Archivi del mese: giugno 2011

Volantino distribuito durante il presidio in solidarietà ai NOTAV lunedì 27 giugno

VAL DI SUSA SOTTO ATTACCO – SOLIDARIETÀ AL MOVIMENTO NOTAV
Stamani alle cinque del mattino le forze del dis-ordine anno iniziato un attacco in massa contro il presidio NOTAV della Maddalena, con massiccio uso di mezzi meccanici, blindati,lacrimogeni, si segnalano già incendi e feriti.
Da dieci anni il movimento NOTAV resiste allo sventramento della Val di Susa per la realizzazione di un’opera inutile e costosissima. Una resistenza popolare, diffusa, che coinvolge l’intera valle contro questa inutile devastazione.
Non è la prima volta che i manifestanti NOTAV vengono attaccati nel nome del profitto delle grandi imprese, ansiose di mettere le mani sulla montagna di soldi pubblici stanziati per i “Treni ad alta velocità” (TAV) che non servono a nessuno, visto che la linea ferroviaria già esistente è in buona parte inutilizzata, mentre ovunque le ferrovie continuano ad andare in rovina, i prezzi aumentano e i pendolari vedono peggiorare di giorno in giorno il servizio e i lavoratori le loro condizioni.
Nel 2005 il presidio di Venaus era stato attaccato con estrema violenza, provocando orrore e disgusto. Violenza inutile, la popolazione subito dopo riprese il cantiere e il controllo della valle dove vuole continuare a vivere, la TAV fu ancora una volta fermata.
Nonostante la violenza voluta da padroni senza scrupoli e dispiegata dallo stato la TAV non passerà neanche questa volta. Basta repressione, solidarietà e resistenza popolare ovunque.
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Tunisini in fuga dal Cpa di Elmas Aeroporto chiuso per qualche ora

Cinque cittadini tunisini sono fuggiti ieri poco prima delle 23 dal Centro di accoglienza immigrati (Cpa) di Elmas poco distante dalla pista dell’aeroporto di Cagliari che, precauzionalmente, è stato chiuso fino all’alba di oggi con il conseguente disagio dei passeggeri per il dirottamento di alcuni voli, tra cui un Cagliari-Catania rispedito al punto di partenza per l’impossibilità di atterrare. Gli extracomunitari hanno deciso di allontanarsi dalla struttura di accoglienza (non si tratta tecnicamente di fuga, secondo fonti della Questura) saltando i muri ma uno di loro è stato trovato a pochi metri dall’ingresso, bloccato da un infortunio alle gambe che si è procurato nel tentativo di superare la recinzione: subito è stato trasportato nell’ospedale Santissima Trinità di Cagliari. Mentre continua la ricerca degli altri quattro. L’allontanamento dei tunisini ha fatto scattare, come capitato anche in altri casi simili, la chiusura temporanea dell’aeroporto fino a questa mattina, quando la situazione è tornata alla normalità.

Incendio a Ponte Galeria

«Notte di tensione all’interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria. Alcuni degli oltre 250 ospiti hanno appiccato il fuoco a suppellettili e alloggi della struttura. Lo rende noto il Garante dei Detenuti del Lazio Angiolo Marroni. “La protesta sarebbe partita dal settore maschile della struttura, ed avrebbe coinvolto circa 70 immigrati – si legge nella nota -. Uno di loro, leggermente ferito, è stato medicato in ospedale e subito riaccompagnato nel Centro. Ingenti i danni registrati. Proprio in queste ore la cooperativa che gestisce il Cie sta lavorando per ripristinare le condizioni di agibilità della struttura”.» da omniroma.it

Battiture (e pestaggi) a Torino

Timidamente, dopo le grandi sommosse di Santa Maria Capua Vetere e di Ponte Galeria, ricomincia a scaldarsi la situazione anche dentro al Cie di corso Brunelleschi a Torino. Intanto, il consueto presidio della terza domenica del mese, questo pomeriggio, ha trovato una risposta particolarmente calda da dentro le gabbie, con urla battiture e messaggi rilanciati oltre i muri. E poi, in serata, sono partite le proteste: nell’area rossa hanno rifiutato il cibo, mentre nella blu, oltre a far lo sciopero della fame, i prigionieri hanno ammassato tutti i materassi in cortile e iniziato una lunga battitura per protestare contro la Croce Rossa che si rifiutava di soccorrere uno di loro che stava male, fino a vedersi il gabbione circondato di polizia. I motivi della mobilitazione sono i soliti: dalla qualità del cibo, all’uso degli psicofarmaci, ai soprusi di guardie e crocerossini. È la determinazione alla libertà che riemerge ad ondate, con in mano questa volta la rabbia per il decreto che porta a 18 mesi la permanenza massima dentro ai Centri. Rabbia tutto sommato contenuta, ma che siamo abbastanza certi esploderà fino in fondo – qui ed altrove – quando i primi reclusi arrivati ai sei mesi di prigionia si troveranno per davvero i cancelli ancora chiusi davanti al naso. Staremo a vedere allora cosa potrà succedere dentro le gabbie e soprattutto quanto i solidali di fuori, il movimento contro le espulsioni, saprà essere all’altezza della situazione. Aggiornamento 20 giugno. Raramente la polizia rimane con le mani in mano. E così, in tarda serata, dopo aver circondato la gabbia dell’area blu, gli agenti sono entrati ed hanno distribuito un po’ di botte ai reclusi. Alla fine alcuni prigionieri la nottata l’han dovuta passatare, malconci, in infermeria, e altri ancora (una decina) al Pronto Soccorso – da dove son stati poi ritrasportati al Centro, ma nella zona dell’isolamento. Gli altri si son rifiutati di rientrare nelle stanze e son rimasti in cortile, dove per provocarli gli agenti han portato loro i piatti rifiutati a cena, minacciandoli perché mangiassero. Ma senza alcun risultato. Aggiornamento ore 14.00. Continua anche oggi lo sciopero della fame in alcune delle gabbie di corso Brunelleschi. Nell’area blu, poco fa, tre reclusi hanno provato ad impiccarsi e sono stati presi di peso dalla polizia, armata di pistole e manganelli, e non si sa bene dove siano stati portati. Ascolta il racconto di un recluso, che ripercorre i fatti della nottata e di oggi: Aggiornamento ore 21.00. Continua anche stasera nell’area blu lo sciopero della fame, mentre nell’area rossa i reclusi hanno ricominciato a mangiare. Aggiornamento 21 giugno. Ancora sciopero nell’area blu del Centro. Compatti, i reclusi rifiutano sia il cibo che le bevande, e vanno avanti solo a sigarette. In più, rifiutano pure di rientrare nelle camerate per la notte. Alla protesta partecipa anche l’area verde, mentre nelle altre gabbie del Centro la situazione è tranquilla. macerie @ Giugno 19, 2011

Cosa succede nel Cie di via Corelli? – Volantino distribuito a Milano

Il testo di un volantino che sta girando nei quartieri di Milano per raccontare cosa succede nel Centro di Identificazione e Espulsione di via Corelli.

«Un gruppo di solidali si è incontrato al CIE di via Corelli, per fare volantinaggio ai parenti dei detenuti. Prima grande novità è il numero consistente di parenti, con i quali si è potuto fare qualche chiacchiera, nelle lunghe ore di attesa, tra l’ingresso del primo e l’uscita dell’ultimo di loro.
I prigionieri ci raccontano che:
– attualmente, all’interno di una delle sezioni, ci sono 28 detenuti. Non sappiamo il numero dei detenuti nelle altre sezioni, che sono in totale 5.
– i detenuti non possono tenere il proprio cellulare.
– ogni tre giorni, ognuno di loro avrebbe il diritto a un pacchetto di sigarette e a una scheda telefonica da 5 euro, da utilizzare nella cabina interna. Ma sono costretti a scegliere tra uno o l’altro. Questi sono i ricatti che continuano a subire.
– i detenuti non hanno più la possibilità di uscire in cortile tutti insieme, devono rimanere ognuno all’interno della propria sezione. Prima potevano uscire pomeriggio e sera, ora gli hanno tolto anche questo.
– una deportazione è avvenuta con avvolgimento del prigioniero in una coperta, chiuso dentro con lo scotch e caricato con violenza nel bagagliaio di una jeep della polizia.
– un prigioniero è stato portato a Corelli con l’inganno: è stato chiamato in questura per controllare alcuni documenti, con la garanzia espressa al telefono che nulla gli sarebbe capitato. Da lì è stato condotto al Cie, dove è ora recluso.
Tanti detenuti ci raccontano che:
– dopo aver scontato la pena in carcere, vengono trasferiti al Cie.
– le persone malate non sono seguite dai medici e non ricevono i medicinali essenziali, nemmeno per le patologie croniche e gravi.

I detenuti di via Corelli hanno recentemente deciso di iniziare uno sciopero della fame. La risposta delle guardie è stata una devastante perquisizione. Questa è solo una minima parte degli abusi subiti dagli immigrati detenuti nel Cie di via Corelli! Questi sono lager che vanno chiusi subito! Basta CIE, basta torture!

Vogliamo inoltre informare tutti gli immigrati senza documenti di fare attenzione se devono andare in Questura, in quanto abbiamo saputo che molti vengono chiamati con l’inganno e quindi portati nei Cie. Tutto questo è già accaduto a molte persone, a Milano come a Torino, ma sicuramente è una manovra che viene effettuata in tutta Italia. Non fidatevi mai!»

Incendio a Ponte Galeria

«Notte di tensione all’interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria. Alcuni degli oltre 250 ospiti hanno appiccato il fuoco a suppellettili e alloggi della struttura. Lo rende noto il Garante dei Detenuti del Lazio Angiolo Marroni.  “La protesta sarebbe partita dal settore maschile della struttura, ed avrebbe coinvolto circa 70 immigrati – si legge nella nota -. Uno di loro, leggermente ferito, è stato medicato in ospedale e subito riaccompagnato nel Centro. Ingenti i danni registrati. Proprio in queste ore la cooperativa che gestisce il Cie sta lavorando per ripristinare le condizioni di agibilità della struttura”.»

da omniroma.it

I migranti potranno essere rinchiusi nei Cie per 18 mesi. Maroni e Berlusconi triplicano i tempi

I Migranti irregolari che arrivano sul territorio italiano e sono in attesa di espulsione potranno essere trattenuti nei Cie fino a 18 mesi. È quanto prevede il decreto approvato oggi dal Consiglio dei ministri. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha spiegato che il tempo di trattenimento dei Cie passa da sei mesi a 18 mesi” e sarà realizzato “attraverso una procedura di garanzia che riguarda i giudici di pace”. Il provvedimento stabilisce anche il “ripristino dell’espulsione coattiva immediata dei clandestini pericolosi per l’ordine pubblico e la sicurezza,gia espulsi o che violano le misure di garanzia previste dal questore”.

“Lasciate entrare i giornalisti nei Cie”. La Fnsi e l’Ordine scrivono a Maroni

in data:16/06/2011

Una brutta storia che ci riguarda tutti

Giovedì 16 giugno, a Roma, verrà discusso il ricorso in Cassazione presentato dalla difesa di Antonella Lai e Paolo Anela, dopo la vergognosa sentenza emessa esattamente un anno fa dalla Corte d‘Appello di Cagliari: 7 anni e 10 mesi invece dei precedenti 3 anni e 2 mesi, pena ritenuta troppo lieve.
Ivano Fadda ha rinunciato al ricorso ed è attualmente in carcere.

breve cronaca di una persecuzione

Antonella Lai, Paolo Anela e Ivano Fadda vengono arrestati il 31 marzo 2006 con l’accusa di essere gli autori del fallito “attentato” del 22 marzo contro una sede di Alleanza Nazionale a Nuoro.
Sin dal primo mese vengono deportati nelle galere del continente, Antonella a S.M Capua Vetere, Paolo a Palmi e Ivano a Palermo.
A gennaio 2009 la Corte d’Appello, sulla base dell’Art. 280 bis “atto di terrorismo con
ordigni micidiali o esplosivi”, li condanna a 3 anni e 2 mesi con multa di 3000 € per aver posto l’ordigno, chi materialmente, chi moralmente, nella sede elettorale di A.N., facendo cadere l’accusa di associazione sovversiva.
Contro la sentenza di II grado il pubblico accusatore ha ricorso in Cassazione facendola annullare, da cui la nuova condanna nel giugno del 2010.
Questo processo è un processo politico perché politico é il tipo di accusa e la motivazione che spinge gli inquisitori a perseguitarli. A causa del loro attivismo politico i tre compagni erano da tempo seguiti e spiati dalla Digos, hanno dovuto subire il carcere duro e pressioni psicologiche. Quel genere di rappresaglie che il potere riserva da sempre ai suoi nemici.
Le accuse nei loro confronti sono infatti basate esclusivamente su intercettazioni telefoniche e ambientali manipolate e reinterpretate in modo tendenzioso ed arbitrario e sostenute da indizi risibili.
Tra il loro arresto e il processo di primo grado ci fu persino la confessione di un minorenne che ammise di essere stato l’autore della rivendicazione del fallito attentato alla sede di An. Ma questa confessione, mettendo in crisi il delirante impianto accusatorio orchestrato dal p.m. Paolo De Angelis, fu deliberatamente ignorata.
Il suddetto personaggio, spinto da personali ossessioni e ambizioni, si è reso inoltre protagonista di numerosi altri fallimentari tentativi di confermare il cosiddetto teorema Pisanu, quello per cui l’allora Ministro degli Interni sollecitò varie azioni repressive,sostenendo che in Sardegna si fosse creata una “centrale del terrore” composta da anarchici, indipendentisti e marxisti-leninisti.
Questo è uno dei tanti casi della repressione che dilaga ogni giorno in tutta Italia con perquisizioni, misure restrittive, arresti.

Qualunque sarà il verdetto
INGIUSTIZIA è FATTA!

Rivendichiamo la loro e la nostra libertà.
.

Non permettiamo
che ci rubino la vita

non lasceremo soli Antonella Paolo e
Ivano, né altre/i compagne/i che
ogni giorno subiscono la repressione

LiBerEtuTTi

NOBORDERSARD

Sui tetti di Modena la rivolta

«Hanno aspettato che i ragazzi della Misericordia portassero loro da mangiare per far scattare la rivolta. Quando si sono affacciati sulla porta li hanno spintonati contro il muro e sono usciti tutti insieme, riuscendo a innescare un principio di rivolta. Una decina di clandestini sono così riusciti a guadagnare i corridoi che portano ai piani superiori e lì si sono asserragliati.
Per un paio d’ore un gruppo di tunisini arrivati nelle settimane scorse a Lampedusa, poi trasferiti in Puglia e infine a Modena, hanno inscenato una dimostrazione sopra i tetti della struttura di fianco al carcere di S. Anna.
Immediata la mobilitazione delle forze dell’ordine che hanno isolato la zona. Sul posto sono intervenuti anche i mezzi dei Vigili del Fuoco con le autoscale, in maniera da facilitare un contatto diretto in caso di trattativa.
Ieri sera alle 22 i tunisini, che hanno a lungo scandito slogan per coinvolgere anche gli altri stranieri del Cie nella loro rivolta, hanno scandito slogan per reclamare l’immediato rilascio del permesso di soggiorno. Secondo i responsabili del centro si tratta degli irriducibili che dal momento del loro arrivo hanno tentato ogni espediente per ottenere un documento che autorizzi la loro permanenza, anche temporanea, in Italia; autolesionismo, ingestione di oggetti e rifiuto del cibo sono state le armi usate sino a ieri sera per ottenere uno status di rifugiato e restare in Italia.
Infine ieri sera la rivolta e la protesta collettiva che ha messo a rischio l’incolumità dei collaboratori della Misericordia che gestisce il Cie (Centro Identificazione ed Espulsione) di Modena. Da subito è iniziata una trattativa ma i clandestini hanno reagito nell’immediato con la minaccia di buttarsi di sotto: “Vogliamo le carte per restare in Italia”.»

da la gazzetta di modena

Costruzione di un lager segreto in Basilicata

“Quel centro costruito in segreto” La Regione Basilicata chiede chiarezza “Quel centro costruito in segreto” La Regione Basilicata chiede chiarezza Vito De Filippo, governatore della Basilicata Comunicato del governatore Vito De Filippo che vuole un’indagine sulle condizioni dei migranti “reclusi” a Palazzo San Gervasio. Ed emerge un particolare preoccupante: quando il campo venne costruito, la Regione non venne neppure informata. E il Prefetto di Potenza ammise che era stata chiesta riservatezza. Belisario (Idv): “No a una nuova Guantanamo in Lucania” POTENZA – Il campo di Palazzo San Gervasio è stato costruito in fretta e furia, in pochi giorni al momento dell’esplosione della crisi africana e, soprattutto, senza che le autorità locali della Basilicata ne sapessero nulla. E’ quanto si evince dal comunicato emesso questa mattina dal governatore lucano Vito De Filippo in seguito al nostro servizio sul Cie (Centro di identificazione ed espulsione). Il racconto del portavoce del governatore, Nino Grasso, è preoccupante: “In quei giorni, forse erano i primi di aprile, venimmo a sapere dagli abitanti della zona della costruzione del campo. De Filippo fece cercare il Prefetto di Potenza che, solo a tarda sera, si fece trovare e spiegò, piuttosto imbarazzato, che avevano ricevuto ordine di allestire il campo senza dir niente a nessuno. Compresa la Regione, a giudicare dai fatti…Comunque, all’inizio era un campo di accoglienza. Poi è stato trasformato in Cie”. La questione, dunque, preoccupava da tempo le autorità lucane e De Filippo in persona aveva visitato Palazzo San Gervasio. Ora, il reportage di “RE Le inchieste” ha riaperto la questione e il governatore in persona chiede un’indagine e immediati provvedimenti. Dall’interno del campo, dai migranti clandestini, intanto, arrivano segnali di paura. Nessun intervento “fisico”, almeno finora, ma qualche segnale minaccioso (perquisizioni, insulti, sequestri di macchine fotografiche, rumore durante la notte per impedire il sonno) che ha fatto preoccupare i “reclusi” colpevoli di aver fatto uscire il video pubblicato da Repubblica.it. Purtroppo, a causa del divieto di Maroni per il quale i giornalisti non possono entrare nei Cie, è impossibile andare a verificare. GUARDA IL VIDEO Ed ecco il comunicato della Regione Basilicata “Un reportage pubblicato questa mattina sul sito internet del gruppo Repubblica-Espresso paragona il campo profughi di Palazzo San Gervasio ad una sorta di Guantanamo in salsa italiana. La sua lettura – fa sapere il portavoce del governatore lucano, Vito De Filippo – ha provocato un’intima sofferenza e un forte disagio istituzionale in chi guida la Regione Basilicata. La nostra – ha sottolineato il presidente De Filippo – è da sempre terra di accoglienza e di grande ospitalità, soprattutto nei riguardi di chi fugge dai paesi africani sconvolti dalla guerra. Siamo stati tra i primi in Italia, nei giorni caldi della rivolta, a manifestare l’intenzione di accogliere i profughi provenienti dalla Libia. Per cui è inaccettabile che un campo di identificazione ed accoglienza (Cie) realizzato e gestito dal Ministero degli Interni, all’insaputa e senza alcun avallo da parte della massima Istituzione democratica lucana, getti – se fossero vere le cose denunciate – un’ombra infamante su un intero territorio e sulla sua popolazione. Per questa ragione, il presidente De Filippo, che ha già avuto modo a suo tempo di visitare il campo di Palazzo San Gervasio mantenendo sempre alta l’attenzione sul sistema di accoglienza posto in essere dalla Protezione Civile nazionale, ha chiesto agli organi competenti di fare la massima chiarezza su quanto riportato dal reportage giornalistico, convocando, se necessario, una riunione urgente con la partecipazione delle Istituzioni democratiche interessate”. Sulla vicenda, si è fatto sentire il capogruppo Idv al Senato, Felice Belisario: ‘Qualche sospetto che al centro di accoglienza di Palazzo San Gervasio succedesse qualcosa di strano lo avevamo avuto immediatamente, tanto è vero che decisi, grazie al mio status di parlamentare, di andare a visitare immediatamente quel centro ma mi fu negato l’accesso. Potei entrare solo la settimana successiva, e solo dopo aver presentato un’interrogazione e aver chiesto conto al ministro del rifiuto. Ci indignammo e fummo nettamente contrari alla sua trasformazione in Cie, non era quello che i lucani avevano immaginato nella loro tradizionale cultura dell’accoglienza. A questo punto – ha concluso Belisario – la verità deve venire immediatamente a galla e ha fatto bene il presidente De Filippo a chiedere conto dell’accaduto. Non aver informato la Regione è stato un atto arrogante e fuori legge. Ora dobbiamo sapere la verità perchè non permetteremo che nella nostra regione possa impiantarsi una nuova Guantanamo”.