettura, che ha in carico il centro, ha adottato, di concerto con le forze dell’ordine e le associazioni che gestiscono la struttura, tutti gli accorgimenti per evitare al massimo gli episodi di autolesionismo: dal sapone monouso, alla lamette usa e getta, dalle posate di plastica alle lenzuola di carta. Neppure questi accorgimenti sono bastati però a impedire le proteste, che rischiano di essere solo l’anticipazione di quello che potrà accadere se il centro, che ha una capienza teorica di poco più di duecento persone, tornerà a essere occupato in tutti i suoi locali.

Elmas. Due immigrati finiscono in ospedale e scappano, medicati sul posto gli altri cinque Ingeriscono sapone e fuggono dal Cpa

Mercoledì 24 agosto 2011
Vedi le foto I primi due immigrati sono riusciti a raggiungere lo scopo: prima hanno ingerito del sapone liquido invocando l’aiuto del personale del Centro di accoglienza poi, una volta arrivati al pronto soccorso del Santissima Trinità, si sono miracolosamente ripresi scappando di gran carriera e facendo perdere le loro tracce. Qualche ora dopo ci hanno provato altri cinque compagni, ma visto quanto era appena accaduto con gli altri due i responsabili del Cpa d’accordo con la Questura hanno deciso di farli medicare sul posto, evitando così un nuovo tentativo di fuga.
È stata una notte molto movimentata e carica di tensione quella di martedì nel Centro di prima accoglienza di Elmas, dove sono attualmente ospitati circa sessanta cittadini di nazionalità tunisina e algerina sbarcati nei giorni scorsi nelle coste sud-occidentiali della Sardegna. Il primo allarme è scattato attorno alle 23, quando due immigrati hanno chiesto l’intervento dell’ambulanza dichiarando di aver bevuto le confezioni monouso di shampo distribuite quotidianamente nel Cpa.
Subito sono scattate le procedure di soccorso e un’ambulanza del 118 è arrivata nella struttura, che sorge all’interno della base militare a ridosso dell’aeroporto civile, per prestare le prime cure ai due clandestini. Poi il trasporto all’ospedale Santissina Trinità per maggiori accertamenti. Ma poco dopo essere arrivati nella struttura i due se la sono squagliata dal loro letto di degenza eludendo i controlli del personale medico e sparendo nel nulla.
Attorno alle 4 del mattino il secondo round: stando alla ricostruzione della Questura e del direttore della cooperativa Sisifo che gestisce le attività a Elmas, Francesco Lo Sardo, altri cinque ospiti hanno dichiarato di aver ingerito dello shampoo liquido. Sul posto sono intervenuti un’ ambulanza del 118 e il reparto Mobile della Questura, ma stavolta gli immigrati non sono stati portati in ospedale proprio per evitare un quasi certo nuovo tentativo di fuga. Naturalmente le loro condizioni non erano gravi e gli stessi medici del 118 hanno rassicurato che erano più che sufficienti le cure prestate sul posto.
Durante l’intervento del personale medico gli altri immigrati non hanno smesso un attimo di gridare e battere oggetti metallici sulle sbarre, lanciando anche qualche oggetto dalle finestre. A quel punto il dispositivo di sicurezza intorno al centro è stato immediatamente rafforzato, anche se fortunatamente la situazione è tornata dopo alcune ore alla normalità.
La tensione però è stata molto forte e si è temuta una nuova rivolta come quelle accadute qualche mese fa, quando il Cpa di Elmas era stato più volte messo a ferro e fuoco dagli immigrati e in un caso alcuni erano riusciti a scappare dalla struttura bloccando per alcune ore l’aeroporto civile. Non a caso l’idoneità del centro è stata più volte contestata dai sindacati di polizia e dalla Sogaer, la società che gestisce lo scalo cagliaritano, per l’eccessiva vicinanza con la pista e con la torre di controllo.

Fortezza Europa – Senza muri, né orizzonti

Articolo originale in francese su L’interstice e tradotto per informa-azione.info da lereveil.ch

Senza muri, né orizzonti

L’Europa non è esattamente une cittadella o una fortezza, piuttosto è una sorta di trappola per lupi, che si richiude una volta che ci abbiamo messo piede.
Quando andiamo ai confini estremi di questa Europa che ci piace presentare come l’Eldorado dei poveri del Mondo, ci immaginiamo di trovare delle fortificazioni e dei cancelli, o qualcosa che somigli a una barriera materiale insormontabile. Dove, sulle mappe, sono disegnati dei trattini minaccianti, crediamo spesso che ci troveremo dei piloni in metallo, piantati a terra e collegati tra loro con del filo spinato. Le nostre lezioni di storia sono riempite di questi immagini romantiche d’imperi rinchiusi dietro a muraglie insormontabili, sole difese contro il nemico : il vallo di Adriano, la muraglia cinese, la cortina di ferro o il muro di Berlino. Siamo cresciuti con l’idea che le potenze abbiano bisogno di pietre e filo spinato per rinchiudersi. La nostra rappresentazione del Mondo contemporaneo, alimentata da immagini di guerra e terrore, parte dal principio – arcaico – che gli uomini si arrestano con dei muri e dei cannoni. E invece non è affatto così. Le frontiere dell’Europa sono traslucide, immateriali, invisibili. E la guerra fatta all’ « invasore » è impercettibile e silenziosa.

Quando camminate sui trattini della mappa, non trovate altro che dei campi o dei corsi d’acqua. Non c’è rottura né cambiamento di paesaggio. Da un lato della linea come dall’altro, c’è calma assoluta. Bisogno ammetterlo, gli Stati non hanno bisogno di tirare su dei recinti per proteggersi : la modernità ha portato tutta una serie di mezzi molto più efficaci e socialmente accettabili per arginare l’ « invasione » e combattere gli « indesiderabili ». Oramai non è più necessario che si urti la sensibilità delle popolazioni locali rovinando il paesaggio, che si avvino dei grandi lavori che pongono delle domande alle élite intellettuali e spaventano un pò tutti. Assicurare l’integrità territoriale e proteggere lo spazio vitale europeo non necessita più la costruzione di barricate.

Ormai, la guerra all’Altro si fa nel silenzio della notte, a l’insaputa dell’uomo-con-la-coscienza-apposto, col rinforzo di sonde e droni, di terminali biometrici e rilevatori di movimento. Il muro è tecnologico. Invisibile ma non indolore. Invece d’avere dei soldati sull’attenti, la frontiera contemporanea si dota di poliziotti in movimento continuo, di pattuglie di RABIT [1]. Gli invasori non entrano più a cavallo, ma strisciano nell’erba e piegano la schiena per avvicinarsi alla freddezza del suolo, sperando di scappare all’occhio infaticabile delle telecamere termiche. Il loro incontro con la polizia non è fortuito, ma anticipato, tale e quale a un colpo chirurgico : il loro percorso è sorvegliato dal cielo, da uno degli ufo [2]  della polizia di frontiera. Non è un caso che il migrante è comparato, sulla stampa e nella letteratura, a una ombra, a una silhouette. Senza documenti, quindi senza identità, non si può muovere liberamente se non negli interstizi lasciati liberi dagli strumenti di controllo. Nell’era dell’alta tecnologia, questi interstizi si riducono ogni giorno un pò di più, e con loro la libertà di circolare liberamente. Il muro lascia spazio alla rete. Senza saperlo, colui che ha superato i puntini è già preso nella nassa.

Dopo tutto non è che una questione di tempo. Il tempo prima d’essere beccato, il tempo prima d’uscire dalla detenzione, il tempo d’arrivare alla fine, il tempo d’ottenere i documenti, il tempo d’essere accettato, integrato, assimilato e poi digerito dall’ « Occidente » . Mesi, anni, una vita intera per ottenere giusto il diritto d’essere là. I muri non hanno più una realtà materiale, ma sono ovunque intorno a noi, nella testa degli europei, nel cuore degli stranieri, dolorosamente eterni.

Le frontiere non sono più materializzate, perché non hanno più bisogno d’essere rappresentate. Esse sono nelle mentalità, al cuore del nostro rapporto con l’Altro. Crediamo che i muri rappresentino la potenza degli Stati, quando invece non sono altro che la loro sconfitta. Lo Stato ha vinto ideologicamente quando non ha più bisogno di muri per proteggersi, quando ognuno dei suoi amministrati si presenta in quanto ostacolo all’Altro. In Occidente la sovranità territoriale è assicurata dalla sua stessa popolazione, perché chiunque ha imparato à temere lo straniero, a diffidarne e a opporgli delle barriere insuperabili. « Non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo” : questa confessione egoista, ripetuta in coro o tacitamente accettata dalla stragrande maggioranza degli europei costituisce la miglior argomentazione ideologica in favore della chiusura comunitaria. L’Altro, quale che sia la sua miserabile condizione, non è percepito che come un pericolo potenziale, una minaccia contro l’equilibrio delle forze. Anche se è costretto a entrare strisciando, è considerato come un nemico, perché porta con sé un modo d’essere e un modo di vivere che non è identico a quello coltivato in Europa fin dall’antichità.

Ogni europeo, se non si oppone alla caccia allo straniero, si rende complice d’una abominevole crociata ideologica che, ben che si risparmi i bastioni e le feritoie, non fa per questo meno morti.

Anche senza muri, l’Europa manca atrocemente d’orizzonti.

Da vedere: No job, no money, no food, no dreams e The invisible wall

[1] Simile al termine inglese per “coniglio”, la siglia indica la squadra d\’intervento rapido della polizia europea alle frontiera, gestita dall\’Agenzia Europea per la Gestione della Cooperazione Operativa alle Frontiere (FRONTEX)
Da vedere in proposito:
http://frontexplode.eu/2011/01/08/frontex-rabit-operation-watch-the-hunting-of-the-enemy/

[2] Gli elicotteri utilizzati attualmente da Frontex saranno pian piano rimpiazzati con dei droni (UAV in inglese)

Torino. Furia d’Agosto al CIE

Noi da qua non scendiamo. Laltra sera la polizia ci ha sparato i
lacrimogeni. È una torrida domenica di agosto, ancora più torrida per i
reclusi del CIE di corso Brunelleschi che nella notte sono saliti sul
tetto delle aree bianca e blu. Chi parla è un immigrato appollaiato lassù,
che spera che i microfoni di radio Blackout possano rompere il muro di
silenzio e indifferenza che stringe le maglie delle gabbie che rinchiudono
le vite dei senza carte.

Tutto comincia venerdì 19 agosto. Nella notte scoppia una rivolta che
investe diverse aree del CIE: vanno a fuoco materassi e suppellettili, un
ragazzo si taglia, un altro cerca di impiccarsi. I poliziotti rifiutano di
far arrivare le ambulanze e assediano le gabbie. Poi entrano nelle aree
ribelli colpendo con i manganelli e gli spray urticanti. Impiegano anche i
cani . Alcuni ragazzi vengono feriti. Poi cala una calma tesa, tra le
minacce degli uomini in divisa e la rabbia dei prigionieri.

La mattina dopo la protesta riprende: sciopero della fame e battiture.
Nella notte molti decidono di salire sui tetti.
Alcuni antirazzisti fanno un piccolo presidio solidale in serata. Un
secondo presidio notturno viene disperso dalla polizia, tra le proteste e
le urla degli immigrati sul tetto. Due donne vengono fermate, trattenute a
lungo in questura e rilasciate con un bel pacchetto di denunce.
Il solito gruppetto di residenti incarogniti urla contro chi è abbastanza
umano da non tollerare che nella loro città vi sia una galera per chi è
nato povero.

Domenica 21 nuovo presidio solidale al CIE. Un compagno si guadagna subito
un soggiorno di tre ore al commissariato di corso Tirreno per aver provato
senza successo a lanciare bottigliette dacqua agli immigrati sul tetto
della sezione blu, quella più vicina alla strada. Dal tetto arriva un
messaggio in una bottiglia di plastica: aiuto e libertà.
Alcuni residenti si avvicinano e comincia un dialogo meno incarognito del
solito.
Il quotidiano La Stampa racconta unaltra storia. Per il quotidiano
torinese si sarebbe trattato di un fallito tentativo di fuga di messa,
seguito da una rivolta con danneggiamenti della mensa dellarea bianca.
Linnesco di questo fuoco dagosto sarebbero state le palline infarcite di
messaggi lanciate dagli antirazzisti. Stessa musica nellarticolo del 21
agosto.
Se bastassero gli incitamenti a innescare le rivolte, oggi dei CIE
resterebbe ben poco.
Le rivolte, le fughe sono normali in un mondo di gabbie e filo spinato.
Chi si oppone alle frontiere da sostegno ai ribelli e cerca di spezzare il
silenzio e le bugie su questi moderni lager della democrazia.
Info: http://senzafrontiere.noblogs.org/

Pantelleria – Rivolta nel centro d’accoglienza

fonte: fortress europe

Ancora rivolta al centro di accoglienza di Pantelleria. Ieri un gruppo di tunisini, reclusi da giorni nella caserma Baroné, ha dato alle fiamme materassi e suppellettili devastando la struttura. Chiedevano la libertà e alla fine della protesta una decina di loro se la sono presa. Soltanto 80 dei 90 tunisini reclusi nella caserma infatti risultavano ancora presenti dopo il rogo. Anche se c’è da aspettarsi che si ripresentino ai cancelli ben presto, visto che da Pantelleria non si va molto lontano. Si tratta di persone accusate di viaggio.Ovvero di ragazzi tunisini arrivati a Pantelleria senza passaporto e da settimane detenuti illegalmente, sin dal loro sbarco a terra. La caserma Baroné infatti non è un carcere, nè un centro di identificazione e espulsione. […] Si tratta della terza rivolta in un mese, dopo le proteste avvenute nello stesso centro a metà luglio e a inizio agosto. Come già era successo nei mesi precedenti anche a Lampedusa.

Nuova casa per 102 profughi Arrivati i richiedenti asilo: saranno accolti in tutta l’Isola

Giovedì 18 agosto 2011
Tre nel Cagliaritano, gli altri verranno ospitati in strutture ricettive tra Seulo, Meana Sardo, Ulatirso, Berchidda e Austis.

Vedi le foto I n una mano avevano una busta di plastica con dentro appena qualche vestito, nell’altra una bottiglia d’acqua fresca donata dai volontari della Protezione civile per sfidare il sole che ieri mattina batteva implacabile tra i container del porto canale di Cagliari.
Complessivamente sono 102 i migranti africani provenienti da Lampedusa che, poco dopo le 10 di ieri, sono scesi dall’Audacia, il traghetto speciale della Grimaldi che ha attraccato nel terminal industriale del capoluogo per poi ripartire verso Genova, con altri 354 immigrati destinati alle altre regioni del nord Italia.
ASILO POLITICO «Sono qui come richiedenti asilo politico», ha chiarito il capo della Protezione civile sarda Giorgio Cicalò, «andranno quasi tutti in strutture alberghiere dell’entroterra, ma auspichiamo di trovare presto alternative: cooperative sociali o strutture d’accoglienza che siano dotate anche di supporto legale e psicologico».
A bordo della nave, oltre all’esercito di disperati arrivati nei giorni scorsi nelle coste siciliane, c’erano anche medici e volontari, assieme a una quindicina di carabinieri e poliziotti inviati per evitare tensioni durante la traversata.
Quelli sbarcati nell’Isola sono tutti giovani, una decina le donne e, tra queste, due tenevano in braccio dei bambini poco più che neonati. Arrivano da Togo, Senegal, Ghana, Nigeria, Somalia, Niger, Mali e Costa d’Avorio, alcuni dei quali sbarcati a Ferragosto a Lapedusa dopo un viaggio da incubo.
Tutti parlano arabo, pochissimi francese, uno solo – a stento – l’inglese: è un somalo di 30 anni, arrivato con la moglie ed il bambino piccolissimo.
LE STORIE «Mio padre e mia madre sono stati uccisi», ha detto, «io sono rimasto per tre anni in Libia a cercare lavoro. In Somalia si rischia di morire: ci piacerebbe andare in Olanda o in Norvegia, ma anche l’Italia è bella». Una breve visita alla madre e al bambino su un’ambulanza, grazie all’organizzazione messa in piedi da Protezione civile, Provincia di Cagliari e Caritas, poi anche la famiglia è salita nei due autobus per l’ennesimo viaggio verso le sedi provvisorie di accoglienza a Seulo, Meana Sardo, Ulatirso, Berchidda, Austis.
Tre donne marocchine saranno ospitate nel Cagliaritano, ma non tutta la Sardegna sembra aver risposto uniformemente alla richiesta di disponibilità. «La risposta non è uniforme in tutto il territorio regionale», ha rimarcato Cicalò, «le province del centro-nord hanno qualche difficoltà: è indispensabile che vengano stimolate le cooperative sociali o le strutture ricettive perché diano la propria disponibilità».
I NUMERI Con quelli arrivati ieri, sale a 587 il numero dei migranti attualmente ospitati nell’Isola: cifra che potrebbe essere destinata a crescere già dalle prossime settimane, visto che la soglia calcolata in base agli abitanti è quella di 1430 profughi. Ad aumentare le probabilità sono soprattutto gli sbarchi di Ferragosto a Lampedusa: in 3 giorni 2300 immigrati (280 ieri mattina), con oltre 50 mila arrivati dall’inizio dell’anno da Tunisia e Libia.

Immigrazione, sbarcati 48 clandestini a Sant’Antioco

 

Immigrazione, sbarcati 48 clandestini a SantAntioco

SANT’ANTIOCO. Durante la notte sono giunti nel sud-ovest della Sardegna due imbarcazioni con 48 clandestini (45 uomini, una donna e due bambini) che si sono dichiarati di nazionalità algerina.

Una prima segnalazione dei carabinieri ha allertato la Capitaneria di Porto che ha inviato una motovedetta dal Comando di Sant’Antioco mentre per la seconda barca è intervenuto un altro mezzo della Guardia costiera coordinata da Cagliari con la collaborazione di una elicottero della Guardia di Finanza. Alle 2 è stata individuata la prima imbarcazione con 27 immigrati che sono stati soccorsi e assistiti. Tutti uomini, ed in buone condizioni, sono stati fatti salire sulla motovedetta e trasportati nel porto di S.Antioco.

Mentre poco dopo al largo di Capo Teulada è stata individuata l’altra barca con 21 persone fra cui la donna e i due bimbi. Anche loro sono stati portati a S.Antioco e successivamente nel Centro di accoglienza di Elmas. Per sette di loro, che hanno accusato un principio di disidratazione, sono stati disposti controlli medici e sono stati accompagnati nell’ospedale di Carbonia.