Archivi del mese: novembre 2010

CIRCONDATI DA UN ASSORDANTE SILENZIO

Lunedì 29 Novembre, CIE di Gradisca a Gorizia

un detenuto che era da cinque giorni in sciopero della fame, ignorato dal personale medico, ha decisodi tagliarsi le vene, è stato soccorso dai medici del centro solo dopo circa un’ora, e dopo che l’attenzione era stata richiamata con innumerevoli urla.

Solo allora è stato trasferito in tutta fretta all’ospedale di Gorizia, dov’è tuttora in condizioni gravissime.

Al momento dentro il CIE dovrebbero esserci altri reclusi in sciopero della fame, ma non si sa quanti nè da quanti giorni.

 

Martedì 30 Novembre, Cie di corso Brunelleschi a Torino

in una delle sezioni maschili un malato di asma che aveva finito i farmaci ha dovuto aspettare un’ora prima che il dottore si degnasse di riceverlo e visitarlo, e solo grazie ai suoi compagni, che hanno dovuto litigare rumorosamente con i soldati.

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BANCHETTO 27 NOVEMBRE

Oggi dalle 17.30 alle 20.30 abbiamo tenuto per la terza volta il banchetto antirazzista. C’è stata una buona partecipazione, sono stati distribuiti circa 700 volantini.

Gli ambulanti pioggia permettendo hanno sistemato i loro banchi e non hanno subito nessun sequestro. Purtroppo però la situazione non è per nulla rosea, la continua presenza di forze del disordine durante tutti i giorni di tutta la settimana gli sta troppo spesso impedendo di lavorare.   Oggi polizia, vigili ecccccc non si sono quasi fatti vedere. Dalla settimana prossima in poi con l’avvicinarsi del Natale come consuetudine aumenteranno i controlli e i sequestri.

PROSSIMO APPUNTAMENTO SABATO 4 DICEMBRE ORE 17.30 LARGO CARLO FELICE, FRONTE “MANGO”

RIBELLIAMOCI CONTRO IL RAZZISMO

Immigrati, immigrazione, clandestini, permessi di soggiorno, espulsioni, rimpatrii, respingimenti, centri di identificazione e espulsione, centri di accoglienza per richiedenti asilo, carrette del mare, morti in mare, autolesionismo, tentativi di fuga, stupri…
Questa è diventata la terminologia tecnica per parlare del cosiddetto “problema immigrazione”. Si potrebbe spiegare da dove provengono e come tutti questi termini siano collegati ai migranti e alle loro storie, si potrebbe cioè dire che quando si parla di stupro viene in mente il caso di Joy, ragazza nigeriana molestata da un secondino del CIE di Milano che è stata accusata e condannata per essersi difesa, se si parla di autolesionismo vengono in mente i casi di ferite, ingestione di pile o lamette per ottenere un ricovero ospedaliero e cercare una evasione momentanea o definitiva dai CIE o per non essere caricati su un aereo FRONTEX che ti riporterebbe nel posto dal quale sei probabilmente scappato e dove sicuramente non vuoi tornare.
15.000, sono le morti accertate negli ultimi dieci anni durante le migrazioni via mare tra le coste del nord Africa e quelle del sud Europa in questi anni.
Perchè questo avviene? Chi è responsabile? Perchè un silenzio in parte complice e in parte inconsapevole circonda e nasconde tutto questo?
Per iniziare a parlare di questi fenomeni prendiamo come data di partenza il 1998, anno in cui entra in vigore la legge Turco Napolitano, che istituisce i Centri di Permanenza Temporanea (CPT), nei quali vengono rinchiusi i migranti irregolari. Da allora questi centri, che in realtà sono veri e propri campi di prigionia per migranti, non sono mai stati chiusi, sono aumentati di numero, hanno cambiato più volte nome (ma non sostanza) e hanno “migliorato” la loro opera di disumanizzazione dei prigionieri.
Colpevole in tutto e per tutto lo Stato e i governi che si sono succeduti in questi 12 anni (destra o sinistra la tendenza è rimasta la medesima) che hanno deciso di attaccare, colpevolizzare e criminalizzare la fascia più debole in assoluto di tutta la società, cioè coloro che non parlano bene la lingua, non conoscono le leggi, sono più facilmente ricattabili e sono meno integrati e quindi più facilmente isolabili.
Questo è avvenuto e questo continua a avvenire tutti i giorni.

Per attuare tutto ciò si sono utilizzati efficaci mezzi di propaganda e azione.
Tutte le fonti di informazione non si sono risparmiate nel criminalizzare il migrante qualunque cosa facesse, dai lavavetri di Firenze ai parcheggiatori della nostra città che più volte sono stati definiti addirittura “pericolosi”. Sono tornati in auge degli evergreen come quelli sugli zingari ladri di bambini o degli arabi che vogliono colonizzare il mondo.
Ci è mancato poco che qualcuno tirasse di nuovo fuori la “storiella” dei
Protocolli dei savi di Sion che il nazismo usò per perseguitare gli ebrei.
Insomma con un’attenta politica di razzismo prima strisciante poi sempre più palese – fino all’attuale esibizione di xenofobia – i governi e i media hanno creato il “mostro” del migrante, che ruba il lavoro al povero italiano, che stupra le donne e che farà fallire il paese perchè accetta lavori in nero (da datori italiani che non gli fanno il contratto) e perché è anche scroccone e non ha voglia di lavorare (ma come già detto ruba anche il lavoro agli italiani… per informazioni su questa contraddizione chiedere a Maroni).
La realtà è chiaramente ben diversa, una società in crisi in ogni settore ha bisogno di un nemico sul quale scaricare le sue colpe, magagne e inadempienze e sul quale far sfogare la frustrazione sociale.
Ha bisogno di un nemico dal quale difendersi per poter creare un apparato di controllo sociale, utile a reprimere i reali pericoli sociali, e conseguentemente militarizzare territori e città, spendere milioni di euro per la sicurezza sotto forma di eserciti, corpi di polizia, tecnologia militare (vedi le migliaia di telecamere messe in tutte le città d’Italia che probabilmente fanno stare più tranquillo solo colui che ha vinto l’appalto e le ha messe a sorvegliare alberi e pali della luce).

Un’opera così in grande stile ha però ancora bisogno di qualche tassello, come ad esempio nascondere il più possibile le vergogne ingestibili che, per forza di cose, una società così razzista compie.

Un caso esemplare lo abbiamo avuto fino a pochissimo tempo fa qui a Cagliari.
Il Centro di Identificazione e Espulsione di Elmas, ora chiuso dopo l’ultima rivolta, si trovava in territorio militare, quindi completamente inaccessibile ed inavvicinabile, infatti da questo luogo non uscivano notizie circa le violenze subite dai prigionieri. Questa scelta è stata fatta puntando alla rimozione mentale del problema: il CIE non lo vedi, non lo senti, vuol dire che non c’è.
Per fortuna i ragazzi che erano chiusi li dentro hanno avuto la volontà, o la disperazione, di trovare la forza per far vedere e sentire che loro esistevano ancora e non erano spariti in un buco nero.

Quasi di pari passo alla gestione del silenzio del fenomeno diretto, c’è la dichiarata e violenta volontà di far tacere le voci che si oppongono e tentano di combattere tutto questo.
Negli ultimi anni in tutta Italia, Cagliari compresa, per gli attivisti antirazzisti la polizia ha riservato buone dosi di manganellate e denunce,
nel tentativo di reprimere qualunque voce tentasse di rompere il silenzio che va sempre più creandosi intorno a questo fenomeno.
Intorno a quest’ondata di razzismo esistono degli enormi interessi economici: creare la condizione di clandestino vuol dire creare la condizione di schiavo, cioè colui che non si può ribellare a niente e nessuno, che è costretto a accettare qualunque cosa gli venga proposta o imposta, come salari da fame, lavori massacranti, orari interminabili e condizioni di vita inaccettabili.
L’alternativa non c’è, non esiste, o meglio, è il CIE o addirittura la morte, come ci ha raccontato a inizio anno la rivolta di Rosarno. Questo progetto di creazione del clandestino-schiavo è diffuso in tutta Europa, ovunque serve manodopera silenziosa e non pagata, in tutti i mega appalti da milioni di euro e migliaia di dipendenti il lavoro più oscuro viene affidato a questi schiavi del 2010.
C’è inoltre anche un business che gira intorno alla gestione dei CIE, anche se di proporzioni enormemente più piccole. Le ditte che ottengono gli appalti per la gestione dei centri sono pagate “a prigioniero”, hanno così interesse a mantenere pieni i Centri e che le permanenze durino il più a lungo possibile. A loro volta queste ditte subappaltano vari servizi ad altre ditte: normalmente la parte sanitaria dei centri è gestita dalla Croce Rossa Italiana che si è resa colpevole di inadempienze, maltrattamenti e false o sbagliate somministrazioni – un esempio su tutti: nei CIE non è necessaria la ricetta per avere gli psicofarmaci.
Anche le mense vengono date in subappalto, una delle ditte più presenti è la Sodexo, una multinazionale nota per la gestione dei buoni pasto che invece nei centri è diventata famosa per il cibo schifoso e per la complicità nel mettere sonniferi, psicofarmaci e altre sostanze nei cibi per anestetizzare i consumatori.

Un ultimo paragrafo, senz’altro il più difficile, va dedicato ai migranti in quanto persone, cercando di spiegare il meglio possibile, sperando di non risultare troppo presuntuosi, alcune delle situazioni che si trovano ad affrontare quasi quotidianamente.
Innanzitutto bisogna fare una prima e essenziale divisione tra i migranti di lunga data, cioè quelli che sono in Italia da vent’anni o più e che hanno probabilmente figli nati qua e hanno sempre lavorato – in nero o
no, nè più ne meno di tantissimi italiani – e quelli arrivati negli ultimi anni, cioè nel clima razzista attuale.
Specialmente i secondi hanno un percorso spesso per noi incredibile alle loro spalle, famiglie intere che decidono di investire o di indebitarsi su un solo membro della famiglia che faccia da apripista in Europa, che lavori e mandi i soldi perchè altri lo possano seguire. Già questo può far immaginare che tragedia sia per queste persone essere rimpatriati senza aver potuto saldare il debito che la famiglia ha contratto per loro.
Tralasciando, solo perchè indescrivibili, le difficoltà e i pericoli del viaggio verso le nostre coste, al loro arrivo si trovano in una condizione di totale impotenza, spesso senza un soldo, senza la conoscenza della lingua, senza di alcun tipo di contatto solo con la voglia iniziare una nuova esperienza di vita, perchè per molti è anche “solo” questo il motivo, proprio come alcuni di noi desidererebbero andare a a vivere a Barcellona o Berlino.
Quelli che riescono a sfuggire al controllo militarizzato delle coste si trovano in una società quasi completamente ostile, a fare la vita dell’imboscato, sperando di trovare un lavoro con contratto per poter ottenere il permesso di soggiorno o in attesa di ottenere lo status di rifugiato politico (status che lo stato italiano tenta di non riconoscere neanche ai palestinesi).
Per i fortunati che ottengono il permesso l’ansia di vita è probabilmente ancora maggiore, un reato minimo, la perdita del lavoro, la scadenza del contratto sono tutte cause che portano dritti dritti al CIE.
Ci sono casi di persone che erano in Italia con regolare contratto di lavoro da 20 anni e che quando questo è scaduto sono stati rinchiusi nel CIE e poi rimpatriati, o di altri che si sono presentati in una questura per il normale rinnovo del visto o del permesso e che invece sono stati anch’essi rinchiusi e deportati.

Tutto questo, e c’è molto altro ancora, è assolutamente inaccettabile, sessantacinque anni fa l’Europa credeva di aver chiuso definitivamente con il razzismo, con i lager e le deportazioni, oggi il fenomeno si ripropone.
In tutta Europa sono presenti campi di prigionia per migranti dai quali escono solo persone disumanizzate e storie disumane.
Il silenzio che è stato creato intorno a questo fenomeno è complice.
Rompiamo il silenzio, basta frontiere.

 

BREVE STORIA DEI CENTRI DI
DETENZIONE PER MIGRANTI IN ITALIA
Gli attuali CSPA prima denominati centri di permanenza temporanea (CPT) e in seguito centri di identificazione espulsione (CIE), sono strutture istituite dalla legge Turco – Napolitano del 1998 per “ospitare” gli stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera o reimpatrio forzato nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile.
I CSPA sono da intendersi come i terminali delle politiche razziste italiane ed europee miranti a gestire i flussi migratori. Essi hanno la funzione di consentire accertamenti sull’identità di persone trattenute in vista di una possibile espulsione, ovvero di trattenere persone in attesa di un’espulsione certa.Nell’ordinamento italiano i centri di detenzione per migranti costituiscono una triste novità: prima non era mai stata prevista la detenzione di individui a seguito della violazione di un semplice illecito amministrativo (quale il mancato possesso di un documento).
I CIE non sono solo un fenomeno italiano, sono invece uno strumento diffuso in tutta Europa frutto degli accordi di Schengen del 1995. Accordi ispirati da una parte a una netta chiusura nei confronti dei crescenti flussi migratori, dall’altra a un’intolleranza razzista per i migranti.
In questo contesto, si sono fatte sempre più forti le restrizioni al diritto di asilo, tradizionalmente riconosciuto da ogni carta costituzionale.Nel 1998 viene approvata dal governo Prodi la legge Turco – Napolitano, con la quale come anticipato vengono istituiti i CPT. Nel luglio 2002 il governo Berlusconi ha approvato una nuova legge sull’immigrazione, la cosiddetta Bossi – Fini; nel maggio 2008 un decreto legge per:”Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”, viene poi convertito in legge, i Centri di permanenza temporanea vengono rinominati in “Centri di identificazione ed espulsione”.

COS’È IL DECORO DI CAGLIARI?

Cos’è il decoro di Cagliari? La speculazione edilizia sulla necropoli di Tuvixeddu? La sabbia nera del Poetto?

Pare di no! Pare siano i writers, i parcheggiatori, ma più di tutti quelle decine di ambulanti sparsi per le vie del centro.

Da anni è pratica delle forze dell’ordine effettuare retate e sequestri a danno degli ambulanti, migranti e non, con regolare licenza e no, con merce contraffatta e no.

Queste operazioni, non di rado condite con pestaggi e arresti, si intensificano all’arrivo delle crociere e nei periodi di maggiore affluenza nelle vie dello shopping; ulteriori spinte giungono dai commercianti preoccupati. Della concorrenza, del decoro? Non si sa!

Resta il fatto che la nostra città è continuamente presidiata.

Poche settimane fa un ambulante è stato brutalmente pestato dai vigili urbani, riportando 3 settimane di cure. Per non essersi allontanato abbastanza velocemente all’arrivo dei turisti? Non si sa!

Non si può assistere passivamente a soprusi del genere.

Agli ambulanti tutti, che trovano in questo mestiere la propria risorsa economica, va la nostra totale solidarietà.

La nostra azione e controinformazione mira ad abbattere il muro dell’indifferenza che si manifesta in questi momenti di repressione.

 

NELLA NOSTRA CITTÀ C’É UN LAGER

CPT, CPA, CIE, CSPA:    QUESTE SIGLE RAPPRESENTANO I LAGER DEL VENTUNESIMO SECOLO.

CAMBIANO I NOMI MA NON LA SOSTANZA

CENNI DI STORIA RECENTE DI RAZZISMO STATALE

Gli attuali CSPA  prima denominati centri di permanenza temporanea (CPT) e in seguito centri di identificazione espulsione (CIE),  sono strutture istituite dalla legge Turco-Napolitano del 1998 per “ospitare” gli stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera o reimpatrio forzato nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile.

I CSPA sono da intendersi come i terminali delle politiche razziste italiane ed europee miranti a gestire i flussi migratori. Essi hanno la funzione di consentire accertamenti sull’identità di persone trattenute in vista di una possibile espulsione, ovvero di trattenere persone in attesa di un’espulsione certa.

Nell’ordinamento italiano i centri di detenzione per migranti costituiscono una triste novità: prima non era mai stata prevista la detenzione di individui a seguito della violazione di un semplice illecito amministrativo (quale il mancato possesso di un documento).

I CIE non sono solo un fenomeno italiano, sono invece uno strumento diffuso in tutta Europa   frutto degli accordi di Schengen del 1995.

Accordi ispirati da una parte a una netta chiusura nei confronti dei crescenti flussi migratori, dall’altra a un’intolleranza razzista per i migranti.

In questo contesto, si sono fatte sempre più forti le restrizioni al diritto di asilo, tradizionalmente riconosciuto da ogni carta costituzionale.

Nel 1998 viene approvata dal governo Prodi la legge Turco-Napolitano , con la quale come anticipato vengono istituiti i CPT. Nel luglio 2002 il governo Berlusconi ha approvato una nuova legge sull’immigrazione, la cosiddetta Bossi-Fini; nel maggio 2008  un decreto legge per:”Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica”, viene poi convertito in legge,  i Centri di permanenza temporanea vengono rinominati in “Centri di identificazione ed espulsione”.

STORIA DEL CIE DI ELMAS:

è situato nel territorio dell’aeroporto militare di Elmas, adiacente all’ aeroporto civile “Mario Mameli”, principale scalo della Sardegna a pochissimi chilometri da Cagliari.

La palazzina è un ex edificio militare riadattato a galera.

Tutta la zona è circondata da un imponente recinzione con filo spinato e da un muro alto quattro metri. Viene inaugurato il 4 giugno del 2008 per supplire al sovraffollamento del centro di detenzione per migranti di Lampedusa.

La prima gestione fu affidata a una società trapanese chiamata Connecting People, che gestiva e gestisce altre strutture simili in Italia, e a due associazioni locali: “consorzio solidarietà” e “cooperazione e confronto”. Da poco ha cambiato gestione passando a un altro consorzio siciliano chiamato SISIFO, specialista nella gestione dei lager.

Nei due anni e quattro mesi dall’apertura ci sono state più rivolte e vari tentativi di fuga:

28 giugno 2008 fuga di sei algerini ripresi pochi giorni dopo al porto di Olbia;

17 settembre 2008 scoppia la prima rivolta al centro di Elmas, i prigionieri devastano i locali rendendo inagibili gli ultimi due piani della struttura;

26 novembre 2008  evasione di cinque algerini;

10 dicembre 2008 44 algerini in rivolta, vengono danneggiati vari locali dello stabile, durante l’intervento delle forze dell’ordine un agente rimane ferito e un prigioniero riesce a fuggire;

11 giugno 2010 quattro algerini bevono shampoo, dopo le cure vengono riportati a Elmas;

16 giugno 2010 evasione di un algerino che causa la chiusura di quattro ore dell’aeroporto civile di Cagliari. Il fuggitivo viene poi catturato al porto;

18 agosto 2010 tentativo di rivolta subito sedato dalle forze dell’ordine;

27 agosto 2010 tentativo di evasione di due algerini che finiscono all’ospedale.

La cronologia va aggiornata con le ultime due settimane:

il 27 settembre un altro tentativo di evasione dal CSPA di Elmas. Tre algerini hanno provato a calarsi dalle finestre del secondo piano della struttura utilizzando le cinghie della tapparella. Le funi  improvvisate purtroppo sono risultate troppo corte e il balzo finale è costato caro ai tre ospiti della struttura che, scoperti dal servizio di vigilanza, sono stati accompagnati in ospedale per accertamenti.
La notte fra il 4 e il 5 ottobre alle 15:00 scoppia l’ennesima rivolta: neutralizzate le telecamere, il primo piano del CSPA viene completamente distrutto e vengono incendiati i materassi. Per sedare la rivolta si rende necessario il violento intervento delle forze dell’ordine in antisommossa e dei vigili del fuoco per spegnere l’incendio.

Lunedì 11 ottobre un lager in rivolta

intorno alle 14.00 di lunedì scoppia la terza rivolta.

I migranti rinchiusi nel lager hanno inizialmente preso possesso della palazzina , poi alcuni si sono diretti verso le piste di atterraggio/decollo dell’adiacente aeroporto civile, altri hanno “occupato” lo stabile, altri ancora hanno tentato la via della fuga.

Le forze dell’ordine sono intervenute in massa in tutti e tre i sensi: elicotteri e carabinieri a setacciare i canneti nei pressi dell’aeroporto alla ricerca dei fuggitivi, la celere con manganelli e lacrimogeni a ristabilire la violenza e la paura solite residenti dentro il CSPA. Nel frattempo erano già stati sospesi partenze e arrivi e dirottati su altri aeroporti (Alghero e Olbia) gli aerei più prossimi all’arrivo. L’aeroporto è stato riaperto verso le 17.00,  quando sono state liberatre le piste ed è stata riportata la “calma” nel lager.

Il bilancio di tutto questo è di nessuna fuga andata a buon fine, di un numero imprescisato di contusi e intossicati, e di 11 arresti (per i presunti responsabili dei disordini) convalidati questa mattina dal magistrato che ha inoltre concesso il nulla osta per l’espulsione dal territorio dello stato dopo il processo fissato per il 16 ottobre.

UNA RISPOSTA ANTIRAZZISTA

Appresa la notizia della rivolta, in tempo reale due gruppi di antirazzisti si sono recati nei pressi del CSPA, per poi muoversi uno verso i cancelli della zona militare all’interno della quale esso si trova, e l’altro verso l’aeroporto civile.

Appresa la notizia della rivolta in tempo reale due piccoli gruppi di antirazzisti si sono diretti verso la zona, uno verso i cancelli della zona militare al cui interno si trova il CSPA, l’altro verso l’aeroporto civile.

I primi, resisi conto dell’impossibilità di avvicinarsi ulteriormente alla zona calda, dopo un po’ hanno deciso di seguire alcune delle numerose ambulanze che partivano d’urgenza verso gli ospedali di Cagliari, nella speranza di vedere qualcosa o meglio ancora di intervenire in aiuto.

Il secondo gruppo ha inscenato un piccolo presidio di solidarietà all’interno dell’aeroporto civile, nella zona più affollata delle code per  i rimborsi dei biglietti.

Srotolato uno striscione con la scritta “libertà per i migranti”, è stato letto un breve comunicato di solidarietà alla rivolta e di condanna alle politiche xenofobe e fasciste dei governi europei in materia di immigrazione. Dopo un primo approccio di incuriosito silenzio, un gruppo di viaggiatori rimasti a terra ha iniziato a inveire contro i solidali, che hanno allora cominciato a scandire slogan.

Fra fischi, insulti e qualche applauso, i quattro manifestanti sono stati portati via da una decina di agenti della polaria, portati nella “caserma” dell’aeroporto e lì trattenuti per circa due ore.

Perchè tre rivolte in due settimane?

I CSPA ospitano al loro interno migranti arrivati in Italia dopo lunghi ed estenuanti viaggi in cerca di condizioni di vita migliori, che vengono reclusi per il solo motivo di non avere un documento. Mesi di ingiusta e ingiustificata prigionia, vittime di pestaggi, abusi e maltrattamenti.

Loro carnefice è uno stato razzista che vuol far ricadere sui migranti le colpe della crisi, giustificando così vari pacchetti sicurezza fatti di leggi razziste che costringono i migranti a condizioni di vita insostenibili.

L’obiettivo non dichiarato ma esplicito della gestione dell’immigrazione è quello di disumanizzare queste persone,  criminalizzandole a ogni costo, pretendendo persino che neghino l’ospitalità a parenti sprovvisti della regolare documentazione per stare sul suolo italiano; per tale reato rischierebbero il carcere, la perdita del permesso di soggiorno o il rimpatrio forzato, reato che penso ognuno di noi commetterebbe volentieri.

L’emarginazione, il vuoto che questa società crea intorno a queste persone, il dito puntato contro di loro per qualunque problema: questi e altri fattori creano le premesse perché dei veri e propri lager esistano nelle nostre città, e dentro questi ogni giorno avvengano fatti terribili, di cui non si vuole far sapere niente o quasi. Creano le premesse per la ghettizzazione nei quartieri più tristi e oscuri delle città, dove se una retata delle forze dell’ordine porta via 50 persone in una notte  nessuno se ne accorge. Creano casi come Rosarno, in cui solo una rivolta estremamente violenta ha dato la voce a persone che da anni subivano uno sfruttamento degno del più bieco colonialismo ottocentesco. L’elenco di vessazioni che ogni giorno subiscono le comunità migranti nelle nostre città è ancora molto lungo, per questo è fondamentale una solidarietà diretta che miri a rompere questo silenzio e smetta di essere complice di tutto questo.

Sabato 16 ottobre, ci sarebbe dovuto essere il processo ai presunti 11 rivoltosi, accusati di devastazione e lesioni a pubblico ufficiale durante la rivolta di lunedì, mentre stavano cercando di riguadagnarsi la libertà.

Neanche questo è stato concesso, neanche la possibilità di difendersi nel luogo che probabilmete meno li rassicura, forse ancora meno del CSPA.

E ci dovremmo chiedere perché si rivoltano e tentano di fuggire? O se essere solidali o no con loro?

UNA STORIA DI INTOLLERANZA RAZZISTA A CAGLIARI, Febbraio 2010

Da una decina d’anni l’ex edificio industriale EMSA di Giorgino a Cagliari era abitato da un centinaio di uomini e donne senegalesi.
Nel Gennaio di quest’anno l’allora neo-prefetto di Cagliari Balsamo, il sindaco Floris e i dirigenti del consorzio industriale CACIP (ex CASIC),colsero l’occasione della rivolta di Rosarno, dei lavoratori migranti schiavizzati, per inventare un’ inesistente emergenza immigrati legata alla presenza delle comunità straniere in città.
In nome di questa emergenza inesistente, martedì 9 Febbraio, il Sindaco Floris emise un immotivato decreto di sgombero dello stabile, da attuarsi entro 48 ore, per motivi di igiene pubblica, nonostante si trattasse di un edificio dotato di acqua corrente, luce, bagni funzionanti e senza problemi di stabilità o pericoli di crolli. A cosa furono dunque dovuti i problemi di igiene pubblica? Al colore della pelle degli abitanti? Al loro paese d’origine?
Nonostante la chiara matrice razzista di questa manovra lo sgombero fu arbitrariamente e illegalmente anticipato di un giorno, ed iniziò nella mattinata di mercoledì 10 febbraio.
Con l’inganno e false promesse: forze dell’ordine, guardie giurate, funzionari dei servizi sociali del comune di Cagliari e della Caritas diocesana intimarono di abbandonare immediatamente l’edificio, dicendo agli inquilini che non avrebbero potuto passare lì un’altra notte e costringendoli verso “soluzioni alternative”inesistenti.
Gli inquilini, “sollecitati” dalla presenza delle forze dell’ordine in assetto antisommossa e delle guardie giurate pagate dal CACIP, dovettero lasciare in fretta e furia la loro casa, dovendo abbandonare una grande quantità di materiale da lavoro e molti degli oggetti personali dei circa 50 conterranei non presenti in quel momento perché in Senegal per una festività nazionale.
Successivamente alle proteste degli sgomberati e di un gruppo di solidali antirazzisti, la Caritas, offrì 3 o 4 appartamenti da prendere in affitto, sufficienti appena per 15-20 persone e solo a quelli con il permesso di soggiorno e la residenza a Giorgino altri furono temporaneamente sistemanti in alberghi. Per tutti gli altri l’unica alternativa fu l’ospitalità da amici e parenti o la strada. E ricordiamo che, chi ha il permesso di
soggiorno da rinnovare non potrebbe farlo senza avere una casa dove vivere. La presenza degli antirazzisti intervenuti in solidarietà con gli abitanti dello stabile, purtroppo intempestiva, servì comunque a rendere pubblica l’azione di forza, che sarebbe altrimenti passata sotto silenzio, a smascherare l’ ennesimo episodio di razzismo istituzionale, a consolidare le relazioni con i migranti. Forse è poco, ma è comunque importante.
Lo sgombero, con la successiva demolizione dello stabile di Giorgino, in una città dove i senza-casa sono già numerosissimi, e dove non si costruisce un’abitazione pubblica e popolare da 20 anni, è stata un’autentica infamia motivata dalla speculazione edilizia, e sostenuta con argomenti razzisti.