Archivi del mese: gennaio 2014

Trasferiti Claudio, Nicco, Chiara e Mattia

Da informa-azione.info:

Nella mattina del 30 gennaio, i compagni e la compagna arrestati il 9 dicembre con l’accusa di “attentato con finalità terroristiche”  nell’ambito di un’operazione repressiva contro la lotta No Tav, sono stati trasferiti in altre carceri dotate di sezioni per il circuito di Alta Sorveglianza.

Claudio Alberto

Casa Cincondariale
Via Arginone, 327
44122 Ferrara

Chiara Zenobi
Casa Circondariale Rebibbia
via Bartolo Longo, 92
00156 Roma

Mattia Zanotti
Niccolò Blasi

Casa di Reclusione
Via Casale San Michele, 50
15100 Alessandria

Scriviamogli presto e con assiduità!

Ricordiamo, se si vuole ricevere risposta, di scrivere il mittente.

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Africa ONE..

Stamattina si è svolto per le vie del centro di Cagliari un partecipato corteo di migranti e solidali, sotto una fastidiosa pioggerellina e lo stressato occhio vigile della DIGOS, il corteo si è inserito nella lotta – che va avanti da tempo – per l’ottenimento dei documenti dell’asilo politico da parte dei prigionieri del CPA di Elmas.

Non è la prima volta che a Cagliari migranti, del CPA e non, e solidali organizzano simili manifestazioni di piazza, nel 2010 ci fu l’enorme corteo della comunità senegalese che protestava per le disumane condizioni di vita in cui lo stato italiano costringe tuttora a vivere chi non ha la pelle bianca, siano esse le retate, gli sfratti, la prigionia, i respingimenti, le espulsioni e chi più ne ha più ne metta. Quella volta come altre la lotta diede dei risultati, almeno parziali, che hanno creato un precedente al quale val sempre la pena ricorrere quando ci si trova in situazione come quella attuale, cioè dove decine di ragazzi del west africa sono abbandonati a loro stessi, senza che gli venga riconosciuto l’asilo politico e peggio ancora rischiando una reclusione senza fine nei CPA.

Stamattina questi ragazzi hanno potuto far sentire la loro voce per le strade di Cagliari, infatti seppur il corteo non era enorme certo non è passato silenzioso e inosservato, non c’è stato un minuto di silenzio, e se vigili urbani e DIGOS hanno fatto di tutto per evitare di intralciare il traffico e negare la visibilità al corteo non ci sono riusciti, blocchi, rallentamenti e deviazioni non sono mancati fino a giungere in Piazza del Carmine prevista come fine del corteo.

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Sapremo nei prossimi giorni se e quanto l’iniziativa di oggi sia servita a smuovere qualcosa nei piani alti della prefettura, sicuramente è servita a riportare con slancio le questioni dell’esistenza del CPA di Elmas, un vero e proprio lager a due passi da noi, delle condizioni in cui persone che vengono da viaggi incredibili sono costrette a vivere, delle migliaia di morti che questi viaggi causano, delle responsabilità dello stato ma anche di ditte private (vedi SISIFO) in tutto questo.

Nota: il titolo è uno dei cori più urlati durante in corteo.

Lettera del coordinamento dei detenuti

NUOVE LOTTE IN VISTA, INDETTA DAL COORDINAMENTO DEI DETENUTI, LO STESSO CHE HA INDITO I 20 GIORNI DI MOBILITAZIONE ANTICARCERARIA DELLO SCORSO SETTEMBRE.

La mobilitazione all’interno delle carceri, proclamata dal “coordinamento dei detenuti” nel mese di settembre 2013 ha visto di migliaia di detenuti partecipare ad una lotta come da anni non si vedeva.Nonostante le difficoltà riscontrate nel coinvolgere tutti i penitenziari, i tanti aspetti positivi della stessa ci dicono che la strada intrapresa è quella giusta ed è unanime la convinzione che la protesta sia la sola ed unica risposta contro un sistema inaccettabile; sistema definito da più parti come inumano e degradante, fatto di abusi e pestaggi, che vede tra le sue ultime vittime quella di federico perna morto per mano dello stato nel carcere di poggio reale. è ora di dire basta! Noi non ci accontentiamo di aver creato un primo momento di conflitto, noi vogliamo e possiamo fare di più e puntiamo ad una reale modifica di questo sistema carcerario indicendo per il mese di aprile 2014 una nuova mobilitazione con scioperi della fame battiture, rifiuto del vitto e forme di lotta autodeterminate, tanto incisive quanto il contesto più lo permetta, dal giorno 5 al giorno 20 dello stesso mese. Con questa nuova protesta è nostra intenzione mettere al centro delle rivendicazione l’urgente necessità di un’amnistia generalizzata in nome della libertà e l’abolizione dell’ergastolo. ribadiamo il nostro no a differenziazioni, trasferimenti punitivi e isolamento, rinnoviamo le precedenti richieste quali migliori condizioni di vita, soluzioni alle emergenza del sovraffollamento, il rispetto dei diritti naturali dell’uomo che qui dentro ci vengono negati, l’abolizione dei regimi di tortura legalizzati quali: 41bis, 14bis ed alta sorveglianza dei reati ostativi e la liberazioni di tutti i malati cronici reclusi, riporre speranze nei confronti di chi questo sistema lo ha creato e sostenuto non serve a nulla così come lamentarsi o lagnarsi, noi e solo noi possiamo spezzare queste catene e per farlo dobbiamo iniziare dall’interno consapevoli che la lotta ci rende liberi. Chiediamo per tanto a tutti i detenuti di non restare indifferenti e contribuire con il massimo delle proprie forze per far si che la mobilitazione del prossimo aprile 2014 sia la più ampia e partecipata possibile. Ci appelliamo inoltre a tutti i movimenti, alle organizzazioni, ai famigliari dei detenuti eogni singolo cittadino affinché siano indetti, nelle settimane precedenti la mobilitazione presidi all’esterno delle carceri per fare arrivare il nostro messaggio a quanti più detenuti.
LA LOTTA NON SI ARRESTA
p.s. consigliamo ai fratelli e alle sorelle reclus* di redigere comunicati da diffondere e chiediamo ai solidali di tutt’italia di far tuonare il nostro grido di libertà sulla rete e nelle piazze.
dicembre 2014

LUNEDì 27 GENNAIO CORTEO DI MIGRANTI E SOLIDALI

Lunedì 27 gennaio
CONCENTRAMENTO PIAZZA TRENTO ORE 10 E 30
 
richiedenti asilo, rifugiati, migranti tutt*, organizzano una manifestazione insieme agli antirazzisti solidali
– per l’ottenimento dei documenti e dell’asilo politico
– per l’apertura di progetti per chi ha già lo status di rifugiato
– per il rispetto dei diritti di tutte e tutti, migranti e non
– per la chiusura del lager di elmas e di tutti i lager per stranieri 

Nuove denunce di inquinamento al poligono di Teulada

Tra i fattori di rischio a Teulada c’è l’inquinamento radioattivo. Lo affermava lo studio per la realizzazione del primo villaggio di addestramento da costruire dentro il Poligono ritornato alla luce in questi giorni”, lo ha dichiarato il Comitato sardo “Gettiamo le Basi” per il quale “il documento elaborato nel 2000 dalla 14/a Direzione Genio Militare, per la realizzazione del villaggio, prevedeva ‘un approfondito studio per ridurre al minimo l’impatto ambientale’. Tra i fattori da esaminare indicava anche l’inquinamento radioattivo”.

“Un’indagine sull’impatto dei giochi di guerra, oggi, nel 2014, è del tutto normale. Non prenderla in considerazione susciterebbe uno scandalo. E’ invece molto strano – ha aggiunto Gettiamo le Basi – che sia stata considerata nell’autunno 2000.

Allora le richieste di chiarezza e di accertamenti sulla contaminazione radioattiva dei poligoni si contavano sulle dita di una mano e cadevano nel vuoto. In Sardegna le sole voci erano quelle del Comitato Gettiamo le Basi, delle famiglie del caporalmaggiore Salvatore Vacca e del soldato di leva Giuseppe Pintus, uno in servizio nel teatro di guerra bosniaco, l’altro a Capo Teulada, entrambi uccisi dallo stesso tumore, leucemia linfoblastica acuta. Nella penisola il muro di silenzio era ancora più impenetrabile”.

“Sarebbe l’ennesima conferma – ha sottolineato il Comitato – delle menzogne che ci propinano e della criminale decisione di esporre alla contaminazione letale militari, popolazione, flora, fauna, terra, aria, acqua e la catena alimentare. Il documento potrebbe spiegare anche l’altra anomalia: l’ibernazione e la riesumazione dopo 14 anni della costruzione a Teulada del primo villaggio in stile balcanico e musulmano allo scopo di conferire maggiore realismo ai giochi di guerra. In tutto questo ripugna ancora una volta lo sperpero di denaro pubblico per costruire case da bombardare (circa otto milioni di euro) e agghiaccia il silenzio della caterva di politici e pseudo esperti che promettevano radicale bonifica e smantellamento del poligono”.

Migranti in lotta a Cagliari

 
 In questi giorni sono almeno due le situazioni di protesta e di lotta che vedono protagonisti migranti, richiedenti asilo e rifugiati. 
Ci sono i ragazzi e le ragazze provenienti dal Corno d’Africa che, dopo 6 mesi di cpa si son visti riconoscere lo status di rifugiati e, come bonus, un biglietto del traghetto per Civitavecchia e tanti saluti. Quelli che vorrebbero restare in Sardegna, una quindicina di persone, sono stati buttati per strada dalla Caritas che li ha ospitati nell’ultimo mese, al momento dormono sotto i portici di fronte al comune e sono determinati ad andare avanti finché la situazione non si sblocca: chiedono un tetto, la possibilità di imparare la lingua italiana e dei corsi di formazione professionale coi quali provare a rendersi indipendenti.
 
Un altro gruppo, proveniente da Nigeria, Mali, Ghana, ha dato vita oggi ad una bella giornata di lotta.
Si tratta dei richiedenti asilo ai quali è stata data risposta negativa e che si trovano ancora al cpa di Elmas gestito dalla Sisifo, tristemente nota anche in Sicilia.
Dopo un partecipato presidio davanti alla prefettura e l’incontro col prefetto che, com’è ovvio, ha fatto vaghe promesse, per nulla soddisfatti, un centinaio di migranti ha dato vita ad un corteo spontaneo vivace ed incazzato, invadendo le strade, gridando slogan e rivendicazioni, per finire per bloccare il traffico nella centralissima piazza Matteotti. Lì sono rimasti per almeno due ore, discutendo tra loro, innalzando i cartelli con la richiesta di documenti e la denuncia delle condizioni di assoluta invivibilità del lager di elmas, per nulla preoccupati della presenza di polizia e carabinieri in antisommossa, funzionari e digos.
 
Erano presenti attivamente diversi solidali antirazzisti, speriamo sempre più numerosi nelle prossime occasioni e l’Usb che sta dando un grosso supporto logistico. 
 
Verso le 15, dopo un’assemblea, i richiedenti asilo si sono spostati all’interno della piazza a festeggiare la giornata. Appuntamento per l’inizio della prossima settimana con nuove iniziative di lotta tutte da decidere!

 

Lettera di Nicco, Claudio e Mattia

Sono appena le 4 del pomeriggio e il sole sta calando dietro l’imponente termovalorizzatore metallico, mentre in lontananza si intravedono le prime montagne della valle e  l’immaginazione completa i contorni accennati del Musiné. Siamo qui rinchiusi da 10 giorni ma il nostro pensiero viaggia ancora lontano…
Che la procura di Torino stesse preparando qualcosa di grosso lo sapevano pure i sassi. Lo si  capiva dal crescendo di denunce contro il movimento, ma soprattutto da quell’intenso lavoro  di propaganda con cui inquirenti, mass media e politici hanno cercato di traghettare la resistenza No tav all’ombra di quella parola magica che tutto permette: «terrorismo». Per  mesi interi non hanno parlato d’altro, in un mantra ripetuto ossessivamente volto ad  evocare una repressione feroce.
Infine hanno preso alcuni dei tanti episodi di lotta di questa estate su cui questo immaginario suggestivo potesse fare più presa e li hanno stravolti e piegati alla loro visione del mondo  fatta di militari e paramilitari, gerarchie, controllo e violenza cieca.
Così hanno fatto per giustificare le perquisizioni di fine luglio, così fanno ora per argomentare i nostri arresti.
Ma c’è un abisso tra ciò che vogliono vedere in noi e quello che realmente siamo.
Non ci interessa sapere chi in quella notte di maggio si è effettivamente avventurato tra i  boschi della Clarea per sabotare il cantiere – probabilmente non interessa neanche agli stessi  inquirenti -. Quello che vogliono è avere oggi qualcuno tra le mani per far pesare la minaccia di anni di galera sul movimento e sulla resistenza attiva, per arrivare tranquilli e indisturbati all’apertura del cantiere di Susa.
Vogliono che le persone restino a casa a guardare dal balcone il progetto che avanza.
Eppure queste persone hanno già gli strumenti per mettersi in mezzo: abbiamo imparato a  bloccare quando tutti insieme si gridava «No pasaran» e a passare a colpi di mazza quando  il cemento dei jersey ci sbarrava la strada; abbiamo imparato a guardare lontano quando  l’orizzonte si riempiva di gas e a rialzare la testa quando tutto sembrava perduto.
Non sarà il terrore che seminano a piene mani a rovinare i raccolti futuri di questa lunga lotta.
Occorrerà continuare a costruire luoghi e momenti di confronto per scambiarsi idee e informazioni, per lanciare proposte e per essere pronti a tornare nelle strade e in mezzo ai boschi.
Si è fatta sera alle Vallette, ma a parte il buio non c’è una gran differenza col mattino, dato che il blindo della cella resta chiuso ventiquattr’ore su ventiquattro: alta sicurezza!
Rispetto ai Nuovi Giunti c’è molta più calma e pulizia, ma l’assenza di contatto umano ci debilita.
La bolgia dei blocchi B, C o F (a parte l’isolamento cui è costretta Chiara) sono un pullulare di storie ed esperienze di vita con cui impastarsi, in cui trovare complicità e solidarietà. Già  nel mese scorso, Niccolò, già arrestato a fine ottobre per un altro procedimento, ha potuto constatare come l’eco della lotta contro il Tav sia giunto fin dentro le galere e per molti rappresenti il coraggio di chi ha smesso di subire le decisioni di uno stato opprimente.
Per noi, costretti all’isolamento in una sezione asettica, è di vitale importanza rifiutare la segregazione e la separazione tra detenuti: siamo tutti «comuni».
Anche per questi motivi sarebbe bello se all’interno del movimento si sviluppasse un ragionamento e un percorso su e contro il carcere.
La maggior parte delle guardie delle Vallette vive qua, in dei grandi palazzoni all’interno delle mura, loro non si libereranno mai della galera.
Per quanto in questa sezione ci trattino educatamente, non si tireranno indietro nel farci rapporto su ordine di un superiore quando decideremo di lottare per qualsivoglia motivo.
Allora, coi ricordi che ci teniamo stretti, faremo rosicare questi «portachiavi» per la limitatezza dei loro orizzonti.
«Avete mai visto il mare farsi largo in mezzo ai boschi in un bel pomeriggio di luglio, e scagliarsi e andare contro le reti di un cantiere?»
«Avete mai sentito il calore umano di ogni età saldarsi spalla a spalla mentre gli scudi avanzano, l’asfalto dell’autostrada si fa liquido e le retrovie si riempiono di fumo?»
«Avete mani visto un serpente senza capo né coda o una pioggia di stelle nel cuore di una notte di mezza estate?»
Noi sì, e ancora non ci sazia.
La strada è lunga, ci saranno momenti esaltanti e batoste clamorose, si faranno passi avanti e si tornerà indietro, impareremo dai nostri errori.
Per ora guardiamo il nostro carcere negli occhi e non è facile, ma se «la Valsusa paura non  ne ha», noi di certo non possiamo essere da meno.

Niccolò, Claudio, Mattia

Il compagno Fabrizio Aramu ci ha lasciati

“Venerdi 10 gennaio 2014 Fabrizio Anteo Aramu ci ha lasciati!
Fabrizio era un nostro amico e compagno, una vita da anarchico e  rivoluzionario, impegnato in mille battaglie qui in Sardegna e altrove.
Si e’ sempre contraddistinto per la sua generosità’ nella vita quotidiana, cogli amici e compagni e nella lotta. Non e’ mai rimasto indietro indeciso a guardare, si e’ sempre gettato con cuore e forza dove il fischio del vento della battaglia richiedeva la sua poderosa presenza. E quando le braci sembravano spente lui le ravvivava col calore dell’azione!
Fabri ci mancherai, non sara’ facile pensare di non averti più’ con noi.
Ma non ti dimenticheremo mai!!
le compagne e i compagni di Fabrizio”

Saluti solidali

La notte di capodanno un folto gruppo di solidali si è riunito sotto il carcere di BuonCammino a Cagliari per portare il proprio calore ai detenuti.

Musica, fuochi d’artificio e diversi cori sono stati la colonna sonora della serata con una buona risposta da parte dei prigionieri.

Da sottolineare la buona e attiva partecipazione dei parenti che si sono dimostrati solidali e partecipativi all’iniziativa.

La sera del 6 gennaio un gruppo di una decina di solidali ha salutato i detenuti di Bad’e carros a Nuoro.

I solidali hanno fatto un pò di baccano con rullante e due petardi e dal carcere c’è stata una buona risposta con saluti e chiasso.Allo scoppio dei petardi i secondini hanno ben pensato di chiamare i loro colleghi poliziotti che hanno cercato di provocare le persone presenti al presidio ma senza alcun risultato.

Sempre solidali con i detenuti. Tutte e tutti libere/i.

Quando il nemico parla chiaro

Brevi note sugli ultimi arresti no tav
Era nell’aria, l’operazione che il 9 dicembre ha portato all’arresto di tre compagni e una compagna, accusati di aver partecipato, nella notte tra il 13 e il 14 maggio scorso, all’azione contro il cantiere del Tav di Chiomonte.
Non si sapeva naturalmente chi sarebbe stato colpito, né precisamente per cosa. Ma il ritornello ripetuto ossessivamente negli ultimi mesi un po’ su tutti i media nazionali, dai più noti esponenti del trasversale Partito del Tav, non lasciava spazio a molti dubbi.

Ai più attenti non era poi sfuggito l’annuncio del procuratore capo Caselli di anticipare di qualche mese la data del proprio pensionamento. Una notizia che non lasciava certo presagire nulla di buono: difficile supporre che un simile personaggio abbandoni le scene in silenzio.

Così, dopo aver saggiato un po’ il terreno in estate, indagando e perquisendo diversi no tav per l’art. 280 (“attentato con finalità di terrorismo”), l’immancabile duo Padalino-Rinaudo ci riprova alcuni mesi più tardi, porgendo, con gli arresti di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, l’ultimo ossequioso saluto al proprio Padrino, e sperando in questo modo di scalare qualche altra posizione nella corsa alla sua successione.

Oltre al già citato 280, i reati contestati sono: “atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi, danneggiamento a mezzo di incendio, violenza contro pubblico ufficiale, detenzione e trasporto di armi da guerra”.
Reati che precludono la possibilità di ottenere misure cautelari alternative (arresti domiciliari, obblighi o divieti di dimora ecc.), consentono tempi di carcerazione preventiva molto lunghi e minacciano, se il castello accusatorio dovesse rimanere del tutto integro anche dopo il processo, di trasformarsi in condanne lunghissime che potrebbero superare i vent’anni di reclusione.
Nello specifico, i quattro compagni arrestati sono accusati tra le altre cose di aver, in concorso tra loro e con altri “in fase di identificazione”, attentato alla vita e all’incolumità delle persone addette alle opere di costruzione del tunnel esplorativo e delle persone preposte alla tutela del cantiere e dell’ordine pubblico, al fine di “costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto” (in questo caso il finanziamento e la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione), “arrecando così un grave danno all’Italia e all’Unione Europea”, come recita l’art. 270 sexies c.p.
Se è una semplice constatazione rilevare come in quest’azione contro il cantiere del Tav nessuno, operaio, militare o poliziotto che fosse, abbia riportato il benché minimo graffio e prodotto il benché minimo referto medico, vale la pena invece addentrarci un po’ tra le pieghe dell’art. 270 sexies.
Contenuto all’interno del cosiddetto “Pacchetto Pisanu” (luglio 2005), quest’articolo  doveva servire a riformulare, ampliandola notevolmente, la definizione di “condotta terroristica”, sfruttando l’onda emotiva suscitata dalle stragi di Madrid del 2004 e di Londra del 2005. Le nuove norme, apparentemente approntate contro le bombe di Madrid (che costrinsero il governo di Zapatero a ritirare le truppe dal’Iraq), si caratterizzavano per una voluta vaghezza.
Che a farne le spese in futuro avrebbero potuto essere diversi contesti di lotta era già allora consapevolezza di compagni e avvocati. Che l’articolo 270 sexies appaia oggi in un’inchiesta contro dei no tav non è una sorta di anomalia giudiziaria, bensì l’applicazione di un dispositivo pensato sin dall’inizio contro il conflitto sociale.

Non è certo un caso che questa carta sia stata calata per la prima volta proprio a difesa del cantiere di Chiomonte, dove ci avevano già pensato il filo spinato israeliano, i militari ed i tank provenienti dall’Afghanistan a rendere sempre più labile il confine tra guerra interna e guerra esterna.

Ad essere incendiati quella notte sono stati un generatore, la cabina di alimentazione del ventolino di areazione, alcuni cavi elettrici e dei tubi di prolunga per il ventolino stesso. Tutte attrezzature atte alla realizzazione del cunicolo esplorativo, il cui danneggiamento ostacola o rallenta concretamente il proseguimento dei lavori.
Un atto tutt’altro che indiscriminato, un gesto che afferma direttamente il proprio obiettivo.
Un’azione di sabotaggio esemplare, insomma, uno zoccolo lanciato nella macchina del cantiere per incepparne il funzionamento.
Cosa tra l’altro ben compresa dal movimento no tav, come dimostrano le dichiarazioni e i comunicati dei giorni successivi. Per la prima volta in Italia, da almeno trent’anni a questa parte, un movimento di massa rivendica la validità del sabotaggio. Nella storia reale, che è ben altra da quella delle carte giudiziarie, la pratica del sabotaggio è stata assunta pubblicamente dal movimento proprio perché le costanti e inequivocabili forme del dissenso di massa alla Grande Opera sono state costantemente e inequivocabilmente ignorate. Prova ne sia il fatto che un cantiere per un cunicolo esplorativo è diventato “sito di interesse strategico nazionale” (la cui definizione, nelle carte di Rinaudo e Padalino, è ripresa non da qualche norma governativa, bensì da un periodico dello Stato Maggiore della Difesa…). Tutto ciò ha creato dei bei grattacapi al Partito del TAV, vista l’autorevolezza di cui gode la lotta in Valsusa. Anche altrove – pensiamo ad esempio alla lotta no Muos – la parola sabotaggio è tornata di attualità, rendendo ancora più preoccupante “la madre di tutte le preoccupazioni”, come disse la signora Cancellieri-Ligresti.

È sotto questa luce che vanno lette le carte dell’inchiesta.
In seguito agli arresti del 9 dicembre molti hanno giustamente sottolineato come le accuse di terrorismo, starnazzate da tutta la stampa, servissero a tentare per l’ennesima volta di dividere il movimento. Dopo il “siamo tutti black bloc” sostenuto a gran voce in seguito al 3 luglio, anche questa volta il tentativo di dividere il movimento in buoni e cattivi, in valligiani pacifici ed estremisti di fuori, cercando di mettere in un angolo i 4 compagni arrestati, è miseramente fallito.

Ormai ben pochi potevano nutrire dubbi e anche gli stessi inquirenti non si facevano troppe illusioni a riguardo. Attraverso queste accuse di terrorismo, dunque, l’obiettivo che le autorità si prefiggono sembra essere piuttosto un altro.

Nelle carte dell’inchiesta, gli inquirenti, forzando il piano strettamente giuridico, sostengono una tesi squisitamente politica. Dopo aver fatto una breve storia degli atti legislativi e dei vertici internazionali che hanno portato all’installazione del cantiere di Chiomonte, i magistrati sostengono che si tratta di procedure democratiche. L’azione contro il cantiere – assieme allo stillicidio di pratiche di contrasto di cui il faldone giudiziario fornisce un ampio elenco – viene definita “terroristica” non tanto per le sue caratteristiche specifiche, ma in quanto si oppone alla democraticità di una decisione intergovernativa. Seguiamo questa logica. Tutte le imposizioni dello Stato hanno un involucro legale, cioè sono formalmente basate sul Diritto. Tutto ciò che mette realmente in discussione un progetto statale è dunque passibile di “terrorismo”. Rimane solo il dissenso platonico. Dare concretezza al proprio NO, che in fondo è la caratteristica essenziale del movimento no tav, risulta quindi antidemocratico. Benito Mussolini avrebbe detto “nulla fuori dallo Stato, nulla contro lo Stato”. Il totalitarismo parla oggi un linguaggio diverso. Non ti stanno bene le nostre imposizioni democratiche? Sei un terrorista.

La democrazia è una porta blindata ad ogni dissenso (tranne quello, consentito, della lamentela); il dissenso non si ferma, la porta viene blindata con filo spinato e militari; il dissenso si fa sabotaggio, e questo rivela le “finalità terroristiche” della lotta no tav. In qualche modo, i due magistrati torinesi dicono esplicitamente ciò che era finora implicito: le decisioni di uno Stato democratico sono incontestabili. Qualsiasi lotta, foss’anche una vertenza sindacale, vuole sempre spingere la controparte a “compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto” (come recita il 270 sexies). Il cosiddetto patto sociale, o la dialettica tra le parti sociali, si fondava formalmente su questo: domani può diventare diritto ciò che oggi è illegale. Era l’epoca, cominciata nel Dopoguerra, in cui si volevano integrare contadini e operai nel Grande Compromesso: se mi date la forza lavoro, vi concedo diritti. Ebbene, quella Storia lì è finita. Questa è la Democrazia. Fuori e contro di essa, c’è il Male, il terrorismo. Dire che tutto ciò potrebbe riguardare qualsiasi movimento di lotta è a questo punto banale. Meno banale è trarne le debite conseguenze. Nei passaggi epocali, la classe dominante attacca frontalmente il nemico nei suoi punti di forza, non in quelli più deboli. L’impiego della categoria di terrorismo contro il movimento no tav – per ciò che questo esprime e che simboleggia – è, in tal senso, un avviso per tutti.

A seguire fino in fondo la logica di Rinaudo e Padalino, la natura “terroristica” della lotta contro il TAV non sta in un suo preteso “salto di qualità”, bensì nelle sue stesse premesse: in quel NO di cui vent’anni di esperienze, saperi, confronti, azioni non sono che il coerente sviluppo.

Non essersi rassegnati nemmeno di fronte ai manganelli, ai gas, alle ruspe, ai Lince, agli arresti, al terrorismo mediatico: ecco il crimine che contiene tutti gli altri.

In tal senso, la difesa dei compagni arrestati e indagati per “terrorismo” non è solo un atto di doverosa solidarietà, ma è la rivendicazione testarda della lotta e delle sue ragioni.

Cogliere la posta in gioco di questa operazione repressiva e rilanciare le resistenze, in Valle come altrove, è faccenda di ciascuno e di tutti.

Da: informa-azione.info