Archivi del mese: settembre 2014

Militari biricchini

Manco detto..
Il 13 Settembre la grande manifestazione di Capo Frasca.
La settimana successiva la pubblicazione del calendario delle esercitazioni fino a Dicembre di tutti poligoni sardi.
Ed ecco che i militari alla prima esercitazione a Teulada si dimenticano di avvisare la popolazione, anzi l’avvisano 22 minuti dopo che hanno finito.

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Chiara Mattia Niccolò Claudio

Durante l’udienza di ieri, 24 Settembre 2014, del processo per l’attacco contro il cantiere di Chiomonte, del 13 maggio 2013, Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò hanno rivelato che quella notte c’erano anche loro.

Ecco le loro parole:

«Conoscevo la Maddalena e la Val Clarea prima che ci venisse impiantato il cantiere dell’alta velocità. In quei boschi ho camminato, ho dormito, ho mangiato, ho cantato, ho ballato. In quei luoghi ho vissuto frammenti di vita preziosa insieme ad amici che ora non ci sono più e che porto nel cuore.
In quei luoghi sono tornato più volte negli anni.
Di giorno, di notte, di mattino, di sera; d’estate, d’inverno, in autunno e in primavera. Ho visto quei luoghi cambiare nel tempo, gli alberi cadere abbattuti a decine per fare spazio a siepi di acciaio spinato. Ho visto il cantiere crescere e un pezzo di bosco sparire, le torri-faro spuntare numerose e l’esercito arrivare a sorvegliare un desolato sterrato lunare con gli stessi mezzi blindati che pattugliano i monti afgani.
Così in Val Clarea son tornato una volta ancora in quella ormai celebre notte di maggio.


Molto, troppo, è stato detto e scritto su quella notte e non sta a me, né mi interessa, dire come si trascriva quel gesto nella grammatica del codice penale. Quello che posso dire è che quella notte c’ero anch’io.
Che non fossi lì con l’intento di perseguire il terrore altrui o anche peggio, lo può capire qualsiasi persona dotata di buonsenso che abbia anche solo una lontana idea di quale sia la natura della lotta No Tav e quale il quadro di coordinate etiche all’interno del quale questa lotta esprime la sua ventennale resistenza.
Che fossi lì per manifestare una volta di più la mia radicale inimicizia verso quel cantiere e, se possibile, sabotarne il funzionamento, ve lo dico io stesso.
E se abbiamo deciso di prendere la parola oggi prima che questo processo si addentrasse nella selva delle perizie e delle controperizie vocali è proprio per affermare una semplice verità: quelle voci sono le nostre.
Su questo la Procura ha costruito una storia.
Una storia in cui i cellulari diventano prove dell’esistenza di una catena di comando, addirittura di una pianificazione paramilitare, ma la verità -come spesso accade- è molto più semplice e meno roboante.
Esiste un motto in Val Susa che da anni è entrato nel bagaglio comune della lotta No Tav e ne orienta nella pratica le azioni di disturbo al cantiere.
Questo motto è:«
si parte e si torna insieme». A significare che in questa lotta ci si muove insieme. Insieme si parte e insieme si torna.
Nessuno va lasciato indietro. A questo servivano i telefoni quella notte, a questo si sono prestate le nostre voci.

Parlare invece di capi, di organigrammi, di commando, di strateghi, significa voler proiettare su quell’evento l’ombra di un mondo che non ci appartiene e stravolgere il nostro stesso modo d’essere e di concepire l’agire comune.

Per quanto mi riguarda lascio agli entusiasti speculatori ad alta velocità il triste privilegio di non avere scrupolo della vita altrui, e a loro lascio anche il culto della guerra, del comando e del profitto ad ogni costo.
Noi ci teniamo stretti i valori della resistenza, della libertà, dell’amicizia e della condivisione e da questi cercheremo di trarre forza ovunque le conseguenze delle nostre scelte ci porteranno.

Mattia»

«La notte fra il 13 e il 14 maggio ho preso parte al sabotaggio avvenuto al cantiere della Maddalena a Chiomonte. Ecco svelato l’arcano.
Non mi stupisce che gli inquirenti nel tentativo di ricostruire i fatti usino parole come “assalto, attentato terroristico, gruppi paramilitari, armi micidiali”. Chi è solito vivere e difendere una società fortemente gerarchizzata non può comprendere quello che è avvenuto negli ultimi anni in Val di Susa. Per descriverlo attingerà dalla propria cultura intrisa di termini bellici. Non è mia intenzione annoiarvi sui motivi per cui ho deciso di impegnarmi nella lotta contro il Tav o su cosa significhi la difesa di quella valle, voglio solo sottolineare che qualsiasi cosa che abbia a che fare con guerra o eserciti mi fa ribrezzo.
Capisco lo sgomento dell’opinione pubblica e dei suoi affabulatori per la ricomparsa di questo illustre sconosciuto, il sabotaggio, dopo che si erano tanto spesi nel seppellirlo sotto quintali di menzogne.
Alla lotta contro il treno veloce il merito di aver rispolverato tale pratica, di aver saputo scegliere quando e come impiegarla e di essere riuscita a distinguere il giusto dal legale.
Alla lotta contro il treno veloce la grossa responsabilità di mantenere fede alle speranze che molti sfruttati ripongono in lei e di far assaporare ancora il gusto sapido del riscatto.

Mi permetto di rispedire alcune accuse al mittente. Siamo accusati di avere agito per colpire delle persone o quantomeno incuranti della loro presenza, come se provassimo profondo disprezzo per la vita altrui. Se c’è qualcuno che dimostra tale disprezzo è da ricercare nei militi che esportano pace e democrazia in giro per il mondo, gli stessi che presidiano con devozione e professionalità il cantiere della Maddalena. Per quanto concerne l’accusa di terrorismo non ho intenzione di difendermi. La solidarietà che abbiamo ricevuto dal giorno del nostro arresto ad oggi ha smontato a sufficienza un’incriminazione così ardita. Se dietro quest’operazione c’era il tentativo, non troppo velato, di chiudere i conti con la lotta No Tav una volta per tutte, direi che è fallito miseramente.

Claudio»

«I motivi che mi hanno spinto in Val di Susa a prendere parte a questa lotta sono tanti; i motivi che mi hanno spinto a restare e continuare su questa strada sono ben di più.
In mezzo c’è un percorso di maturazione collettiva, di assemblee pubbliche e private, di campeggi e presidi, di confronto e scontro. In mezzo c’è la vita, quella di tutti i giorni, quella delle alzatacce e delle nottate insonni, della gola secca sui pendii rocciosi e dei pasti frugali, dei piccoli impegni e delle grandi emozioni.

In questo percorso chi lotta ha imparato la precisione del linguaggio, a chiamare le cose per quello che sono e non per l’involucro formale con cui si pubblicizzano, come un cantiere che prima era un fortino ed ora sta diventando una fortezza. Parole in grado di restituire il portato emotivo e l’impatto sulle proprie vite di determinate scelte della controparte, di chi ha deciso di invischiarsi in questa grande opera. Parole rispolverate da un lessico che sembrava antico e invece si riscoprono in tutta la loro potenza e semplicità nel descrivere le proprie azioni.
Un’accortezza di linguaggio che mi accorgo non essere così diffusa nel mondo circostante, quando leggo di improbabili “commando” che secondo una certa ricostruzione propinata anche dai giornali avrebbero assaltato il cantiere nella notte del 13 maggio. Una parola quanto mai infelice non solo per il suo richiamo all’atto del comandare ma anche per una certa allusione mercenaria, inaccettabile, di chi sarebbe disposto a qualsiasi mezzo pur di raggiungere il proprio fine.
Di contro chi lotta ha imparato a convogliare con intelligenza persino le passioni forti e irruente che nascevano dai tanti colpi subiti quando un amico perdeva un occhio per via di un lacrimogeno o un altro era in fin di vita.

Per quanto mi riguarda la Val Clarea mi è amica fin da quando nel 2011 rilanciavamo la terra a mani nude nei buchi scavati dalle ruspe durante gli allargamenti del cantiere.
Ricordo che tra le tende di quel campeggio echeggiava una canzone, tra le tante inventate per divertirsi e darsi forza, sulle note di un vecchio canto partigiano. Il primo verso recitava «dai boschi di Giaglione uniti scenderemo….». In questi anni molte volte è stato dato seguito e sono state rilanciate quelle parole e qualcuno in quella notte di maggio ha deciso di farlo con altrettanta convinzione e io ero tra loro. Una delle voci dietro a quel telefono è la mia. Ma soffermarsi su una responsabilità personale, per tesserne o meno le lodi, non è in grado di restituire quel sentimento collettivo maturato nelle case di tante famiglie, di valle e di città, o tra una chiacchierata e una bevuta in un bar, nelle piazze e nelle strade, nei momenti conviviali come in quelli più critici. Un sentimento che ha saputo esprimersi in uno degli slogan più gridati dopo i nostri arresti e che descrive bene la vera appartenenza di quel gesto: «dietro a quelle reti c’eravamo tutti…». Uno slogan che ci riporta direttamente ad un’assemblea popolare tenutasi a Bussoleno nel maggio 2013 con cui l’intero movimento salutava e accoglieva quel gesto chiamandolo sabotaggio.
E se dietro quelle reti c’eravamo tutti, dietro queste sbarre un pezzetto di ognuno ha saputo sostenerci e darci forza. Per questo, anche qui, qualunque siano le conseguenze delle nostre azioni, ad affrontarle non saremo soli.

Niccolò»

«In quest’aula non troverete le parole per raccontare quella notte di maggio.
Usate il linguaggio di una società abituata agli eserciti, alle conquiste, alla sopraffazione.
Gli attacchi militari e paramilitari, la violenza indiscriminata, le armi da guerra appartengono agli Stati e ai loro emulatori.

Noi abbiamo lanciato il cuore oltre la rassegnazione.
Abbiamo gettato un granello di sabbia nell’ingranaggio di un progresso il cui unico effetto è l’incessante distruzione del pianeta in cui viviamo.

C’ero quella notte ed è mia la voce femminile che è stata intercettata.
Ho attraversato un pezzo della mia vita insieme a tutti quegli uomini e a tutte quelle donne che da più di vent’anni oppongono un No inappellabile ad un’idea devastante di mondo. Ne sono fiera e felice.

Chiara»

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locandina benefit 26- 9

VENERDì 26 SETTEMBRE BENEFIT INGUAIATI CON LA LEGGE

CASSA ANTIREPRESSIONE SARDA e COORDINAMENTO ANTIFASCISTA CAGLIARITANO, ORGANIZZANO:

BENEFIT INGUAIATI CON LA LEGGE

VENERDì 26 SETTEMBRE DALLE 19.00
AL TOTALE IN VIA PRINCIPE AMEDEO 33, CAGLIARI.PIATTO E POSATE
APERITIVO – CENA BENEFIT  PER LE SPESE LEGALI PER GLI INGUAIATI DALLA QUESTURA DI CAGLIARI PER MANIFESTAZIONI ANTIFASCISTE.
CIBI DI TUTTI I TIPI – BIRRA – VINO – DISTRO – INFO
PARTECIPA E FAI GIRARE
Frammento di cronaca:

Cagliari 2007, opposizione al primo raduno nazi “Sei diventata nera”

Agosto 2007, da qualche tempo era uscita la notizia che quell’estate nei primi giorni di agosto i nazi di Capoterra avevano organizzato un raduno, con campeggio e concerti, per nostalgici di un pò tutt’Italia.  L’Assemblea Antifascista Kastedhu, nelle settimane precedenti aveva lanciato una mobilitazione contro questo schifo in città, hinterland e non solo, attacchinaggi, iniziative e sensibilizzazione per cercare in ogni modo di impedire il raduno. La risposta era stata più che buona, universitari, studenti medi, gruppi, collettivi, individui avevano risposto positivamente e attivamente alla chiamata dell’AAK. Le assemblee erano numerose e le proposte varie, a metà Luglio uscirono le date precise, “sei diventata nera” iniziava il 4 Agosto, il luogo naturalmente era tenuto segreto, giravano voci di una villa a Capoterra, di un terreno nella zona di Pula insomma niente di certo e niente di preciso.

L’impegno preso dell’AAK di “impedirglielo a ogni costo” si concretizzò con l’organizzazione di un corteo a Cagliari il 2 Agosto e la “calata” a Capoterra per il 4. La denuncia e successiva condanna tramite decreto penale, ricevuta dal compagno( e da altri 31 fra compagne e compagni)  riguarda il corteo di Cagliari. Riportiamo qui di seguito cosa scrisse Il Giornale di Sardegna il 2 Giugno 2010 quando vennero emanati i decreti penali di condanna: “Per tutti l’appuntamento era in piazza Garibaldi: c’era un centinaio di persone. Il sit-in si trasformò in corteo: il gruppo si spostò davanti alla sede di AN in viale Regina Margherita. Da quel momento a Cagliari il tempo sembrò tornare a trent’anni prima: “anarchici” contro “fasci”. Prima le parole, gli insulti reciproci. Poi le mani: volarono bottiglie, schiaffi, spintoni. Minuti concitati che portarono un ragazzo in ospedale con la testa fracassata da una mazza da baseball. Trentadue persone vennero identificate. E da pochi giorni nelle loro case hanno bussato gli ufficiali giudiziari con un decreto penale di condanna in mano emesso dal giudice per le indagini preliminari Roberto Cau”.

Nonostante il provvedimento del tribunale sia stato emesso uguale per tutti e 32 i denunciati, non a tutti è stato notificato nello stesso modo, il che ha portato ad avere diverse conseguenze tra cui una ventina di opposizioni accolte, questa condanna e forse anche altre. Su come siano andate le vicende, come cautelarsi e opporsi, quando ve ne siano le possibilità, ne parleremo venerdì.

 

…CHE SCOPPIA E RIMBOMBA

Il 13 Settembre è stata indetta, da diverse sigle indipendentiste, una manifestazione a Capo Frasca per protestare contro le servitu’ militari.

Nelle settimane precedenti , il poligono era balzato alle cronache nazionali per un incendio scaturito dalle esercitazioni che ha bruciato 25 ettari di macchia mediterranea causando, inoltre, lo scoppio di una bomba.

Il risalto dato a questa notizia ha fatto si che la partecipazione levitasse di numero ed ha costretto gli amministratori, regionali e non, ad esporsi sulla questione delle servitu’ che ormai gravano sull’isola in maniera sempre piu’ pesante.

Sono tanti gli interventi circa l’utilità o meno delle servitu’, ed alcuni degli amministratori fanno buon viso a cattivo gioco fingendo di essere sensibili alla questione ambientale-pacifista, negando le responsabilità oggettive che le istituzioni e i militari hanno in merito.

Il governatore per primo, si esprime dubbioso sull’utilizzo e la vastità delle servitù militari. ma allo stesso tempo accoglie il ministro della difesa ed autorizza le esercitazioni.

Il mestiere delle armi: produrle, testarle, venderle, utilizzarle sui territori come spot pubblicitari di questo o quell’armamento è un meccanismo da miliardi di euro, e le basi sarde hanno un ruolo preciso in tutto questo. Difficilmente chi ci gioca da anni è disposto a rinuncirvi, STATO ITALIANO in primis.

Come per tutti i grandi giri di soldi e interessi politici non è facile interpretare e comprendere il teatrino che di volta in volta viene messo in scena dalle parti. Questa volta a sorpresa, il fronte dell’apparente NO SERVITU’ vede fra le sue fila,volti nuovi e molto noti, dall’insostenibile puzza di marcio: sindaci, governatore, L’Unione Sarda, Renato Soru e l’immancabile Mauro Pili.

Il 13 settembre il presidio davanti ai cancelli di Capo Frasca è molto partecipato, ci sono tutti, i volti noti appena citati, tante bandierine no servitù dell’UGNONE ma anche associazioni partiti, gruppi, collettivi, singoli e tanta giusta: poliziotti, carabinieri e digos, nonchè il neo questore Dispenza.

La serata procede come tante, slogan contro le basi, striscioni e tante bandiere.

Mauro Pili con il suo schieramento di simpatizzanti raggiunge l’ingresso della base ma viene rispedito indietro dagli insulti di chi non si beve i suoi spettacolini da youtube.

Verso mezza sera un gruppo di persone decide di iniziare a rumoreggiare contro l’occupazione militare facendo delle battiture con le pietre sui pali della recinzione della base. Pian piano il gruppo diventa sempre piu’ nutrito ed aumenta lo stuzzichio alle reti della base che iniziano ad accusare il colpo cedendo un pezzetto per volta. Le forze del disordine da parte loro si schierano, restando sempre all’interno della base, e mobilitano tutti i loro cameraman e fotografi per riprendere l’accaduto per le serate cinema in questura.

Mentre le reti vengono forzate inizia a volare qualche pietra sugli sbirri in antisommossa pronti a difendere i loro colleghi in mimetica, ma ordini dall’alto e ambiente circostante fanno si che l’unica risposta ai lanci di pietre sia l’indietreggiamento di una ventina di metri.

Verso sere inoltrata, mentre il buio inizia a calare, lo stuzzichio alle reti da’ i suoi frutti e vengono divelte definitivamente consentendo l’ingresso dentro i confini della base. Qualche centinaio di manifestanti entra così nei primi metri di base, ben sorvegliati dai celerini intonano cori per una buona ora, nel frattempo qualcuno forza la catena del cancello proprio alla destra dell’apertura delle reti, verso le 21.00 senza intoppi o tensioni i manifestanti escono.

La giornata del 13 è stato un momento importante, sia per la partecipazione che per l’attenzione suscitata attorno al discorso delle servitu’ militari. L’ingresso oltre le reti che circondano Capo Frasca puo’ essere un gesto che, per quanto simbolico, dimostra che le basi possono essere violate.

Ora non resta che tenere alta l’attenzione ragionando non sul pacifismo e lamediazione con le forze armate, ma riflettendo su come restituire la violenza a chi da piu’ di 50 anni regala solo violenza sia nel nostro territorio sia nei vari luoghi di conflitto del mondo,usando la Sardegna e il silenzio assordante dei suoi abitanti sull’argomento, come base logistica.

NON LASCIAMO IN PACE CHI FA LA GUERRA!

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ARRIVA LA BOMBA…

Capo Frasca, poligono di tiro, una delle tante servitu’ militari che gravano sulla Sardegna, 1416 ettari di territorio concessi per esercitazioni di vario titolo.

Oggi, alle 15 un grosso incendio dovuto alle esercitazioni è divampato bruciando la macchia mediterranea e 25 ettari di terra, come se non bastasse l’incendio, probabilmente, ha causato lo scoppio di una bomba.

Non e’ stato facile bloccare l’incendio e il ministero ha per qualche ora negato ci fossero delle difficoltà. 

Il neo-governatore della Sardegna non ha esitato ad esprimere le lamentele per l’accaduto.

Le servitu’ militari sono un onere molto forte per l’isola, che si rende complice delle grandi fabbriche di morte ospitandole sul proprio territorio.

Le istituzioni che ora tanto si dimenano e dibattono contro i militi forse dovrebbero guardare al passato e ricordarsi che loro per prime sono state la causa e i piu’ fedeli servitori dello Stato che ci opprime con basi e militari che ora forse, per ragioni puramente di convenienza, non vanno piu’ tanto bene a lor signori.

Noi non dimentichiamo.

NON LASCIAMO IN PACE CHI FA LA GUERRA!!!images