Archivi del mese: maggio 2019

Dichiarazione di Silvia e Anna sull’inizio dello sciopero della fame nel carcere de L’Aquila + aggiornamenti

fonte : reteevasioni

Oggi nel Tribunale di Torino si è svolta la prima udienza per l’occupazione di c.so Giulio 45. Dietro a uno schermo era presente anche SILVIA, in videoconferenza, che ha comunicato l’inizio per lei e ANNA, detenute a l’Acquila, di uno SCIOPERO DELLA FAME. Questa lotta ha l’obiettivo di contrastare le condizioni a cui sono sottoposte equiparabili al 41 bis e la chiusura della sezione in cui sono detenute. Hanno bisogno di TUTTA LA NOSTRA FORZA. Il presidio davanti al Tribunale intanto continua.

Qui di seguito il testo del comunicato letto in aula:

“Ci troviamo da quasi due mesi rinchiuse nella sezione AS2 femminile de L’Aquila, ormai sono note, qui e fuori, le condizioni detentive frutto di un regolamento in odore di 41bis ammorbidito.
Siamo convinte che nessun miglioramento possa e voglia essere richiesto, non solo per questioni oggettive e strutturali della sezione gialla (ex-41bis): l’intero carcere è destinato quasi esclusivamente al regime 41bis, per cui allargare di un poco le maglie del regolamento di sezione ci pare di cattivo gusto e impraticabile, date le ancor più pesanti condizioni subite a pochi passi da qui, non possiamo non pensare a quante e quanti si battono da anni accumulando rapporti e processi penali. A questo si aggiunge il maldestro tentativo del DAP di far quadrare i conti istituendo una sezione mista anarco-islamica, che si è concretizzato in un ulteriore divieto di incontro nella sezione stessa, con un isolamento che perdura.
Esistono condizioni di carcerazione, comune o speciale, ancora peggiori di quelle aquilane. Questo non è un buon motivo per non opporci a ciò che impongono qui.
Noi di questo pane non ne mangeremo più: il 29 maggio iniziamo uno sciopero della fame chiedendo il trasferimento da questo carcere e la chiusura di questa sezione infame.”
Silvia e Anna

Aggiornamento :

Stecco e Alfredo rinchiusi a Ferrara, Ghespe e Giovanni dal carcere di Solliciano, Marco detenuto ad Alessandria e Leonardo dal carcere di Lucca hanno iniziato lo sciopero della fame in solidarietà a Silvia e Anna. Per il loro trasferimento, per la chiusura della sezione di As2 de L’Aquila.

BIS!

Mentre i messaggi di politici e padroni si sprecano per dare solidarietà ai Carabinieri di Orgosolo per l’incendio dell’auto di uno di loro, accade il teatrale bis e le gomme dell’auto di un carabiniere del paese vengono squarciate. A risposta di cio’ il leader sardo della Lega Zoffili andrà ad Orgosolo per dimostrare solidarietà all’arma. Siamo sicuri che starà attento a dove parcheggiare.

Continuano le “frizioni” con le forze dell’ordine. Orgosolo – Bruciata macchina di un carabiniere -AGGIORNATO –

A pochi giorni dall’incendio di Iglesias ecco un altro caso di difficile convivenza tra justitzia e popolazione in Sardegna. A Orgosolo ieri notte è stata distrutta in un incendio la BMW di proprietà di un carabiniere che presta servizio in paese, proprio a poche ore dall’inaugurazione della nuova caserma.

Ovviamente il sindaco ha condannato il gesto portando solidarietà all’arma dei carabinieri, mostrando una volta di più la coesione dello Stato e come la connivenza tra amministratori e militari sia totale, e che quindi valga sempre la pena diffidare dell’uno come dell’altro.

E’ intervenuto anche il Capitan Fracassa, alias Matteo Salvini, che ha voluto esprimere solidarietà ai carabinieri e come al solito fare un pò di campagna elettorale, promuovendo il suo decreto sicurezza bis. Che tutto questo interesse nasconda un pò di paura? Di timore?                                                            Forse sarà così, o forse no. Nel dubbio non resta che continuare a dimostrare, ognuno a modo suo, che le imposizioni dello Stato autoritario e assassino non ci piacciono, e che vogliamo essere liberi di decidere e lottare per il nostro destino e la nostra libertà, con i mezzi e i modi che più riteniamo adatti e necessari. Che vogliamo che la Sardegna sia una terra ostile alle divise e agli sfruttatori.

Non ci interessa fare una classifica di quali azioni siano più valide o giuste, non ci interessa neanche sapere quali sono i motivi che spingono gli individui ad agire.

E’ l’azione non indiscriminata, senza delega, diretta, di massa o di pochi che ci piace, che cerchiamo come complice per provare a cambiare questo mondo, o almeno a rallentarne le derive peggiori.

Qualcuno forse penserà che queste parole sono sprecate, esagerate per un fatto di cronaca come l’incendio di una macchina di un carabiniere in un paese, ma così non è, almeno per qualcuno.

In Sardegna si vive un’oppressione militare pesante, diffusa su tutto il territorio, fatta di basi militari, di carceri, di centinaia di caserme e migliaia di uomini e donne delle forze dell’ordine che ogni giorno reprimono la popolazione. Una popolazione che vede una cospicua parte di essa combattere tutti i giorni una personale battaglia con lo stato, le sue leggi e i suoi controllori, non tanto per scelta ma quanto per necessità. L’asimmetria di questo conflitto diffuso spaventa lo stato e i suoi difensori, li rende violenti e inquisitori, e il conflitto quindi aumenta, diventa più aspro, miete le sue vittime e crea i suoi prigionieri, a volte crea coscienza. Chi a vario titolo si sente parte di questo conflitto non può non sentire almeno un filo di solidarietà con quelle azioni di cui riconosce anche solo in lontananza un pizzico di rabbia comune.

Negli ultimi tempi si è rivista una certa voglia di non piegare la testa, di non temere un provvedimento, di sfidare lo Stato, i suoi interessi e la classe padronale che lo sostiene. A Febbraio i pastori e i loro solidali hanno messo in ginocchio per qualche settimana il movimento delle merci, poi hanno saputo attaccare i padroni al loro cuore, il denaro, dimostrando a tutti che a volte il senso del possibile può crescere velocemente ed in modo entusiasmante.

Che queste forme di resistenza continuino, si allarghino, si diffondano.

 

 

 

 

 

 

Successivamente all’attacco è apparsa la rivendicazione su roundrobin.info:

Orgosolo – “APPICCARE IL FUOCO ALLE ISTITUZIONI”

La Bahri Yanbu non attracca a Genova. Sabotare la guerra è possibile.

Quello che in questi giorni sta avvenendo al porto di Genova è molto interessante, non solo come esempio di una pratica per rallentare la guerra e chi ci guadagna sopra, ma anche perché si tratta di una questione tremendamente vicina a noi anche geograficamente. La connessione non è difficile immaginarla, è con la RWM di Domusbombas, il paese delle bombe sulcitane.

Riportiamo qui di seguito il comunicato del CALP che spiega i motivi dell’agitazione portuale per impedire l’attracco della Bahri Yanbu al porto di Genova, che sia d’esempio per i portuali del Porto Canale di Cagliari, o del porto di Sant’Antioco o i dipendenti dell’aeroporto civile di Elmas. Se è vero che la guerra è ovunque, ovunque possiamo fermarla.NON LASCIAMO IN PACE CHI VIVE DI GUERRA!

Contro la guerra, senza ipocrisie

Una nave carica di armi, la Bahri Yambu, è in arrivo nel porto di Genova. Grazie all’impegno e all’impulso di alcuni lavoratori del porto che hanno sollevato la gravità dei fatti, è in corso una mobilitazione contro l’arrivo della nave saudita e il suo carico. Una mobilitazione giusta e doverosa che dovrà porsi fino in fondo, e non solo a parole o a mezzo stampa, con quali mezzi raggiungere il proprio obiettivo: non far attraccare quella nave a Genova, bloccare il suo carico di morte!
Alcune precisazioni però, mentre prendono parola in molti e persino illustri deputate P.D. come Raffaella Paita e Lia Quartapelle, vanno fatte.
I traffici di armi a Genova non sono una novità: la compagnia Bahri fa toccate costanti al Genoa Metal Terminal – Steinweg e in questi anni ha già imbarcato armi e mezzi militari – non ultimi una quindicina di carri armati italiani quest’autunno e altri mezzi d’assalto diretti in Pakistan.
Le bombe della Rwm (Rheinmetall) prodotte tra Ghedi (Brescia) e Domus Novas (Sulcis)
passano abitualmente dal nostro porto, con la linea Bahri ma anche con la linea Messina con la nave Jolly Cobalto; anche qui: bombe Rwm prodotte in Italia e vendute per le commesse dell’Arabia Saudita che le utilizza per bombardare lo Yemen, o mezzi Iveco, utilizzati con gli stessi fini in altri paesi arabi.
Ha quindi ragione la Capitaneria di Porto a ricordare che questi traffici ci sono già stati: ma si sbaglia di grosso quando dice che nessuno ha mai sollevato il problema. Lo facemmo più volte e in diversi modi e, inoltre, diversi portuali si sono più volte rifiutati di lavorare con “merce” di questo tipo. Sia per motivi etici, sia per motivi di sicurezza.
Forse tutte le altre volte non siamo arrivati a far preoccupare gli alti vertici di partito, purtroppo non c’erano scadenze elettorali vicine: le uniche occasioni in cui i politici si ricordano della sorte dei lavoratori.
Aggiungiamo, proprio perché non abbiamo la memoria corta, che il PD è l’ultimo partito che può farsi paladino della pace, avendo il ministro della Difesa (2014/2018, governi Renzi e Gentiloni) Roberta Pinotti avuto un ruolo cardine nel supportare e formulare quegli accordi con i sauditi in cui la fornitura di armi era un pilastro. Un pilastro da 400 milioni di euro all’anno.
Il fatto che il tutto avvenga, o meno, nel rispetto delle leggi internazionali è fatto che non ci interessa come, immaginiamo, non interessa alle decine di migliaia di morti di Sana’a, capitale yemenita distrutta dalle bombe italiane.
La spesa militare annua italiana è calcolata intorno ai 26 miliardi di euro (dati 2017) e ogni anno aumenta. Sono circa 70 milioni di euro al giorno!!! Settanta milioni di euro al giorno spesi per produrre armi e mezzi che servono ad uccidere altri esseri umani, perché le armi e
i mezzi militari, e gli eserciti che li usano esistono per assolvere questo ruolo: uccidere,
distruggere case, provocare esodi di massa. Ricordiamocene la prossima volta che sentiremo qualcuno dire “se ne stiano a casa loro”.
Questa nave va fermata, e invitiamo tutti coloro che vogliono realmente e genuinamente
raggiungere quest’obiettivo a farsi avanti e unirsi in questa lotta.
Senza ipocrisie e, soprattutto, senza ipocriti.
Assemblea pubblica venerdì 17 alle ore 18
Sala chiamata CULMV
C.A.L.P

 

Bruciata la macchina di un allievo carabiniere a Iglesias

I giornali riportano la notizia di un incendio doloso che avrebbe distrutto l’auto di un allievo carabieniere della caserma Trieste di Iglesias. Vergognoso come al solito il coro istituzionale che si è levato a difesa dell’arma, ma alcuni in modo non troppo velato hanno ammesso che il grande attaccamento di Iglesias alla caserma è in gran parte legato all’indotto che questa crea.

Negli ultimi anni si sono notevolmente affievoliti i conflitti tra residenti e giovani militari (la caserma Trieste è una delle 5 caserme in Italia di formazione degli allievi carabinieri, ogni anno centinaia di ragazzi passano dal capoluogo sulcitano per i corsi di formazione dell’arma), il fatto dei giorni scorsi ha seguito dei danneggiamenti – sempre alle macchine –  dell’anno scorso, ma si inserisce in un clima di ormai quasi totale pacificazione. I militari ormai escono a passeggiare tranquilli per le vie del centro, frequentano locali indossando la divisa e in alcuni casi hanno anche la spocchia di iniziare a fare il loro sporco mestiere prima del tempo magari rimproverando due ragazzini che si bevono due birre o fumano una canna.

Ma non è sempre stato così ,negli anni ’90, in particolare nel primo quinquennio, ci furono momenti di altissima tensione. Risse in piazza Sella, sassaiole, caccia al carabiniere, con questi che non potevano uscire dalla caserma in meno di dieci, e che a volte si vedevano costretti a rientrare a notte fonda (prendendosi le strigliate dei loro capi) per evitare una sessione di schiaffi. L’insofferenza era di varia natura, ma non cosa da poco. Ci furono vari attacchi anche alla caserma vera e propria tra cui un potentissimo ordigno, che rimase inesploso ma che lasciò presagire al comandante che “sarebbe stata un strage”. Ma il fatto che la caserma fosse poco gradita era percepito dai militari in tanti altri piccoli gesti della quotidianità, dagli scherzi dei bambini alla poca accoglienza in alcune attività commerciali. Ora questo è tutto scomparso.

Qui non si vuole mitizzare una rissa o due schiaffi, è però importante vedere come un territorio si possa realmente rendere ostile a una presenza ingombrante come una caserma per allievi militari dell’arma, anche con piccoli fatti, senza una lotta esplicita, ma con un conflitto asimmetrico e a tratti invisibile.

Tutto questo come dicevo è scomparso (anche se negli ultimi tempi ci sono diversi segni di insofferenza alle divise, ma è difficile definirli come un’ostilità territoriale), anzi, nella vicina Domusnovas l’intera comunità è completamente asservita alla RWM, fabbrica di bombe e morte, altro che ostilità…

Continua la pioggia di provvedimenti giudiziari per le giornate di lotta dei pastori del febbraio scorso

Dopo perquisizioni, fogli di via e avvisi orali, ecco che sono arrivate le prima misure cautelari per le giornate di lotta dei pastori dello scorso febbraio.

Sono stati notificati 14 obblighi di dimora per alcuni assalti alle autocisterne del latte.

I giornali sardi parlano di altre 50 denunce per i blocchi nell’oristanese.

Come volevasi confermare quando una lotta tocca gli interessi padronali, lo stato interviene veloce e pesante per spaventare e reprimere coloro che hanno assaporato il gusto dell’azione e hanno gioito vedendone l’efficacia.

In tutto questo gran da farsi di procure e digos la situazione dei pastori, della filiera e del prezzo del latte è ancora disastrosa, Salvini e Centinaio non hanno fatto altro che prendersi gioco dei pastori con false promesse. Non ci resta che sperare che presto torni a soffiare il vento di ribellione sentito questo inverno, e che questi provvedimenti non lo fermino.

Solidarietà ai colpiti dalla repressione.

 

Uno scritto di Stecco dal carcere

Cari compagni e compagne,

è giunta l’ora di dire qualcosa riguardo a quello che è successo in febbraio.

Sono passati poco più di due mesi dal nostro arresto con l’operazione “Renata”, e posso dire di essere sereno e forte, sicuro come non mai che la lotta prosegue nonostante i colpi inferti dallo Stato.

Il mio arresto a Torino, nelle vicinanze di corso Giulio, è avvenuto intorno alle 17,00 in modo tranquillo. Mentre stavo lasciando il compagno con cui mi trovavo, avevo notato il tipico poliziotto in borghese davanti a me alla fermata del tram, pochi secondi dopo mi sono trovato circondato. Posso dire che tutto si è svolto con molta tranquillità, e mi vien da dire con una fastidiosa “gentilezza”, al contrario di come sono stati trattati i miei compagni e compagne in Trentino.

Prima di partire per Trento pensavo ancora che il mio fermo fosse legato a dei definitivi che aspettavo da tempo. Qualcosa di strano lo percepivo: troppa gente con stellette in quei corridoi della caserma di Torino. Solo alla prima visita dell’avvocato ho scoperto che il giorno stesso dell’arresto mi sono state confermate le misure alternative al carcere. Una casualità? Sta di fatto che attorno alle 20,00 mi consegnano alcune carte riguardo ad una perquisizione nei miei confronti e nella casa in cui vivo. Ovviamente ho notato i “nostri” fatidici 270 bis, 280 bis ed una sfilza di altri reati. Sul momento, date e luoghi elencati non erano comprensibili, ma comprensibile era la mia reazione. Mentre leggevo, non mi sono sorpreso di quello che stava accadendo; niente agitazione né batticuore, ma la semplice certezza delle mie idee e convinzioni, certezza di aver sempre lottato per degli ideali di giustizia, di libertà, di uguaglianza tra tutti gli uomini e le donne.

Così, con questa strana tranquillità, ho affrontato il viaggio ai 70 km all’ora fino a Trento con quattro Ros. Arrivati alla caserma di Trento intorno alle 2,00 di notte, ho capito subito la vastità dell’operazione. La caserma era un formicaio di uomini e donne in divisa e non, valigioni, carte e cartacce.

È la terza volta in 8 anni che lo Stato mi accusa di “terrorismo” assieme a tanti miei compagni e compagne, ed un po’ la trafila la conosco, anche se ’sta volta sono anch’io uno di quelli a finire in gattabuia. Quando ci hanno fatto uscire dalla caserma, tutto era preparato per bene: sirene e lampeggianti spiegati per le foto dei miseri giornalisti appostati lungo la strada. Ho capito che la caccia agli anarchici era studiata nei particolari più infami, in modo da far da grancassa a chi sta in alto, i cui discorsi contro la libertà – oggi tristemente appoggiati da gran parte degli sfruttati – vengono rafforzati e propagandati sotto la luce dei riflettori.

Un’altra convinzione che mi ha tenuto, e mi tiene, tranquillo, è che qualsiasi cosa mi fosse successo o mi succeda i miei compagni non solo ci sono, ma hanno la forza di reagire a questo nuovo attacco. Respirare, anche se per poco, l’aria di Torino mi ha dato forza. Quella forza che dai compagni e solidali di quella città si è trasmessa in tanti luoghi. Sentire un clima coeso, determinato, non può che far bene a tutti e tutte, nonostante le difficoltà degli ultimi tempi. La cascata di telegrammi e lettere arrivataci ha confermato quelle mie sensazioni.

Da tanti anni pensavo quello che ha scritto il mio compagno Roberto: “L’ho sempre saputo, lottare per la libertà significa anche poterla perdere”. Parole semplice, chiare e soprattutto veritiere. Ora che in carcere ci sono, vedo e sento cose che a volte mi sono sfuggite (le due mie prime e brevi esperienze di carcere erano un assaggio di quello che vivo ora). Ora tocco con mano tanti miei ragionamenti fatti in questi anni di lotta. Stare qui a Tolmezzo vuol dire percepire come lo Stato e il suo apparato repressivo siano in costante lavoro e aggiornamento sui modi di isolare chi si ostina a lottargli contro. E ancor più dure sono le condizioni in cui si trovano le nostre compagne a L’Aquila, in quell’ibrido fra AS2 e 41 bis.

Vogliono togliere a questo carcere la fama di posto di aguzzini e picchiatori meritata all’epoca dell’ex direttrice Silvia Dalla Barca, anche se quelle mani pesanti sono ancora qui. Solo che ora i detenuti sono per la maggior parte in AS e provenienti dal sud Italia, non stranieri isolati a cui si può fare tutto quello che si vuole senza che nessuno lo sappia. La tattica ora è diversa. Il carcere è tutto spezzettato nelle varie categorie: mafia qui, mafia là, 41 bis, comuni, islamici, anarchici ecc.

Tattica che sembra funzionare, se si pensa che tra i pochi “comuni” che ci sono alcuni si sono menati per insulti razzisti e pregiudizi vari, con gran favore per la Direzione. Penso che comprendere l’evoluzione delle carceri, la loro storia, i cambiamenti nel codice penale, il modo in cui vengono condotte le inchieste, non solo contro noi anarchici, sia molto utile per capire cosa dire e fare oggi sia fuori che dentro.

Oggi è il 25 aprile. Alcuni detenuti mi hanno chiesto se festeggiavo ed è stato interessante come in pochi minuti si convenisse che non c’è stata alcuna liberazione. La storia del movimento partigiano è molto complessa. Posso portare rispetto per quella lotta, ma anch’io parteggio. Se penso a quella lotta, penso a compagni come Pedrini, Tommasini, Mariga, Mariani e tanti altri, che il fascismo e lo Stato li hanno combattuti ben prima dell’8 settembre e ben dopo il 25 aprile. Soprattutto non hanno combattuto per fini politici e di potere, non hanno tradito gli scopi che tanti giovani, uomini e donne, si prospettavano con i loro sacrifici. È anche grazie a quei compagni, alle loro esperienze, ai loro racconti che io ora ho le conoscenze per affrontare il carcere con forza e dignità. Per me esiste un filo sotterraneo che mi unisce a quei compagni, non perché io abbia lo stesso coraggio – tante cose che loro hanno vissuto io non le ho provate sulla mia pelle –, ma perché cerco umilmente di portare avanti le stesse lotte e idee. Trovo ipocrita che, come ogni anno, su giornali quali il “Corriere della Sera” venga ricordato un grande fotografo come Robert Doisneau, il quale durante la guerra falsificò documento per il movimento francese della Resistenza, e allo stesso tempo si condanni e criminalizzi chi oggi scappa dai lager finanziati dall’Occidente dove è rinchiuso perché senza documenti e che solo tramite la fuga e la falsificazione dei documenti può cercare di sottrarsi alle autorità e rimanere libero. Questa giornata rispecchia l’ipocrisia della società in cui viviamo, in cui tutto può essere il contrario di tutto.

Questi sono tempi tristi. Le notizie di massacri indiscriminati si susseguono in modo angosciante. I fatti in Libia, Sri Lanka, Nuova Zelanda, Venezuela e tutti quelli tenuti nascosti fanno parte dello stesso lato della medaglia di altri massacri compiuti dai vari eserciti in giro per il mondo.

Tutti questi avvenimenti parlano di morti indiscriminate, sommarie, barbare, compiute non per scopi di emancipazione, ma che mirano a brutalizzare la vita per la sopraffazione e il potere.

In questo contesto di guerre e cambiamenti sociali di varia natura per l’ennesima volta il movimento anarchico nella sua storia viene accusato di “terrorismo”. Questa accusa è una grave offesa, la quale ha come scopo di denigrare le nostre idee e i nostri metodi. Lo Stato, che usa i metodi più sporchi e infami, quando ha paura o necessità va a colpire gli sfruttati più coscienti che lottano. In tanti modi gli anarchici si sono difesi da questi attacchi ribadendo la giustezza delle loro idee e pratiche nel tempo.

Anch’io ora voglio dire la mia. L’isolamento e questa cella non possono riuscire a tenermi zitto. Non mi passerà mai la voglia di portare chiarezza dove c’è la peggior confusione. Per farlo citerò dei fatti e delle parole di alcuni anarchici.

Da tanti anni in Russia, gli anarchici e non solo vengono uccisi, torturati, la propaganda imbavagliata, i familiari arrestati. Nel 2001 il giovane anarco-sindacalista Nikita Kalin viene ucciso con un colpo di pistola alla testa per via della sua attività nella fabbrica dove lavorava. Tanti altri sono stati colpiti da una feroce repressione dello Stato e dei suoi servi fascisti che negli ultimi anni non ha fatto che aumentare. Il 31 ottobre 2018, alle ore 8,52, ad Arkhangelsk, un giovane anarchico, Mikhail Zhlobitsky, muore dilaniato dalla sua bomba all’interno della Direzione regionale del FSB (il servizio segreto russo). Tre agenti vengono feriti e l’edificio viene danneggiato. Questo fatto drammatico ci fa capire che da una parte abbiamo perso un coraggioso compagno e che dall’altra la colpa di quanto successo è dello Stato. Se si mettono all’angolo le idee e la libertà, esse reagiranno con gli uomini e le donne più coraggiosi e determinati. Sono le condizioni sociali che fanno sì che simili episodi avvengano. E questo fatto non è “terrorismo”. Noi ora possiamo piangere il compagno scomparso, ma ancor più capire che la lotta debba andare avanti finché fatti come questi non siano più necessari.

Il 20 settembre 1953 uscì un articolo di Mario Barbari sul giornale anarchico “Umanità nova”, in

cui quel compagno così commentava il libro di Giuseppe Mariani a proposito dei fatti del Diana del 1921:

“E il tiranno non è forse un leone famelico – sempre in cerca di brame conquistatrici – quando nella sua dispotica brutalità non esclude nessun mezzo ai danni di chi tenta di liberarsi dalla tirannia stessa nel timore che altri siano resi edotti della realtà che li schiaccia? Il tiranno è dunque l’espressione genuina della violenza e chi lo combatte combatte la violenza”.

Noi anarchici dobbiamo tenere una bussola che ci distingua sempre da chi usa la violenza per i suoi scopi cattivi. Malatesta la chiamava “ginnastica morale”, grazie alla quale il senso della violenza rivoluzionaria sia diverso da quello della violenza utilizzato dallo Stato tramite i suoi mezzi e servi. Uno dei nostri compiti è portare chiarezza in questa società basata sulla violenza, lottare perché finalmente la brutalità venga sostituita con la fratellanza e la solidarietà per tutto il genere umano. Forse oggi quella per rimanere umani è la battaglia più difficile, sottrarsi all’odio che ci circonda lo è ancora di più. Se ci riusciamo i nostri scopi potranno emergere con forza e lucidità.

Con le loro accuse ci vogliono buttare in un paniere il cui contenuto è più che marcio; noi invece dobbiamo rimanere incorrotti davanti alla barbarie.

Continuava Barbani:

“Non si tratta quindi più di violenza o non-violenza; di amare od odiare; di comprendere o compatire; ma di lottare strenuamente con tutte le nostre energie di uomini coscienti per estirpare la tirannia ed eliminare il giogo della schiavitù materiale e spirituale; e per questo, incitiamo ciascuno a comprendere se stesso per comprendere nel pari tempo gli altri.

Se domani una nuova aurora ci trovasse presenti alla realtà d’una rivolta di oppressi e di relitti umani, non disdegneremo di essere presenti nel fragore delle barricate ed anche allora saremo certi di non commettere alcuna violenza, ma di combattere la violenza!”.

Il libro Memorie di un anarchico di Giuseppe Mariani mi ha fatto più volte fare profonde riflessioni che mi hanno aiutato ad avere chiarezza su pratiche e metodi. Finisco questo discorso con le parole di Gigi Damiani presenti nell’introduzione al libro di Mariani:

“… Ma la storia ci insegna che vi sono momenti in cui la violenza diventa una necessità sociale. Solo è necessario, per quanto possibile, che essa non colpisca alla cieca e che non faccia pagare agli umili le colpe dei grandi”.

Penso che in questo momento, grazie purtroppo anche agli attacchi dello Stato contro il nostro movimento, abbiamo l’occasione di tornare con ancora più forza a parlare delle nostre idee, pratiche e sogni. Degli spazi, se pur piccoli, si stanno aprendo e noi dobbiamo criticare i movimenti riformisti e in malafede. Negli ultimi mesi tante persone si pongono diversi quesiti rispetto alla direzione che sta prendendo questa società, soprattutto con cortei di opinione che purtroppo hanno un carattere difensivo, riformista e non condivisibile. Tocca a noi, con chi ci sta, creare rotture e stimolare la realtà in modo tale che questa tenue ripresa di coscienza vada alla radice dei problemi sociali e non si faccia incantare da parole come democrazia-diritti-progresso-civiltà. La chiarezza e le nostre pratiche siano ora fondamentali per riuscire a creare un rapporto di forza necessario a far arretrare lo Stato e i padroni dai loro intenti. Anche qui ci vuole una sana ginnastica.

E se procuratori al di sotto di ogni sospetto come Raimondi e i questori di Torino e di Trento si sorprendono della solidarietà espressa a noi anarchici invitando la cosiddetta società civile a starci lontano, vuol dire che la strada è giusta, e non possono che farmi felice. Le nostre lotte, la nostra propaganda, le nostre pratiche, anche se in piccolo, spaventano in qualche modo chi di dovere.

Ringrazio di tutto cuore tutti i compagni e compagne che in questi mesi si stanno caricando di tante fatiche per portare avanti le lotte e la solidarietà a tutti noi in galera. Ringrazio tutti quelli che tramite assemblee, riviste, approfondimenti portano avanti il dibattito e la crescita delle nostre idee.

La mia sincera vicinanza va ai compagni e compagne indagati e rinchiusi in prigione per i processi

“Scripta Manent”, “Panico”, “Scintilla” e tutti i compagni e compagne detenuti nelle galere di ogni dove.

La mia più viva preoccupazione va alla compagna anarchica Anahi Salcedo rinchiusa in Argentina in condizioni fisiche precarie e con mancanza di cure appropriate.

Un saluto fraterno vada a tutti i compagni latitanti che camminano sulle strade del mondo.

Ancora una volta:

Per la Rivoluzione sociale, per l’Anarchia

carcere di Tolmezzo, 25 aprile 2019

Luca Dolce detto Stecco

Per scrivergli: Luca Dolce – C.C. via Paluzza 77 – 33028 Tolmezzo (Udine)

Numero speciale di NurKùntra, dedicato alla lotta dei pastori

E’ uscito un numero speciale di NurKùntra interamente dedicato alla lotta dei pastori dello scorso febbraio.

Interviste, cronologia e riflessioni per provare a capire meglio cosa sia successo, cosa sta accadendo e cosa potrà accadere.

Per favorire la diffusione di questo numero sarà possibile scaricarlo in pdf e il cartaceo sarà senza prezzo.blocco lula 1

Per copie in cartaceo scrivere a: nurkuntra@inventati.org

Per copie nel cagliaritano scrivere a: nobordersard2016@gmail.com

Per scaricare il file clicca: NurKuntra numero unico Pastori

autocisterna bruciata

 

Riceviamo e pubblichiamo:

Banditi_web

Scaricabile e stampabile Banditi_STAMPA

Ai domiciliari gli arrestati per l’operazione Renata, solo Stecco rimane in carcere

Oggi a tutti gli arrestati dell’operazione Renata, del 19 febbraio scorso, sono stati dati i domiciliari con le restrizioni. Solo Stecco rimane in carcere, poiché in questi quasi tre mesi gli sono arrivati dei vecchi definitivi da scontare.

Seguiranno aggiornamenti